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“Terremoto” e la maledizione politica che non si può spezzare

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Eran secoli secoli secoli secoli fa

o forse un attimo un attimo un attimo un attimo

Dimmi il nome

Il mantra del Paese Reale, quello che finge di cambiare, quello che “hanno cambiato faccia”, quello che continuiamo ad abitare come nulla fosse. L’Italia entra nell’ultimo decennio del ‘900 con un fascicolo aperto sul tavolo della Procura di Milano e da lì non si schioderà più. Fingerà di farlo, si truccherà e con Lei il suo popolo, fino a perdere totalmente la cognizione di sé. L’inizio di un decennio di morte, una scia di sangue lunga ben più di dieci anni, il piombo degli anni ’70 distribuito a chiunque, dal popolo, dai suoi eletti, da coloro che vivono all’ombra di questi ultimi, mietendo vittime in un’orgia di violenza fisica e sociale che niente potrà mai pulire, anche se la memoria dell’italiano è notoriamente corta. Fin troppo.

Non sono in molti, tra gli anni ’80 e i ’90, ad alzare la voce, a parlare di cose scomode, sporche e reali, alcuni addirittura con il crollo del Muro escono di scena, altri vengono inghiottiti, un’intera scena autoannientatasi per la troppa foga di essere feroce, una perdita che non verrà mai compensata nemmeno con la nuova ondata di band che diedero voce a chi voce non ne aveva. Di certo ancor meno erano quelli che decidevano di prendersi la briga di guardare in faccia ai demoni politici del nostro Paese indirizzandovi uno sputo senza tanti giri di parole. Tra questi c’erano i Litfiba di “Terremoto”.

Il 1992 puzza di soldi sporchi e nell’aria risuona il rumore delle manette, delle bombe, delle grida, il sangue da scia diventa una cascata, Cosa Nostra e i Signori della Prima Repubblica segnano la realtà, incidono così a fondo la carne dello Stato che la ferita non si rimarginerà mai e poi mai, anche se oggi ignoriamo il fetore di carne marcia e l’infezione che ha creato malattie politiche che sembrano non avere cura alcuna. Pelù e Renzulli erano in quel momento reduci dalla “Trilogia del Potere”, il loro modo in musica di dipingere una realtà incastrata tra guerre che non hanno mai fine e che si traducono in conflitti eterni, il Medioriente ancora ben oltre la polveriera, già esploso, le Guerre Jugoslave, quelle per l’indipendenza dei popoli oltreoceano in centro e sud America, la violenza. I due guardano oltre i confini italiani, ancora una volta, sentono che i fronti su cui devono concentrare le proprie composizioni sono altri e sanno che non basta più né la new wave né il rock’n’roll, bisogna sfoderare qualcosa di più.

Terremoto” è violento, perché il clima in cui nasce è quello, il bubbone che esplode fa deflagrare le chitarre, e i testi sono il vero affondo nel ventre molle del virus della politica. La lingua e la penna di Pelù sono ben più che affilate, le parole tabù sgorgano fuori ed esplodono dallo stereo. La mafia è chiamata per nome, non ci girano attorno, la si invita senza gentilezza al banco dei testimoni, chiedono la verità, i nomi, ed è qui che detonano Dimmi il nome, Maudit e Soldi, tre brani che fanno più di tutto il resto, sono un grido disperato e irrisorio, sardonica volontà di espiazione delle altrui colpe, ma anche le nostre che non abbiamo fatto abbastanza per spazzare via questo demone. Il danaro lercio, le televisioni pilotate da un sol uomo al comando, quel selfmade man luciferino che però china il capo al Vaticano, un altro dei mostri qui dipinti come venefici, alimentato e alimentante quell’altra malattia chiamata Democrazia Cristiana, la sua corruzione inarrestabile e gli strascichi che arrivano fino ad oggi, sia nel proprio cuore che in quello di chi dice di opporvisi ma che sta solo reggendo il gioco di chi l’ha iniziato, mentendosi e credendosi alternativa e invece no (Piero, rinsavisci), sono peggio, sono un altro malanno, l’ennesimo, ma non siamo stanchi di avvelenarci da soli?

Il titolo dell’album è nomen omen, scuote le fondamenta, perché i Litfiba già nel 1993 sono un gruppo che parla molto al di là di una cerchia sotterranea e inferocita, vuole che le parole e la rabbia creino una breccia tra i due mondi, nella speranza che ancor più voci si ergano in difesa di qualcosa che, semmai è esistito, è stato soffocato, e crea un inno in Dinosauro, nel bisogno dell’anthem di lotta per la salvaguardia del sé, nella volontà melodica e straziante di Prima guardia, una croce per giorno a ricordare di quanto la morte violenta sul campo di battaglia e le differenze siano il vero Diavolo, che stingono nei miraggi di Fata Morgana e nel pianto di Firenze sogna e che si infrangono col finire del disco, quando il silenzio torna nella stanza e ti rendi conti che sono passati quasi trent’anni e siamo ancora lì, inchiavardati al passato.

Trent’anni e quell’Uomo oggi guarda al Colle, e lo sogna, il suo sogno è il nostro incubo, la dimostrazione del fatto che basti cambiare faccia e tono delle parole per irretire chiunque, e li sento dire “potrebbe essere la persona giusta”, gente che fino a meno di vent’anni fa chiedeva la sua testa su un piatto d’argento, lo stesso che usava alle “cene eleganti”, facendomi scivolare nella pazzia, che i Noir Désir descrissero bene – dedicandogliela anche dal vivo da queste parti – in L’homme pressé (“Sono un manichino di ghiaccio con una bella abbronzatura, truccato, uomo impegnato, le stronzate che sparo sono il destino del mondo, non ho tempo, corro, ho una carriera in gioco, sono l’uomo mediatico, sono più che un politico, vado veloce, velocissimo, sono una cometa umana universale”).

Mi rendo conto che “Terremoto”, le sue parole e la sua musica, vanno ancora suonate ma, prima ancora, andrebbero comprese e riadattate in questo 2022 appena iniziato e che si preannuncia come un altro inferno, soprattutto se quel sogno si dovesse tramutare in realtà. Il nome ce l’hanno detto, sappiamo che è un parassita, ma non è l’Uomo il problema, siamo noi che abbiamo scambiato la cicuta per una cura. Non impariamo mai.

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