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Birds Of Passage – The Last Garden

2021 - Denovali
dream pop / ambient

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Tracklist

1. It's Too Late Now
2. The Light Became
3. The Creed
4. Worship My Flaws
5. Find Me Another
6. A Tale Of Two Cities
7. We Fell For The Devil To Rise
8. Petite Mort
9. On Our Hands


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A distanza di tre anni dall’ultimo album, “The Death Of Our Invention”, la neozelandese Alicia Merz rompe il silenzio con il quinto album “The Last Garden”, con il nom de plume Birds Of Passage. Alicia non condivide molto con il pubblico, se non attraverso la sua musica, e così questo album offre un raro sguardo nel suo mondo segreto. Un morbido universo di paesaggi sonori minimalisti, di shoegaze reinventato che accompagnano la voce dorata e vellutata di Merz nelle nove tracce, ognuna misteriosa ed evocativa come l’altra. Il suono, rispetto alle produzioni passate, è ancora più rarefatto, impercettibile, a tratti assente.

L’architettura sonora di “The Last Garden” è tanto fredda quanto intima, tanto leggera quanto devastante. Luce e ombra in egual misura. Mi sembra doveroso premettere che è un album meraviglioso e struggente. Un’esperienza onirica in terre candide, il cui unico riferimento nello spazio è la voce di Alicia, che attraversa lo spazio costruendone le profondità con poesie e delicatezza.

It’s Too Late Now crea un’atmosfera immobile, irreale. La sua morbidezza, priva di percussioni, scivola fluida controbilanciata da una foschia di droni, cupa, quasi gotica. La voce della Merz entra nel brano delicatamente, eterea, ipnotica. Il testo, profondamente malinconico, arricchisce il brano di bellezza. Essere nella nebbia, ferma. The Light Became sembra quasi una nenia da carillon, mentre la voce di Alicia Merz, doppia, triplamente tracciata, è in primo piano creando un paesaggio di un sogno sospeso, triste, le cui parole rimandano inevitabilmente ad un’attesa (My sister wait/ My hand/ And see/ For all/ And everything).

The Creed suona più cupa, desolata come una terra, metaforica e non, alla quale è stato strappato tutto, persino il luogo delegato alla paura. Cosa resta se non c’è nemmeno più la paura? Se di tutto quello che si è non rimane che un involucro consunto e vuoto, lacerato fino alle ossa? In nome di chi o cosa? (Can you find a reason? How can you justify the creed?). Worship My Flaws incanta grazie al suo ronzio di corde celtiche che dialogano alla perfezione con la voce. Il testo è pieno di dolore. Un dolore consapevole, vivo, quasi da proteggere. Find Me Another suona leggera, come un interludio. Voci distorte e flow che rimanda vagamente al sound scandinavo che cede il passo ad un pezzo sul senso del tempo e del ricordo in A Tale Of Two Cities

Devastante e poetica è We Fell For The Devil To Rise. La voce della Merz sussurra delicata “I was a school girl/ I did the work/ I was the cattle/ trampling the dirt/ I fell for the story/  I fell for the glory/ I fell for the angels demise/  I fell for the devil to rise.” Petit Mort è due minuti di esibizione quasi a cappella su un flow delicato, fatto di droni delicati e lontani, di arpeggi e pianoforte. La voce della Merz è nuda, in primo piano, forte e delicata. On Our Hands chiude un viaggio. Il folk dolce viene disturbato da distorsioni che rimandano alla rottura del sogno. Alla realtà.

Perché, in fin dei conti, “The Last Garden” di questo tratta. Di un sogno interrotto, di un paradiso, reale o solo immaginato, poco importa, andato infranto. Il senso di perdita che si respira in tutto l’album non è un lutto vestito banalmente di nero, ma piuttosto ci pone davanti alla delicatezza e alla bellezza che risiedono naturalmente nel dolore. 

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