Impatto Sonoro
Menu

Interviste

“Gli alberi non vogliono”, dialogo tra natura e rumore: intervista a Naresh Ran

Nella filosofia socratica il dialogo è uno strumento che tramite uno scambio tra gli interlocutori mira alla correzione di un errore iniziale, per giungere a una verità condivisa.

Gli alberi non vogliono“, in uscita il prossimo 17 dicembre su Dio Drone e Sounds Against Humanity, è il nuovo Ep di Naresh Ran, che prosegue così il percorso di ricerca dell’artista toscano. Dopo “Re dei Re Minore” – album registrato on the road, i cui suoni sono stati costruiti da zero elaborando registrazioni d’ambiente e rumori rubati – sono ancora i field recordings i protagonisti assoluti: concepito come un Ep, nonostante la lunga durata, “Gli alberi non vogliono” è composto di quattro sessioni, registrate in luoghi diversi, senza una vera post produzione.

Quattro frangenti in cui ho processato le voci dell’ambiente circostante sul momento, come se le stessi traducendo, rispondendo poi con i miei strumenti come in un vero dialogo. Una discussione, uno scambio di confidenze alla pari tra spazio e persona, luogo e visitatore indesiderato.

Di seguito vi presentiamo in anteprima il video del primo estratto Stalker, più sotto la nostra intervista a Naresh Ran, che ci ha spiegato meglio la genesi del suo nuovo lavoro.

Innanzitutto come stai? E come sta Dio Drone?

Inutile fingere che sia un periodo normale, ma malgrado tutto faccio del mio meglio per sentirmi bene e restare lucido. E soprattutto cerco di impegnarmi a portare avanti le mie cose e concretizzare i progetti che ho in mente, senza i quali mi sento perduto. Parafrasando gli Uochi Toki, il ‘creo’ vincerà sempre sul ‘credo’, e in questo caso anche sull’aspettare e lo sperare in tempi migliori. Dio Drone è viva come sempre, solida e monolitica come una montagna scura ma benevola. Non ho mai smesso di organizzare cose in giro, per quanto possibile, e di recente ho prodotto un lavoro a quattro mani marchiato An Moku e Blakmoth, e mi ha dato bellissime vibrazioni realizzare quella che di fatto è stata la prima uscita invernale della label. Mi emoziono ancora per queste cose dopo quasi 10 anni.

Com’è fare un disco nel 2021?

Gli Alberi Non Vogliono è stato concepito e realizzato a cavallo tra fine 2020 e inizio 2021, in pieno momento di zone rosse e divieti improbabili. A un anno di distanza, ora che sta per uscire, mi piacerebbe poter dire che la situazione sia drasticamente diversa. La sensazione purtroppo è sempre quella di una profonda tensione malsana generale, fastidiosa persino per i devoti all’oscurità come il qui presente.

Raccontaci com’è nata l’idea di questo disco e come hai fatto a realizzarlo.

In pieno periodo di zone rosse, dopo 24 infiniti giorni di isolamento a causa dell’influenza più in voga negli ultimi tempi, ho sentito un disperato bisogno di contatto con il mondo esterno e con i suoi elementi più semplici e naturali. Ma più che lo scambio con altre persone, perché da marzo scorso gli argomenti sono troppo spesso davvero sempre gli stessi, sentivo la profonda necessità di tornare alle radici e di confrontarmi con spazi, luoghi e ambienti che mi permettessero di respirare all’aria aperta. Gli alberi, come simbologia e forma, mi hanno sempre estremamente affascinato, non a caso ne porto uno tatuato su tutta la schiena. Mi è venuto quindi spontaneo raccogliere alcuni dei miei strumenti portatili e raggiungere qualche luogo sperduto dell’hinterland toscano in mezzo ai boschi, o comunque luoghi dove la natura ha prevalso sulle strutture, dove sedermi a terra, accendere tutte le macchinette e una volta indossate le cuffie mettermi in ascolto. Non volevo necessariamente ‘suonare’, ma più interpretare i suoni dell’ambiente intorno a me processandoli, come se li stessi traducendo. Più che imporre i miei suoni, le mie idee e la mia voce ci tenevo soprattutto ad ascoltare, anche per smussare gli spigoli più affilati del mio ego di musicista. Solo dopo ho percepito anche la voglia di dire qualcosa di mio, e rispondere ai rumori che mi arrivavano con dei piccoli suoni, creando un botta e risposta, un vero dialogo ‘..per giungere a una verità condivisa..’ (Socrate).

Parliamo di gear se non ti dispiace, che cosa hai usato per creare

Pochissime cose. Un registratore H4 della Zoom, usato principalmente come microfono, collegato al Norns della Monome, con cui ho effettato e modulato i field recordings. E infine il sempre presente Op1 della Teenage Engineering, con cui ho campionato e suonato a tutti gli effetti i suoni che ho creato nel tempo, e che ormai fanno sempre parte del mio linguaggio quando faccio musica. Tutto quello che si sente nei 4 ‘momenti’ del disco è registrato live, senza sovraincisioni o effetti speciali. Ci tenevo che fosse tutto il più ‘vero’ possibile, senza artifizi. Le uniche mani esterne che hanno avuto un ruolo in questo lavoro sono quelle di Lorenzo Abattoir, stimato amico e musicista incredibile, che ha curato il mastering delle tracce giocando in modo estremo con le frequenze, per tirar fuori ogni minima sfumatura nascosta di questi bizzarri dialoghi.

Ti abbiamo visto in molte vesti musicalmente parlando, vorrei sapere cosa ti lega a livello personale a questo mondo dei rumori e dei suoni d’ambiente? 

Il rumore è entrato prepotentemente nella mia vita da ragazzino, quando spulciando tra i dischi di casa ho scoperto cose che all’epoca non sapevo assolutamente interpretare ma che mi hanno conquistato da subito senza un perchè consapevole. La scrittura è stato il primo linguaggio che ho scelto per esprimermi, ma di ciò che buttavo su carta ho sempre percepito un certo limite, come se non avesse abbastanza forza. Credo che sia stato proprio questo a portarmi poi a urlare nei microfoni e a suonare a volumi da denuncia. Soltanto negli anni ho iniziato a percepire anche la forza dei suoni apparentemente più tenui, e pian piano ho trovato dentro me la giusta sicurezza per mettere da parte la mia voce, decentrare il mio personale ruolo di ‘musicista’, mettere via gli strumenti e fermarmi ad ascoltare. In qualche modo questo prosegue il percorso di allontanamento da qualsiasi zona comfort iniziato conRe Dei Re Minore, e che ha irrimediabilmente influenzato ogni mia piccola scelta successiva. L’eterna lotta tra l’ego e l’anti ego insomma.

Photo: Stefano Mei

Nelle ultime tue uscite parlavamo dell’attitudine “on the road”, l’hai conservata anche per questo disco?

Sì, e se possibile l’ho estremizzata. Prima tutto ruotava intorno al registrare rumori che poi avrei lavorato e processato per trasformarli in suoni, e con questi costruire delle tracce. In questo caso invece ho provato a spingermi più a largo, costringendomi a concentrare la fase creativa nello stesso momento di quella dell’ascolto. Tutto è legato al momento in modo indissolubile, al qui & ora, all’irripetibile.

Cosa vorresti provocare nell’ascoltatore con questi pezzi? Consigliaci qualche occasione d’ascolto.

Non ho alcuna pretesa, e banalmente mi piace l’idea che ognuno ci senta dentro quello che preferisce. Le tracce sono lunghe, ideali per un viaggio proprio perché ognuna rappresenta un percorso, come in una conversazione in cui si parte da un argomento specifico per poi perdersi nel più distante dei massimi sistemi. Non ci sono voci umane, a parte un lamento distante che ho campionato da una vecchia registrazione realizzata con Vespertina, vocalist inconsapevole della traccia di chiusura. Ascoltate questo lavoro in cuffia, o a volume molto alto, così da prendere tutto ciò che c’è da percepire. E poi magari andate nel bosco più vicino, mettetevi comodi e ascoltate tutte le voci intorno a voi con i vostri personali timpani. Che è sicuramente più interessante.

Ci sono delle influenze che ti hanno aiutato a creare il concept di ‘Gli Alberi Non Vogliono’ ? Non per forza musicali

Il cinema ha sempre una grande influenza in tutto ciò che faccio, anche se in questo caso ha giocato un ruolo di ispirazione principalmente nei titoli (gli alberi non vogliono è una frase rubata a La Casa di Sam Raimi). A posteriori mi sono reso conto di quanto però Stalker di Tarkowskij e la serie mIl Cartografo degli Uochi Toki, rivisti entrambi durante il lockdown, abbiano dato una loro impronta alla mia voglia di muovermi da solo e confrontarmi con spazi deserti. I tempi che corrono, con le loro fasi di isolamento e divieti, mi hanno proiettato in una dimensione da ‘zona di esclusione’ in stile Chernobyl che ha drasticamente contaminato l’immaginario che si cela dietro questo disco, e che fa capolino negli stessi nomi scelti per le 4 sessioni: ‘Quarta Zona’ (l’area ucraina più esposta alle radiazioni), ‘Stalker’, ‘La Via Di Shimokage’ (apocalittica corrente magica protagonista del film Noroi) e ‘Il Vampiro’ (ispirato alla sensazione di lento dissanguamento di fronte all’ineluttabilità delle cose). E infine, vivendo sopra un incrocio stradale, il suono che più associo al momento del lockdown è proprio l’innaturale silenzio mai sperimentato nella mia stanza da che ricordo. E che è stato ipnotico come la più intensa delle colonne sonore. Forse è stata proprio questa la più intensa ispirazione per tutto ciò che ho realizzato in seguito.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Da prima dell’estate sto collaborando con Polaris Engineering, un’azienda di Pistoia con cui sto progettando un’intelligenza artificiale capace di sonorizzare le costellazioni. Il lavoro più sporco, quello tecnico, è affidato al data scientist Alessandro Rizzuto, che con pazienza asseconda i miei deliri di sonorizzazione di massa. Contemporaneamente sto curando con Dio Drone l’uscita di alcuni dischi, tra cui l’attesissimo (per così dire) nuovo album di quei disgraziati degli Hate & Merda in arrivo per S.Valentino. Insomma, mi riposerò quando sarò polvere

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati