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Penny Rimbaud & Youth – Corpus Mei

2021 - One Little Independent Records / Bertus
classica moderna / spoken word

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Tracklist

1. Somewhere Over The Rainbow
2. Mammon's Minion
3. We The Mountain We The Sea
4. And If I Lust
5. I Too
6. Incantations Of Intimacy
7. You Stare
8. You Brave Old Land
9. Shadows
10. Bread & Wine


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Se dopo quarant’anni gli album di Crass e Killing Joke suonano ancora attuali, non tanto dal punto di vista sonoro quanto più da quello politico, perché non può esserlo “Corpus Mei”, nel 2011, soprattutto se a crearlo sono Penny Rimbaud e Youth, che di quelle due band sono stati e sempre saranno perno ed emanazione? La cosa ovviamente è socialmente spaventosa, ma bisogna guardare alle cose così come stanno. Il mondo non si muove in avanti, ma scarta di lato, barcollando.

Maestri delle loro arti, Rimbaud e Glover danno vita a qualcosa che si incunea a fatica in questa nuova realtà, veloce, incapace di trattenere le parole tanto da riversarle tutte senza filtri su una rete in cui il verbo è inflazionato e le storie sono numerose ma nessuna ha capacità di attecchire e restare oltre il tempo di un refresh. Il bello è che è proprio questa la forza di un disco come quello che i due inglesi portano a compimento, il suo essere legato al prima con l’intensità dell’ora ineluttabile.

Parole che vorticano nell’aria e non si ripetono mai, poesie di protesta e che dipingono ora il mondo così com’è, ossia uno schifo senza redenzione, ora come un contenitore di forze superiori, che sfondano il muro della realtà andando ben oltre, incatenate e poi lasciate libere dalla voce potente e ferma di Penny, che cede il passo alla compagna di sempre Eve Libertine, pronti a puntare il dito contro i mostri che la società l’hanno portata al disfacimento, requiem per persone che il velo lo hanno superato, la natura che presto o tardi divorerà tutto, di nuovo.

Le composizioni liquide di Martin sono organiche e potenti, lastricate di melodie tendenti all’infinito, con pochissimi riferimenti, e quando ci sono prendono forma di lunghe tessiture di sax (eccelso il lavoro di Louise Elliott sulla splendente Incantation Of Intimacy), e in loro assenza bordoni oscuri di synth creano tensioni difficili da scrollare di dosso, si attaccano come pece, e lì restano fino alla fine del viaggio intrapreso sulle ali di orchestre fantasma che richiamano a gran voce i paesaggi di Albione, al crocevia da antichità e futuro (l’epica You Brave Old Land su tutte).

Un colpo di teatro, unico nella sua fatale cavalcata tra apocalisse e introspezione, ricordi di lotta artisticamente armata e fantasia illimitata. Non finirà in nessuna classifica, e non deve. È qualcos’altro. L’epitaffio di quello che fu e mai più sarà.

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