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Dr. Dre & “The Chronic”: nient’altro che una questione da gangsta

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Immaginate di trovarvi in California, a Venice Beach, con i vostri occhiali da sole preferiti, un blunt in una mano – perché una semplice sigaretta non renderebbe certo l’idea – ed una birra ghiacciata nell’altra. Immaginate qualcosa di iconico sin dalla copertina (simpatico omaggio alle cartine “Zig-Zag”), di influente, senza tempo, capace di determinare da solo un sound preciso ed innovativo che ancora oggi resiste nell’immaginario comune. E ancora, immaginate un’ottima operazione di talent scouting, tanta voglia di riscatto personale, di party in pieno “West Coast style” e la firma di uno dei produttori hip hop più importanti di sempre: perfetto, ora – e solo ora – siete pronti per mettere il tanto acclamato “The Chronic” in riproduzione. Un puro concentrato di gangsta rap e marijuana, dove il primo elemento viene rallentato dall’effetto del secondo (o più semplicemente dal funk, se preferite) e il risultato non può che essere il seguente: un sottogenere nuovo di zecca e vero dominatore sonoro – incontrastato per almeno 4 anni – dell’hip hop a stelle e strisce made in ovest, chiamato G-Funk.

Qualche cenno storico mi sembra tuttavia doveroso: siamo nel 1992 e Dr. Dre ha appena rotto con N.W.A. e Ruthless Records, trovando momentaneamente riparo in casa Death Row Records, all’epoca gestita da mr. Suge Knight: non esattamente il gentiluomo di cui c’era bisogno. Ma poco importa, perché saranno due i capolavori sfornati sotto l’ala protettiva di Knight: “Doggystyle” di un emergente Snoop Doggy Dogg – scoperto e prodotto proprio da Dre – e, appunto, “The Chronic” che, oltre ad essere il primo album solista del produttore nativo di Compton, provvederà a lanciare la carriera del giovane rapper. Sì, perché Snoop non è solo un’amichevole comparsa all’interno di questo iconico progetto, che a tratti potrebbe essere ritenuto più suo – data l’indiscutibile onnipresenza – che dello stesso Dre, le cui liriche, spesso, portano la firma di talentuosissimi collaboratori quali The D.O.C., suo storico (e sfortunato) compagno di merende sin dai tempi dei già citati Niggaz Wit Attitudes. E quindi quale fu, in questo caso, la tanto agognata ricetta del successo? Faccione in copertina, veri e popri bangers in stile West Coast – diventati classici da cui attingere ancora oggi – come “Nuthin’ But A “G” Thang” o “Let Me Ride”, un’innovativa fusione tra funk e gangsta rap, produzioni fuori dal comune per l’epoca, un’intelligente riduzione dei campionamenti rispetto ai suoi colleghi, ottimi liricisti a disposizione ed un giovane talento divenuto famoso – ancor prima del suo debutto ufficiale – grazie al suo stile inconfondibile. Non dimentichiamoci dei continui dissing ad alimentare il gossip e soprattutto la faida con l’ex compagno ed amico Eazy-E in “Fuck Wit Dre Day (And Everybody’s Celebratin’)”: un aspetto che è sicuramente da tenere in considerazione, visto che all’epoca non si poteva che parlare di ciò tra gli appassionati di genere.

E poco importa di caposaldi fondanti della cultura hip hop quali la “street credibility”, elemento che da sempre viene sfoderato contro la musica del fortunato produttore, il quale non è certo famoso per il suo passato “di strada”, tema che inevitabilmente risulta preponderante nei suoi dischi; poco importa quando i risultati sono così evidenti e soprattutto influenti – persino nelle skit un po’ più “spinte”: ricordate Biggie in Ready To Die? –; poco importa quando è la sostanza a parlare, quando il racconto è così ben costruito, quando è la musica ad occupare la prima posizione. In altre parole: “The Chronic” non è altro che uno dei migliori blunt della storia della musica hip hop: vi sembra poco rollare praticamente tutta la tradizione della musica soul e funk mista ad una personale interpretazione del gangsta rap, adesso fatto di veri strumenti e di pochi samples accuratamente selezionati? Il risultato non può che essere devastante. Perché anche se non hai conosciuto il mondo che vi è descritto, riesci comunque ad immaginarlo: riesci a camminare per le strade di Los Angeles, a sentire l’odore di idroponica, a immaginare i lowrider colorati che potrebbero affiancarti e le ragazze in costume da bagno sopra. Quel mondo che non ti ha mai nemmeno sfiorato, è improvvisamente in casa tua e non c’è modo di farlo uscire: Snoop Doggy Dogg e Dr. Dre sono alla tua porta.

Insomma, uno dei migliori dischi della storia della musica hip hop compie 29 anni ed, oltre che all’eterna gratitudine, a rimanere intatto è senz’altro lo stato di quel messaggio che tanti anni fa è stato lanciato da un ragazzo di nemmeno 30 anni: e cioè che “The Chronic”, oggi come allora, non è nient’altro che una questione da gangsta. Ma con la musica in primo piano.

 

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