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“Nursery Cryme”: io, i Genesis e tutto il resto

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Prologo

Nella vita è tutta una questione di incontri. La mia esperienza musicale, ad esempio, oggi sarebbe completamente diversa se a metà anni ’90 non avessi conosciuto quel mio amico – che adesso vive chissà dove tra Cambogia e Laos – che in un caldo pomeriggio d’agosto si presentò in spiaggia con in mano un lettore CD portatile e “Trespass” dei Genesis. Da giovincello affamato del trashume più marcio, laddove Marilyn Manson era l’educato capostipite di un’allegra famigliola che andava dai Cradle Of Filth ai Ministry, mi uscì spontanea un’irridente domanda su cosa fosse quella roba. In risposta partì una storia comprendente il concept, i testi, i pezzi richiamati nell’artwork di copertina (l’iconico squarcio fatto dal pugnale di The Knife ne era un esempio) e tutta una serie di giochi di parole dei quali la band si serviva per comunicare il suo messaggio. Ci capii poco, e ancora oggi tanti aspetti meriterebbero approfondimento, ma ebbi netta la sensazione di aver scoperto un mondo nuovo.

Sliding doors tra Londra, Belgrado e Rancagua

Torniamo indietro nel tempo. Tony Stratton-Smith, originario di Birmingham, è un ottimo cronista sportivo. Si occupa di calcio e nel febbraio del ’58 viene scelto come inviato dal Daily Express per seguire il Manchester United in trasferta a Belgrado. Si giocano i quarti di finale di Coppa dei Campioni e i Busby Babes (nomignolo poi sostituito da Red Devils) battono la squadra jugoslava qualificandosi per le semifinali. All’ultimo momento però, Tony non parte per Belgrado, sostituito dalla redazione con il suo collega Henry Rose. Al ritorno dai Balcani, l’Airspeed Ambassador effettua uno scalo tecnico a Monaco-Riem causa rifornimento. Non arriverà mai in Inghilterra: dopo tre tentativi di decollo, infatti, il fondo fangoso della pista tedesca e il mancato scongelamento delle ali del velivolo causano uno schianto che provoca la morte di 23 persone, tra cui Henry Rose.

Senza farsi prendere troppo dallo sconforto, Strat prosegue la sua carriera e nel ’62 si fa mandare in Cile per seguire l’Inghilterra ai mondiali. Anche lì, è un incontro a cambiare il corso della storia. In terra cilena infatti conosce Antonio Carlos Jobim, O Maestro. Dopo il 3-1 rifilato da Garrincha e Vavà ai britannici, attraverso i racconti del re della bossa nova Strat capisce che la sua strada professionale deve essere attraversata da note più che da un pallone. Tornato in patria, in poco tempo si mette sulle tracce di Brian Epstein, il manager dei Beatles, che gli concede di lavorare su alcune band emergenti tra cui i The Koobas, una sorta di fratelli minori dei Fab Four. Poi passa alla concorrenza, voluto da Andrew Loog Oldham alla Immediate, label grazie alla quale divennero grandi i Rolling Stones. Ma non tutti gli incontri sono propizi, infatti Strat e Oldham non vanno per nulla d’accordo, motivo per cui Tony si licenzia e decide di fondare un’etichetta tutta sua. Nasce così la Charisma Records, nella quale confluiscono i Nice di Keith Emerson e i Lindisfarne, a dimostrazione che l’intento non è quello di promuovere fenomeni pop, bensì di produrre musica più ricercata, per orecchie  raffinate.

From Genesis to revelation

A una sessantina di chilometri da Soho, quartier generale della Charisma, sorge la Charterhouse School. Situata a Godalming, nel Surrey, è stata fondata nel 1532 e dietro i suoi banchi sono cresciute generazioni di alti prelati, intellettuali e uomini politici. Più o meno a metà degli anni ’60, tuttavia, quelle aule sono luogo di incontro tra Peter Gabriel, Tony Banks, Antony Phillips, Mike Rutherford e John Silver. Sono figli di banchieri, militari d’alto grado e ricchi commercianti, ma il motivo del loro stare insieme è la musica.

Nel 1967, alla Charterhouse c’è il solito raduno di ex allievi e pare che questa volta potrebbe farsi vivo Johnatan King, che nel frattempo si è laureato al Trinity College e lavora alla Decca. La band, che all’epoca si chiamava Anon e che in gruppo aveva ancora Christ Stewart al posto di Silver, incide un demo su cassetta, lasciata nell’auto di King. Lui gradisce, li contatta, ma pretende che il nome del gruppo venga cambiato in Genesis perché quei ragazzi rappresentano l’inizio della sua carriera da manager discografico.

I Genesis iniziano così a incidere sul serio, perché ormai la Decca li ha messi sotto contratto. Tuttavia, se è vero che non tutti gli incontri sono giusti, è vero anche che non tutte le cose, anche belle, capitano al momento opportuno. I cinque hanno infatti età compresa tra i 15 e i 17 anni, sono anche bravi, ma l’ambizioso concept sull’antico testamento intitolato “From Genesis To Revelation” – che esce nel 1969 e gioca molto sull’accostamento al nome della neonata formazione – manca in molti punti di maturità compositiva, sia musicale che di testi.

Quei ragazzi hanno ambizione, sono seguaci del nuovo filone più tardi ribattezzato progressive. Piacciono articolazioni musicali lunghe e complesse, testi che richiamano la letteratura vittoriana, strumenti come il mellotron, avanguardia pura per l’epoca. A ciò non si affianca l’interesse di King, alla ricerca di suoni più immediati e radiofonici, così la Decca li lascia perdere. Ed è a quel punto che avviene l’incontro, quello sì decisivo. Dopo un periodo di bassa fortuna, complici anche i ripetuti rifiuti agli aiuti economici offerti dalle ricche famiglie, Gabriel e compagni riescono ad imporsi all’attenzione di Tony Stratton Smith: proprio lui, Strat, li incrocia diverse volte in giro per Londra e si innamora di quella musica, decidendo infine di investire su di loro. Per la Charisma dopo pochi mesi esce “Trespass” e così, seguendo lo squarcio di coltello lungo tutta la copertina del disco torniamo a quella spiaggia e a quella chiacchierata.

Decisi di andare oltre, perché da un lato avevo ingurgitato volentieri quel piccolo capolavoro datato 1970, ma dall’altro avevo fame di conoscere quale altra diavoleria avessero concepito negli anni a venire. La prima sorpresa non tarda ad arrivare. Sono andati via Phillips e Silver, via anche John Mayhew, il sostituto di quest’ultimo, alla batteria si siede un certo Phil Collins. Un passato da attore e membro fondatore dei Flaming Youth, anche Collins aveva una certa predisposizione per i concept: con la sua band aveva infatti pubblicato “Ark 2” (1969), un disco distopico che partiva dallo sbarco sulla luna ma che alla fine teorizzava il totale trasferimento del genere umano sul satellite. Le audizioni si tengono nella sontuosa residenza della famiglia Gabriel. Dopo un tuffo in piscina e un lauto pranzo, a Phil viene fatto ascoltare “Trespass”: a lui il disco piace, quasi subito ripete alcuni passaggi rivisitandoli con stile personale, cosa che colpisce positivamente il resto della band.

Manca ancora un chitarrista, preferibilmente bravo con la 12 corde acustica. L’attenzione ricade su un annuncio pubblicato da Melody Maker: “Imaginative guitarist-writer seeks involvement with receptive musicians, determined to strive beyond existing stagnant music forms”, firmato Stephen Richard Hackett, Steve per gli amici. All’epoca faceva parte dei Quiet World, ma si annoiava perché nessuno gli faceva scrivere musica. Più che un annuncio, Steve aveva pubblicato uno sfogo.  

È così che nascono i Genesis del cosiddetto nucleo storico, con Gabriel alla voce, Collins alla batteria, Hackett alla chitarra, Rutherford al basso e Banks all’elettronica di tastiere e mellotron. Ed è così che pochi mesi dopo vede la luce “Nursery Cryme”. Prima particolarità: il titolo è già un gioco di parole, caratteristica che negli anni diventerà peculiare. Da nursery rhyme, tradotto come filastrocca, con un’aggiunta e un cambio in prima sillaba degni della Settimana enigmistica si arriva al crimine, l’omicidio commesso prima sotto gli occhi della tata e poi da lei stessa.

Play me my song, here it comes again

Dalla sorpresa alla delusione, benché minima. Pensavo che tutto il disco raccontasse la vicenda criminale, invece scopro che il racconto riguarda solo la prima traccia, The Musical Box. Da essa trae ispirazione anche la copertina, dipinta a mano da Paul Whitehead e ambientata in uno scenario ripreso da Coxhill, l’ormai famosa residenza Gabriel. Oltre alla piscina in cui nuotò Phil prima dell’audizione, il giardino della villa ospitava anche un campo di croquet, disciplina sportiva – centrale in Alice’s Adventures in Wonderland di Carroll – che sarà un viatico per narrare l’omicidio. Appena il disco inizia a girare sul piatto si apre un portale spazio-temporale, che proietta immagini e risucchia l’ascoltatore in una serie di esperienze reali e oniriche allo stesso tempo. Favole, filastrocche, storie completamente inventate o ispirate tanto alla realtà contemporanea quanto ad antichi racconti.

Harry Hamilton Smyth e Cynthya Jane De Blaise William sono due bimbi che giocano a croquet. All’improvviso lei alza mazza e incidentalmente decapita il suo amico sotto gli occhi della tata. Dopo due settimane, nella sua cameretta, Cynthya ritrova The Musical Box, il carillon di William, che suona la filastrocca Old King Cole. Stavolta però, insieme alla canzoncina arriva anche lo spirito del bambino, che pregando la sua amica di cantare ancora quella canzoncina invecchia inesorabilmente nel giro di pochi minuti. Come in una macabra favola di epoca vittoriana, lo spirito invecchiato di William scopre di non aver mai soddisfatto i suoi desideri sessuali: tenta allora in modo maldestro e lascivo di sedurre la bimba, creando non poca confusione nella stanza. Irrompe così la tata, che spaventata e confusa lancia la scatolina contro lo spirito, disintegrando entrambi.

He’s close to god

È domenica, sei del pomeriggio. Nella provincia inglese due anziane donne camminano a passo svelto per strada e si chiedono se sono in ritardo per la messa. Mentre si abbottonano i cappotti, passano di fianco a un passeggino, dove una bimba le guarda e fa un cenno con la manina per salutarle.

Eccole davanti al portone della chiesa, il prete le aspetta: vedendole arrivare, fa un cenno col capo. Le due donne vedono il prelato come figura necessaria, in quanto è vicino a Dio: lo scopo della messa è quello di ricongiungersi, anche solo per pochi minuti, con i loro defunti mariti. Durante quell’esperienza, mistica e felice, ricordano la gioventù, la spensieratezza e soprattutto l’essere ancora in quattro. La messa, dunque, si celebra For Absent Friends

Still they’re invincible

Molto prima che Eddie Van Halen la rendesse leggendaria, la tecnica chitarristica definita tapping era già in uso nel folk e nel jazz. Steve Hackett fu il primo a introdurla nel rock, i primi esempi li abbiamo con The Musical Box e The Return Of Giant Hogweed.

Un esploratore inglese si reca sulle colline russe. In cerca di qualcosa da portare in esposizione ai Reali Giardini Botanici di Kew – 10 km a sud ovest di Londra – l’esploratore si imbatte nel panace gigante, un’enorme pianta altamente urticante. Portata in Inghilterra, non fa in tempo a riceverne i meriti che la pianta, percepito l’esilio forzato, si vendica scagliandosi contro gli uomini. Riuscendosi anche a moltiplicare, rappresenterà una minaccia per l’intero genere umano. 

I heard the old man tell his tale

La disperazione che affligge il mondo fa ridere il vecchio, le risate lo rattristano. Perché la verità è che i cambiamenti senza conseguenze non portano da nessuna parte. Con Seven Stones i Genesis tornano ad omaggiare la filastrocca, una forma espressiva che si incarna nel “vecchio”, uomo di grande saggezza, dispensatore di pensieri utili a chi li ascolta.

Le sette pietre rappresentano altrettante case, sette punti fermi nei quali un nomade si imbatte durante una tempesta. Nessuno gli aprì, per sei volte di seguito. Ma il vecchio racconta che il nomade non si perse d’animo, trovando un amico dietro il settimo uscio.

Un gabbiano gira intorno a una nave, apparentemente senza motivo. Il vecchio racconta che l’unico a conoscerne le movenze è il capitano, che infatti segue il volo del gabbiano mettendo in salvo dal pericolo la sua imbarcazione.

Infine, il vecchio fu chiamato da un contadino che non sapeva dove seminare. Il vecchio non rispose. Il contadino lo pregò di dargli risposta, senza però ottenere una sola parola dal vecchio. Arrivò perfino a offrirgli soldi, che il vecchio accettò volentieri. Afferrate le monete e voltatosi di spalle, il vecchio sorrise di gusto, consigliando al contadino di affidarsi al caso.  

We can help you

Harold The Barrel è un noto ristoratore di Bognor Regis, una cittadina del West Sussex. Improvvisamente Harold scompare nel nulla e nessuno riesce a spiegarsene il motivo. È stato visto prendere un treno, indossava un cappotto grigio. Parte così un surreale tam tam mediatico che trasforma l’uomo da ipotetico protagonista di una fuga a mostro da sbattere in prima pagina.

Alcuni testimoni riferiscono che si sia tagliato le dita dei piedi, servendole con il tè al posto dei biscotti. Invece di ritenere tale ipotesi assurda, l’opinione pubblica si scaglia contro di lui, pur non potendo dimostrare nulla a suo carico, sottolineando anzi il fatto che con i piedi mozzi non può certo andare lontano.

Ad un certo punto Harold torna a casa, pronto a pentirsi della fuga e a spiegare tutto, ma ormai l’intera comunità lo accusa. Deluso e sfiduciato, direttamente dalla casa di sua madre minaccia di buttarsi dalla finestra. Tutta la città è col fiato sospeso, attende trepidante nella strada appena sotto al davanzale dove Harold ondeggia pericolosamente, anche se quasi tutti sono d’accordo nel pensare che un guitto come lui non avrà mai il coraggio di lanciarsi.

Così si affaccia sua madre, Harold si gira verso di lei sperando in un ultimo momento di conforto. Ma incredibilmente lei lo redarguisce, dicendo che se suo padre fosse ancora in vita si vergognerebbe di lui. Silenzio ed espressione interrogativa dell’uomo fanno sì che la donna si scagli conto di lui in modo definitivo: “quaggiù ci sono quelli della BBC e tu hai la camicia sporca, vergognati!”.

In the shades of dawning

Con la breve Harlequin si riaffacciano i racconti onirici di inizio disco. E’ un inno all’Inghilterra tradizionale, raccontata attraverso i bucolici riti – tra canti e danze – messi in atto dai bambini per festeggiare il raccolto. Siamo alla fine dell’estate, lasso di tempo posteriore rispetto alla mezza narrata da Shakespeare, la notte va talmente avanti che si sfiora con il giorno. Le prime luci dell’alba iniziano a filtrare nel cielo scuro della profonda campagna.

Il ciclo della vita sta per riprendere il suo corso, come ogni giorno. E quando sarà luce e tu potrai vedere tutto, ordina i pezzi e mettili a posto.  

We are the one  

Il Sogno di una notte di mezza estate è ancora una volta fonte di ispirazione, per l’ultima grande rappresentazione presente in “Nursery Cryme”: The Fountain of Salmacis prende spunto, come fece Shakespeare, dalla mitologia greca. Racconta di Ermafrodito, ragazzo dall’aspetto molto bello ma vissuto nascosto dal mondo in quanto nato da una relazione segreta tra Ermes – il messaggero degli dei – e Afrodite, la dea della bellezza e dell’amore.

Ermafrodito è un unicum nella mitologia ellenica, perché nessun altro presenta contemporaneamente gli organi genitali maschili e femminili. I suoi genitori, di comune accordo, lo lasciano in custodia alle ninfe del Monte Ida. Una di esse, Salmace, la ninfa dell’acqua, si innamora di lui vedendolo bere alla sua fonte. E’ bellissima anche lei e veste solo di un manto di nebbia, il suo desiderio d’amore è di unirsi a Ermafrodito fino a diventare un corpo solo.

Ma lui non vuole, cosicché la ninfa – contravvenendo all’obbligo di verginità tipico del culto di Diana – invoca l’intervento degli dei. Una calma definitiva scende sul laghetto, quasi un torpore avvolge il corpo di Ermafrodito, che ormai immobilizzato è costretto a soddisfare il desiderio di Salmace. Prima di finire nell’abbraccio eterno, Ermafrodito maledice quella fonte, chiedendo di condividere il suo triste destino a tutti coloro che si fossero bagnati in quelle acque.

Conclusione

È grazie ai Genesis che ho scoperto quel modo di fare musica, arrivando poi ad amare i loro dischi successivi e quelli dei loro coetanei. Negli anni ho anche abbandonato il termine progressive, in tutte le sue forme (rock progressivo, prog e via dicendo) in quanto – sembra un paradosso, ma non lo è – l’essenza di quel movimento sta nel non avere essenza. Di qualsiasi altro genere musicale, tranne questo, possiamo infatti delinearne molto bene le caratteristiche sonore, il tenore letterale dei testi, identificarne in modo preciso i pionieri e i fautori, oltre a quelli che lo hanno portato al successo.

Questo approccio alla musica è diverso, alieno. È inglese di nascita ma, almeno agli inizi, fece molta fatica ad imporsi in terra d’Albione. E’ cresciuto nel grembo del nord Europa, tra Belgio e Scandinavia, non esattamente due zone dalla spiccata (ed esportabile) tradizione musicale. Si è imposto in Italia, un paese tutt’altro che pionieristico in tema di derivazioni rock: i Genesis trovarono nuova linfa e spinta a non mollare proprio nel nostro paese, attraverso la convivenza con Mina, Morandi e Aznavour.

È complesso, pomposo, noioso e inascoltabile alle orecchie meno attente, ma universale e personale allo stesso tempo per chi ha la pazienza – e la voglia – di lasciarsi conquistare. Ecco, io quel pomeriggio d’agosto mi lasciai conquistare. E ancora oggi ringrazio quel mio amico, ovunque sia.

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