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The Breakbeast – Monkey Riding God

2021 - Overdrive
funk / industrial / noise / avant jazz

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Tracklist

1. The Trickster Who Invented Xenofunk
2. Depeengo (feat. Egreen)
3. Cop Porn
4. Phunk Is Not Dead
5. A Thousand Elephants Are Shitting On Wall Street
6. Ending Anthroposcene From A Monkeys’ Rave Party
7. Nomadic War Machine


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Se The Breakbeast non sono un’allucinazione allora non me li spiego. Siccome sono reali sto più tranquillo (ci sarà poi da stare tranquilli?), e brindo rigorosamente da solo alla loro presenza in un panorama se non desertico, quasi.

Ci vanno le presentazioni rituali, altrimenti non farei il mio lavoro come invece dovrei, forse preso dall’entusiasmo che mi fa bagnare: Sergio Pomante, il soffio demoniaco nel sax, Alessandro Vagnoni che detta la legge del groove con legno, metallo e pelli e Mario di Battista, che dona voce alla macchina e completa la groovemacchina. Di loro che altro si può dire? Ah, la militanza in svariati kaiju, tipo Ulan Bator, Bologna Violenta, Sudoku Killer, La Mala Sementa, Ronin. Credo sia sufficiente. Non lo fosse, beh, non resta che infettare le casse con il loro debutto “Monkey Riding God”.

Già il titolo vale il giro sulla giostra. Ma nemmeno questo basta, anche se in copertina c’è una scimmia che cavalca una capra. Funk is not dead, anzi, Phunk Is Not Dead, e vai a dar loro torto quando un brano è trasformazione funkastarda che subito la mente viene catapultata alla lectio di quelli là, gli Screaming Headless Torsos, ma lungi da me dal fermarmi al semplice paragone, perché sarebbe improbo, qui siamo in un mondo stralunato, che comprime e opprime, è danza scratchata con sassofono che aleggia e punta alla nuca, più quel bassotrapano che strazia ritmiche e miete vittime nelle fauci di Cop Porn e si fa GodzillaMazinga mentre strappa le mura di Nomadic War Machine. Delirio e delizia entrambe maligne e avvelenate, scodellate in The Trickster Who Invented Xenofunk, ed eccoci industrializzati, poi scaraventati sul Black Planet hip hop, Maestro di Cerimonie Egreen che, con affondi di rime non di certo in punta di fioretto (ha detto Burzum? Sì, ha detto Burzum) impreziosisce Depeengo.

Ma c’è altro rhyming da elargire tra le cannonate lascive di A Thousand Elephants Are Shitting On Wall Street (fanno di sicuro questo suono qua nell’atto di coprire di merda quel posto) o di che alienarsi assumendo l’acido Ending Anthroposcene From A Monkeys’ Rave Party, a cassa dritta e irradiarsi di sax a cascata.

E se guardi fuori dalla finestra ti accorgi che piove apocalisse e a scatenarla è questo disco qui che ha solo una pecca, e pure grossa: finisce. Ah, ma posso farlo ripartire! Eureka. Cazzo, era dai tempi degli Splatterpink che non mi divertivo così facendomi male.

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