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Interviste

Un figlio di nome Little Taver: intervista al rocker emiliano

“Scusa Adolfo c’hai un cevingum?”

“Ma non ti doveva venire il tetano a te?!“

“Oh, a me mi dà sicurezza masticare il cevingum”

Chi parla è un ragazzo sui trenta che col taglio alla Elvis sta per scendere in campo in una partita dentro-fuori del più classico torneo dei bar, chi l’ha mandato folkloristicamente a spendere ha le sembianze di Francesco Guccini. Sullo sfondo Correggio, paese di origine del trentenne che all’anagrafe fa Davide Tavernelli, nome che potrebbe dire poco ai più, ma che per gli appassionati di rock di Reggio Emilia difficilmente passerà inosservato soprattutto se unito al suo nome d’arte: Little Taver. Personaggio che con i Crazy Alligators ha fatto del rockabilly la propria fede, mischiandola con il mondo del demenziale, frullando il tutto in spettacoli che dal palco sono passati alla modulazione di frequenza, poi in TV, in una versione riveduta e corretta del Portobello di Enzo Tortora, in cui lo scopo dei presenti era far ridere nientemeno che una capra.

Quindi, se non conoscete Little Taver, noi lo seguiamo da un bel po’, è sufficiente che leggiate a seguire, con un doppio carpiato in un passato ancora relativamente recente. Un’intervista nel corso della quale la follia del personaggio da spazio alla serietà (serietà ?!) dell’appassionato e dell’entertainer che con grande disponibilità ha parlato di film, musica, amicizia e di matrimoni, ma non nel ruolo di sposo. 

Parlaci di te, ovvero le tue origini, le tue passioni e cosa ti abbia portato a essere il Davide Tavernelli di oggi.

Sono nato ascoltando la musica New wave grazie a mio fratello Fabrizio che in mansarda l’ascoltava fin dai primi anni ’80. Parlo di gruppi come i Bahuahus, Siouxsie and the Banshees, i Cure e i Cult, fino al primo punk di Clash, Sex Pistols e Ramones, il tutto mentre i miei amici erano flippati per la pop music dei Baltimora, quelli di Tarzan Boy, Raf, con Self Control, e I Gazebo, con I Like Chopin.  

Il ‘mitico Taver’, anzi Little Taver, e poi spiegheremo perché, si avvicinò alla musica iniziando con il punk d’oltre manica e d’oltre oceano. Poi prima il fulmine lo intercettò lungo la strada che da Correggio porta a Tupelo, che per chi non lo sapesse è la città natale di Elvis, e infine gli ‘urlatori’ del festival di san Remo lo fanno virare definitivamente verso quello che sei oggi. Cosa ti ricordi dei primi amori musicali. Non ti è rimasto Proprio nulla? O ancora il vecchio Johnny Rotten cova sotto le ceneri del Rockabilly?

L’inizio della mia passione per il rockabilly avvenne nell’82 quando a Sanremo si esibirono i newyorchesi Stray Cats, tre ragazzi col ciuffone con Slim Jim Phantom alla batteria, Lee Rocker al contrabbasso e soprattutto Brian Setzer chitarra e voce solista, ecco in quel momento cambiò davvero tutto e rimasi talmente impressionato da voler scoprire questo genere musicale. Quindi da quel momento ripassai i fondamentali partendo da Little Richard, Elvis, Eddie Cochran e Gene Vincent, solo che non masticavo benissimo l’inglese, anzi non lo masticavo proprio, e così provai a vedere se in Italia ci fossero artisti che si muovevano nel medesimo territorio, e così scoprii gli ‘urlatori’, cantanti come il primo Celentano, la primissima Mina, che si esibiva sotto lo pseudonimo di Baby Gate, Gaber, Little Tony e anche quelli più fuori dalle righe come Clem Sacco e Ghigo Agosti.

Da sempre leggo che per creare il tuo personaggio c’è un mix di Buscaglione, Belushi, di certo Elvis. Vero o c’è anche altro? Quali gli artisti che ti hanno appassionato e che hai fatto convergere nelle tue scelte musicali?

Beh, Belushi di certo su tutti per la forte similitudine fisica che ci accomuna e per l’incredibile energia che sprigionava in scena. Poi entrambi abbiamo una grande vena di pazzia, coinvolgiamo il pubblico, sudiamo copiosamente, improvvisiamo e io come lui in scena non sto veramente mai fermo. 

A proposito del personaggio chi ha visto Radiofreccia difficilmente si scorda di Kingo non presente, in termini d’inquadrature, come altri personaggi, ma decisamente inconfondibile con il suo taglio rockabilly. Quindi doppia domanda scontata come il panettone il 7 di gennaio: Molti non ti conoscevano prima di vederti al cinema, quanto il film ti ha dato popolarità, magari anche lontano dall’Emilia? E quanto di Kingo c’è in te? Lo domando perché spesso si dice che non hai avuto difficoltà a interpretarlo perché non hai fatto altro che essere te stesso.

Luciano (Ligabue nda) un pomeriggio mi chiamò e mi disse: “Taver sei pronto a fare l’attore?

Sì, pronto. Dimmi cosa devo fare?

Guarda, mi serve uno che faccia il deficiente e tu sei perfetto

Ma scusa, avrò bisogno di un copione

Guarda il deficiente lo sai fare benissimo, quindi non c’è bisogno di nessun copione. Vieni domattina che iniziamo le riprese

Iniziammo a fare le riprese e Luciano continuava a dirmi “fai quello che fai solitamente quando entri al bar” ecco a quel punto ho dato fondo al mio repertorio, ovvero faccio il manesco ai limiti della colluttazione, lo spacca maroni. Poi nel corso dei concerti capita che mi denudi, e la stessa scena l’ho fatta anche al matrimonio di Iena.

Alla fine pur facendo sette, massimo otto, pose il mio personaggio mi ha dato una grande visibilità sia come ingaggi musicali, che da quel momento sono decisamente aumentati, ma anche come esibizioni. Pensa che ancora oggi capita che replichi la scena del matrimonio come scherzo di nozze alla coppia dei novelli sposi, arrivo per il taglio della torta, mi denudo e poi esco di scena. Unico problema il vestito dorato che uso nei concerti e che indossavo nel film. Non mi va più bene e non capisco se sia mia madre che ha sbagliato lavaggio oppure io che mi sono allargato.

Poco fa dicevamo che tu sia ‘Little Taver’ e non per le dimensioni ma perché tuo fratello Fabrizio, che come te ha cercato fortuna nel mondo della musica, vanti l’appellativo di ‘Taver senior’. In cosa differisce il vostro approccio musicale, se non erro fu lui che t’instradò verso Ramones, Sex Pistols e New York Dolls, e come riuscite magari a collaborare pur avendo passioni così differenti?

Beh io sono il più piccolo della famiglia Tavernelli, cominciando da mia nonna che cantava nel coro delle mondine di Correggio, poi mio zio che ha sempre avuto il monopolio del liscio della zona, al punto di condurre anche dei programmi tv sempre a tema Liscio, a seguire mio fratello Fabrizio che nei primi anni ’80 ha portato la new wave in Italia, prima con gli En Manque D’Autre e poi con gli AFA (Acid Folk Allenza), nello stesso periodo in cui gruppi come i CCCP e gli Üstmamò si stavano facendo strada. 

In merito alle collaborazioni fra i due Taver: Discoli, la trasmissione radio che fra una battuta e l’altra libera curiosità, citazioni e una tracklist sempre di primissimo livello è fra le migliori cose che abbia sentito recentemente. Come vi è venuta in mente l’idea di questa trasmissione che conferma, come se ce ne fosse bisogno, una conoscenza musicale a 360° e non solo limitata a un preciso periodo?

La cosa che maggiormente fa sorridere è vedere due fratelli con caratteri così differenti. Lui introverso, posato, ma non sul palco, mentre io sono l’esatto contrario. In Discoli, il programma per MikroRadio, la web radio dove sono confluiti molti DJ della vecchia K – Rock. Il fatto che la tracklist ti piaccia ci fa veramente piacere, proprio perché non vogliamo essere una trasmissione in cui sul piatto girano solo pezzi di un certo genere, solo R&R o solo punk, ma è proprio giocata sulle nostre differenze in termini di gusti musicali, ad esempio proponiamo cinque pezzi del genere che piace all’altro e che pensiamo possano piacergli. Io quindi propongo pezzi Punk, New wave e musica più ricercata, mentre lui mi propone pezzi rockabilly, garage e surf.

Correggio è fucina di amanti della musica e del rock in particolare. Ci sei tu, tuo fratello ed è inevitabile parlare della famiglia Ligabue: Marco ha suonato con i tuoi Crazy Alligators. Luciano ti ha voluto in Radiofreccia, ti ha fatto aprire i suoi concerti e non ha mai lesinato parole di stima ‘per il vero rocker del paese’ che lui, (Luciano) ‘al massimo arrivava secondo’ (cit.). Cosa ci puoi dire di questi due protagonisti della tua carriera. Differenti da te, in termini di gusti musicali, ma altrettanto presenti.

Tornando alla domanda riguardante mio fratello fu proprio la grande amicizia che mi unisce da quasi sempre con Marco, con il quale ci conosciamo da quando avevamo 16, 17 anni, da quando frequentavamo gli stessi locali tipo il Ritz di Novellara o il Corallo di Scandiano, che spinse entrambi sul palco, proprio perché entrambi abbiamo fratelli che suonavano e quindi ci venne la voglia di provare a gettarci nella mischia. Oggi Marco fa musica molto diversa, più tendente al pop, ma è cresciuto ascoltando rock anni ’60, garage, punk e new wave. Fu nel ’93 che fondammo il gruppo cantando solo in italiano perché come dicevo ho un pessimo rapporto con l’inglese. Il tutto con non poche difficoltà perché inizialmente molti pensavano che volessimo parodiare il rockabilly e solo poi ci hanno riconosciuto come interpreti di livello. Con Marco il rapporto è ancora di grande amicizia anche se la sua uscita dal gruppo nel 2001, per cercare di lanciare i Rio, è stato inizialmente vissuto come un piccolo shock anche se alla fine tutto è rientrato come è giusto che fosse. Con Luciano invece ci conosciamo perché prima di tutto giocavamo a calcio nelle squadre amatoriali, poi inevitabilmente avere come amico il fratello ci ha fatto conoscere fin troppo bene e molto prima che fosse travolto dal successo del primo disco. Per me è un compaesano come tanti altri, con il quale scherzare ai limiti della colluttazione quando ci vediamo. Uno che quando mio padre ha avuto un grave problema di salute non ha esitato di incoraggiarlo dallo studio del Roxy Bar e soprattutto è uno al quale devo molto del mio successo dato che mi ha fatto aprire vari suoi concerti come San Siro e il Campovolo su tutti, oltre a darmi la possibilità di diventare Kingo!

Per finire: in rapporto a una carriera ultra trentennale i dischi incisi non sono molti e molto di più sono le imperdibili performance live. Non a caso parlo di performance perché più che di concerti si tratta di qualche cosa che ho intravisto solo in Elio e le Storie Tese o nei primissimi Skiantos. Quindi ti reputi più intrattenitore, cantante o showman?

Riportare la nostra carica su un disco è difficile e anche per questo abbiamo inciso solamente tre LP, con un quarto in procinto di uscire, proprio perché mi reputo più performer che un cantante e quindi restituire su CD le atmosfere che creiamo in scena è davvero impossibile. Non mi fraintendere però, adesso gli Alligators hanno una bella sezione fiati, piano contrabbasso, chitarra e batteria e con collaborazioni di spessore con autori di livello quali Michael Bublè, Mario Biondi, Irene Grandi. D’altro canto non potrebbe essere differente avendo aperto concerti di grandi star e aver partecipato a festival in tutta Europa.

 “Kingo… Kingo Continua..”

Così Bruno Iori concludeva l’ultima trasmissione di Radiofreccia. Kingo con le sue scarpe di serpente e forse un brillante in pieno dente, le sue basette, la brillantina, gli occhiali da sole, forse Kingo è ancora lì al bar Laika a dare il peggio di sé, o forse, come diceva quell’altro suo conterraneo, “era già nudo in nome del rock”, anzi “in nome del rockabilly”, parole e musica di Little Taver, ça va sans dire.

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