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Deaf Club – Productive Disruption

2022 - Three One G
hardcore / grind

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Tracklist

1. For A Good Time Call Someone Else
2. Chew The Fat
3. Don’t Forget To Live
4. Catching Flies
5. Shoplift From Jail
6. Wide Lawn, Narrow Mind
7. Full as a Tick
8. Someday All Men Will Die
9. A Day at the Racist
10. New Voodoo
11. Stop Appealing To God
12. Public Acid
13. Power Of Negative Thinking
14. Planet Bombing


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Ogni epoca ha la sua scena, e quando non ci sono più scene si suda freddo. Negli Stati Uniti, anche in un’epoca di disunione planetaria (fisica, se si bada agli ultimi due anni), una scena continua ad esistere e ha un nome e un volto, quello di Justin Pearson. La convinzione che spinge lui e i suoi compagni d’avventura, che prenda forma nei The Locust (aspettiamo il vostro ritorno, lo sapete?), Retox, Head Wound City, Some Girls, Planet B, Satanic Planet o Dead Cross non cambia quel che ne consegue, ossia la reiterazione di una violenza in forma d’arte che fa tutto tranne che lasciare indifferenti. I Deaf Club non sono da meno.

Senza il bisogno di allontanarsi da un suono cui proprio Pearson ha dato nuova vita, prendendo ciò che i suoi predecessori (uno su tutti Jello Biafra) avevano costruito distruggendo le convenzioni, riesce un’altra volta nell’intento di far prendere alla violenza una piega diversa. Non è un compito semplice, in tanti tendono ad incartarsi in un percorso tortuoso che prevede una determinata integrità sonora che spesso si traduce in copycat infiniti, ma lo stesso non può dirsi di Justin e di certo non per questa belva che include altri pesi massimi di quella scena di cui sopra, ovvero Brian Amalfitano (ACxDC), Scott Osment (Weak Flesh), Tommy Meehan (The Manx, Chum Out!) e Jason Klein (Run With The Hunted), e questa è altra sua capacità innata, quella di circondarsi delle persone giuste per la giusta resa.

Detto questo ciò che rappresenta “Productive Disruption” è quanto una furia tanto devastante possa risultare come il frutto di architetture complesse e labirinti mefistofelici. Il tavolo è imbastito dalle chitarre di Meehan ed Amalfitano, spesso intenti ad innalzare mura progressive attorno alla voce indemoniata di Pearson, che qua pare ancor più il pregio (più ancora che nei Retox, per intenderci) di lanciarsi in linee incendiarie e invettive debilitanti. Se è pur vero che il senso di claustrofobia hardcore sia dominante, è anche vero che la melodia non è stata cacciata dall’orgia di mazzate che si abbatte nell’arco di tutti i 14 brani che compongono l’album, si fa strada tra le distorsioni, trova un suo spazio nella tensione squilibrata della ferocia, si fa collante e compagna di una sezione ritmica scorticante, una goccia microscopica di post-punk in un mare di elettricità grind allucinogena (Wide Lawn, Narrow Mind si erge maestosamente folle in mezzo al macello).

Non è tempo per la punk-routine (per citare i Refused), ma solo per prendersi una bella batosta e bruciare come il cerino in copertina.

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