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Storia di un album spirituale: “Meddle” dei Pink Floyd compie 50 anni

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Il 1971 è stato un anno di transizione per la band londinese, un anno in cui sarebbe cambiato l’approccio, la dimensione e lo spirito di una band che (all’epoca) da cinque album a questa parte la libertà d’espressione avrebbe preso una svolta non indifferente. Ci sarebbe di mezzo “Ummagumma” come disco sperimentale al 100%, ma non è questo il caso, “Meddle” è un album dove tutte le menti del quartetto si incontrano per portare un lavoro più collettivo, più improntato e più autoriale.

Roger ama le parole, io amo la musica. I nostri momenti migliori sono stati quelli in cui siamo riusciti a equilibrare i nostri mondi, anche se spesso abbiamo dato troppa importanza alle parole come veicolo di contenuti.

David Gilmour

Partiamo dalle origini: “Meddle” non fu un disco semplice, in mancanza di materiale, e senza alcuna idea precisa della direzione da dare all’album, la band sviluppò una serie di esperimenti sonori che avrebbero ispirato il pezzo centrale del disco, la famosissima suite Echoes, che consegnerà alla storia della band con un altro brano fondamentale, One Of These Days. Anche se molti dei successivi lavori della band sarebbero stati permeati da un tema unico incentrato sulle liriche scritte principalmente da Roger Waters, “Meddle” fu più uno sforzo collettivo di gruppo. La copertina è l’unica firmata dagli stessi Pink Floyd, che rifiutarono la proposta di Storm Thorgerson e suggerirono un primo piano ravvicinato di un orecchio sott’acqua, fotografato da Bob Dowling. Addirittura Thorgerson, che curò l’aspetto grafico finale, si dichiarò in seguito insoddisfatto del risultato, perché insieme a Aubrey Powell, l’idea era quella di fotografare l’ano di un babbuino. La band incominciò a lavorare a del materiale di nuova composizione agli Abbey Road Studios. All’epoca, Abbey Road era equipaggiato solo con banchi di registrazione ad otto tracce, che i Pink Floyd trovarono insufficienti alla crescente complessità della propria musica.

Quindi si spostarono in studi di registrazione più piccoli di Londra come l’Associated Independent Recording (AIR), e il Morgan di West Hampstead, riprendendo in mano il materiale con il vantaggio di un equipaggiamento più avanzato tecnologicamente. Gli ingegneri del suono John Leckie e Peter Bown registrarono gran parte delle tracce approntate a Abbey Road e nelle sessioni agli AIR, mentre del resto del lavoro si occuparono Rob Black e Roger Quested. L’idea iniziale era che ogni membro del gruppo suonasse su una traccia isolata, senza sapere cosa stessero facendo gli altri. Ogni sezione individuale venne nominata, ma lo sforzo si risolse in un nulla di fatto. Dopo diverse settimane di tentativi, nessun brano era stato compiutamente completato. John Leckie aveva lavorato su album di altri artisti come “All Things Must Pass” di George Harrison e “Sentimental Journey” di Ringo Starr, e venne quindi impiegato come tecnico del suono per “Meddle“, favorito dalla sua predilezione di lavorare al mattino presto.

Le sessioni dei Pink Floyd si svolgevano spesso nel pomeriggio, dando tutto il tempo di lavorare in pace a Leckie. La band mise insieme una strumentale inizialmente intitolata Nothings (successivamente Son Of Nothings e poi infine Return Of The Son Of Nothings) che con il passare del tempo si sarebbe tramutata nella suite Echoes, che andò ad occupare tutto il secondo lato del disco. Il caratteristico suono di pianoforte che si sente all’inizio del pezzo fu opera di Richard Wright che trovò quella particolare nota casualmente mentre stava improvvisando al piano. Wright fece passare quella nota attraverso un altoparlante Leslie, producendo così una sorta di “suono subacqueo”. Per la iniziale One Of These Days invece, nacque da un riff di chitarra ideato originariamente da David Gilmour e poi suonato col basso da Roger Waters, filtrando lo strumento attraverso la macchina per l’eco Binson Echorec di Gilmour. La linea venne suonata da Waters e Gilmour usando due bassi, di cui uno con vecchie corde quasi ossidate, mentre gli accordi di organo furono una creazione di Richard Wright.

L’unico contributo vocale al brano è opera di Nick Mason, la cui frase “One of these days I’m going to cut you into little pieces“, venne registrata a velocità raddoppiata con voce in falsetto e poi risuonata a velocità normale e trattata elettronicamente. 

La parte centrale dell’album sono una serie di pezzi più melodici tra i quali spicca Fearless, ma in particolare citiamo il brano Seamus, un cane che abbaia. Gilmour dovendo accudire il cane del suo amico Steve Marriot (chitarrista di Humble Pie e Small Faces) decise di portarlo con sé in studio accorgendosi che il cane reagiva agli acuti e a suoni alti con guaiti e ululati. Quindi, totalmente senza motivo, ma solo per il gusto di farlo, incise il pezzo lasciando in primo piano la nostra amica Nobs, una femmina di Borzoi, inserendo poi il tutto nella traccia dell’album. Nonostante i quattro la trovassero spassosa, il pubblico non condivise appieno questa proposta, e il pezzo venne esibito dal vivo solo in una occasione. 

Un anno dopo, “Meddle” e gli album precedenti, sono stati suonati anche in Italia, precisamente a Pompei, il documentario/concerto interamente dedicato alla band diretto da Adrian Maben, uscito anche nella versione per le sale cinematografiche nel 1974. “Meddle” oggi festeggia ben cinquant’anni, rendiamogli facendo un bel ripassino.

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