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O con amore o niente: la storia travagliata di “Loveless” dei My Bloody Valentine

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Chi adora il rock dei 90’s, sicuramente deve andare a gamba tesa su i My Bloody Valentine, in particolare su “Loveless“, un album così iconico e totalizzante che, tutta la critica di ogni credo o qualunque appassionato di musica rock in senso più ampio lo considera il punto di partenza del genere shoegaze.

Il nome di questo genere fu coniato dal giornalista Melody Maker, e dalla stampa musicale britannica. Un atteggiamento introspettivo, quasi distaccato da parte dei musicisti che evidenzia le esibizioni con la curiosità e muoversi poco sul palco, guardando sempre in basso durante l’esibizione, come se si stessero guardando le scarpe. In un tono quasi ironico e sprezzante viene descritto come “la scena che celebra se stessa“, infatti l’attenzione si focalizzava sul fatto che le band coinvolte in questa scena piuttosto che essere rivali tra loro, erano spesso viste a partecipare le une ai concerti delle altre, ma non solo, in primis era un comportamento che in parte era dovuto dall’esigenza di controllare gli effetti delle chitarre e del basso, a cui c’è un uso massiccio creando un muro sonoro.

Detto questo, i My Bloody Valentine avranno modo di far germogliare i semi gettati dai Jesus and Mary Chain qualche anno prima, precisamente con “Isn’t Anything“, ma con l’anniversario di oggi, “Loveless“, succede veramente di tutto. Dietro un capostipite come questo c’è un grande travaglio, probabilmente la storia più travagliata di tutto il rock. Un gran numero di tecnici del suono venne assunto e licenziato durante il periodo delle registrazioni, tutti accreditati come collaboratori nella copertina del disco, anche se, secondo Shields

Tutto quello che fecero fu preparare il tè.

Ben 19 studi di registrazione cambiati, in più, si dice che i costi per la realizzazione del disco sfiorarono le 250.000 sterline, facendo rischiare alla Creation la bancarotta, per poi riprendersi con il successo globale degli Oasis, notizia, in realtà smentita dallo stesso Shields. In seguito alla realizzazione di “Loveless“, per via del continuo rinvio della consegna, per il comportamento imprevedibile di Shields e per lo scarso successo commerciale, i rapporti fra i My Bloody Valentine e la Creation si andarono deteriorando, costringendo la band a firmare per un’altra etichetta, la Island Records. Il comportamento di Shields, i continui rinvii e i cambi di studio cominciarono ad avere conseguenze concrete sulle finanze della Creation e sulla salute dei suoi manager. Dick Green, vicedirettore dell’etichetta discografica, ebbe un esaurimento nervoso in quel periodo. Green raccontò: 

Erano due anni che la produzione del disco continuava, quindi telefonai a Shields in lacrime, dicendogli, devi portarmi quelle registrazioni!

Oltretutto, in questo periodo, sia Shields che la Butcher soffrirono di acufene, per via della continua esposizione a volumi alti, e, per questo motivo, dovettero interrompere le registrazioni per molte settimane, e curarsi. Mentre Alan McGee, direttore della Creation, era ancora ottimista riguardo all’investimento nell’album, ma Green preoccupava i suoi colleghi. L’editore Laurence Verfaillie raccontò di come i capelli di Green, dopo che questo ebbe scoperto l’impossibilità economica, per la Creation, di continuare a pagare a lungo i conti degli studi, fossero divenuti brizzolati da un giorno all’altro, non sarebbero diventati grigi se non fosse stato per quell’album. Loveless è riconosciuto anche per il cantato simbolico, le cosiddette dreaming vocals. Bilinda Butcher racconto che:

Spesso registravo le parti vocali verso le 7:30 di mattina, ero appena sveglia a quell’ora, è il tipo di voce che si ha in quel momento era perfetta per la musica del disco. Però i testi sono stati la parte più dura del lavoro, scrivere testi banali era la cosa peggiore.

A 30 anni dalla sua uscita, “Loveless” secondo voi n’è valsa la pena? Beh! In qualche modo la musica riesce a giustificare anche questo, tutte le persone, che in maniera profondamente emotiva, se non tecnica, si sono avvicinati a questo album prendendo ispirazione sono molteplici, per fare un esempio Thom Yorke, ma potremmo citarne altri, dagli Smashing Pumpkins ai Nine Inch Nails, in qualche modo sono un po’ debitori a questo album. Del resto, è meglio non parlare del percorso successivo dei My Bloody Valentine, perché con “Loveless” è già stato detto tutto.

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