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Back In Time

“Magic and Loss”, c’è un po’ di magia in ogni cosa che fa Lou Reed

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Gli anni tra la seconda metà degli ’80 e la prima dei ’90 furono pieni di accadimenti nella vita personale e artistica di Lou Reed. Il declino e la fine del matrimonio con Sylvia Morales, la perdita di tanti amici per l’epidemia dell’AIDS a New York e la morte di mentori importanti come Andy Warhol e Doc Pomus, l’inizio della relazione con Laurie Anderson, rappresentano il quadro e la tela per la sua arte di questo periodo. L’artista le riempirà con alcune delle sue migliori opere: basti pensare al terzetto che comprende in successione “New York” (1989), “Songs For Drella” (1990) con John Cale e, infine, “Magic and Loss” (1992) di cui oggi ricorre il trentennale. Le ultime due in particolare sono opere che hanno a che fare con la morte, o con la perdita.

Messo di fronte al mistero drammatico della fine della vita, Reed, il figlio maledetto del rock’n roll, sembra maturare e venire a termini, tramite la morte, con la vita stessa. Vita che nel passato aveva messo in pericolo con anni di abusi e irresponsabilità. “Hai amato una vita che altri gettano via ogni notte / non è giusto, non è assolutamente giusto”, canta in What’s Good. Reed si rivolge al suo amico Doc Pomus, cui il disco è dedicato e della cui battaglia e sconfitta contro il cancro, parla. “Se fossi nei tuoi panni / ed è ben strano che io non lo sia / cadrei a pezzi in un minuto e mezzo”, gli dice ancora in No Chance, in relazione alle dolorose cure che il suo amico sopportava. Ed ecco che egli stesso frantuma il mito del Lou Reed cinico. Del motherfucker scontroso che non si commuove mai. “Dev’essere bello essere normale / dev’essere bello essere razionale / dev’essere bello non avere sempre / quei su e giù / Ma io, io sono un emotivo / non importa quanto mi sforzi di non esserlo / tu sei andato e invece io sono vivo”, continua a cantare ed è finalmente un’ammissione al mondo sulla propria fragilità di fronte al mistero che è la morte e, in definitiva, la vita stessa.

É anche un’ammissione del suo particolare senso di colpa per non essere toccato a lui. A lungo, durante i suoi tumultuosi anni ’70, Lou Reed compariva, insieme a Keith Richards, in testa alle macabre liste delle rockstar che moriranno presto, fatte dalle riviste del settore. E invece era ancora lì, venti anni dopo (Keith Richards è ancora qui, altri trent’anni dopo, ma questa è un’altra storia…). Doc Pomus era stato per qualche decennio uno dei più importanti scrittori di canzoni rock’n roll di successo, interpretate da gente come Elvis Presley, Ray Charles, B.B. King. Fu un mentore per gli inizi della carriera di Reed, all’inizio degli anni ’60 e, negli ultimi anni della sua vita, tra i due vi era stata una frequentazione intensa. Era la seconda figura di riferimento che Lou perdeva in pochi anni, dopo Warhol. “Non c’è logica in tutto ciò / chi va e chi resta / se ci pensi davvero ti fa solo rabbia”, canta ancora in No Chance. No, non c’è logica e Reed non è un credente; né lui, né Doc credono a “queste cazzate mistiche”. “Abbiamo vomitato domande / in attesa di risposte / creando leggende, religioni e miti / libri, storie, film e drammi / tutto per cercare di spiegare ciò”, canta in Power and the Glory. Non è quindi in un aldilà che si trova consolazione, ma nell’aldiqua: “c’è un poco di magia in ogni cosa / e un po’ di perdita per compensare le cose”, ci rivela nella finale title-track. E’ in questa vita che c’è consolazione dunque, nella bellezza presente in questo mondo.

Eppure l’opera era cominciata pessimista, nel lutto per la perdita, seppur con un velo d’ironia: “La vita è come un drink alla maionese / la vita è come uno spazio senza luogo / e la vita è come un gelato al bacon / ecco com’è la vita senza te / La vita è un continuo divenire / mala vita è avere a che fare per sempre con il dolore / quindi la vita è come una morte senza aver vissuto / ecco cos’è la vita senza te”, canta in What’s Good. La domanda è “a cosa serve la vita” e la risposta arriva: “la vita serve / ma non è affatto giusta”. Ed è anche nella vita esemplare di Doc Pomus che Lou trova ispirazione. “Sedevi con un tubo dentro al braccio / eri così magro / e ancora scherzavi / (non so che droga ti avessero prescritto) / dicevi «immagino che non sia il momento / di investimenti a lungo termine» / ridevi sempre / ma non hai mai riso di me”. E’ il ritratto di un uomo positivo e gentile che di lui ci trasmette in Dreamin.

Dopo anni di autodistruzione, Lou Reed, l’uomo, era rinato negli anni ‘80 tramite la disintossicazione, il matrimonio con Sylvia che come sua manager ne raddrizzerà anche la situazione economica, la psicoterapia, il Tai-chi. I lutti, compreso quello del divorzio, ce lo restituiranno negli anni ’90, ancora più maturo, ancora più determinato a vivere davvero quelli che, purtroppo si riveleranno solo gli ultimi 20 anni della sua vita. Anni intensi e creativi, a fianco della donna che in definitiva sarà il vero grande amore della vita, Laurie Anderson. “Magic and Loss” è un pò la mappa, a riguardarla oggi, di questo percorso. Una mappa che lui stesso traccia nella title-track: “Mentre attraversi il fuoco / salutando con la mano destra / ci sono cose che devi gettar via / la paura bruciante nella testa / non ti sarà mai d’aiuto / Devi essere forte / perché comincerai da zero”.

Persi i maestri, perso il matrimonio cui si era ancorato nel passato per uscire dai suoi pericolosi vizi, cosa gli rimaneva, se non ricominciare da zero? “Non puoi essere Shakespeare / non puoi essere Joyce / per cui cosa ti resta? / Devi sorbirti te stesso / e una rabbia che ti può far male / devi ricominciare dal principio / e proprio allora / quel fuoco splendido si riaccende”. Parla a se stesso Reed nell’atto finale del disco. Lui che voleva essere ricordato come un grande poeta (al pari di Shakespeare o Joyce), non come un semplice rocker. Ricominciando da se stesso, da “quel fuoco splendido” che nel passato gli aveva fatto provare “incertezze”, “dolore”, “arroganza”, “rabbia”, “autocommiserazione” e autoesaltazione e che ora può essere un fuoco di vita e creazione.

E quei successivi vent’anni di vita e arte che rimarranno al nostro, fino al 2013 saranno anni in cui farà alcuna della sua arte apparentemente più inaccessibile, più cerebrale. Sicuramente, la più sofisticata e complessa. Eppure, superato lo spartiacque degli anni di “Magic and Loss”, Reed diviene un fiume in piena, sbloccato nelle sue capacità emotive. Si racconta che negli ultimi anni della sua carriera si ritirava nel proprio camerino alla fine di ogni concerto, per piangere disperato, travolto dalle emozioni che la propria performance artistica gli aveva risvegliato. E scrive un suo biografo che una delle ultime cose che disse il giorno che morì fu “sono così sensibile alla bellezza”, mentre passava da una commozione all’altra in quella giornata finale. Sembra come se “Magic and Loss” avesse avuto la forza di sbloccare in lui l’inibizione a guardarsi dentro e questo gli diede, in quegli ultimi venti anni, un nuovo gusto di godersi la vita sobriamente, accanto alla sua amata terza moglie, fino a una fine che sembrava avesse accettato. “E adesso il mare nero-carbone aspetta me, me, me / il mare nero-carbone aspetta sempre / quando lascerò questo posto tra un po’ di tempo / lo stesso mare nero-carbone sarà lì in attesa”, cantava già in Cremation, mentre pensava alle ceneri di Doc Pomus gettate in mare. E sembrava sereno nell’accettare questo destino e non pareva nemmeno importargli quando sarebbe stato.

“Magic and Loss” è un’opera poetica immensa e rara nel panorama della musica “popolare” che, difatti, non ebbe il successo di pubblico e critica unanimi che ebbe il precedente disco solista di Reed, “New York”. Ma, al pari di questo, è decisamente una di quelle sue opere che assurgono al rango di capolavoro immortale. A tanta poetica descrittiva, che ho evocato solo in parte, si aggiunge una musica epica, suonata con i soliti 4 strumenti di Reed: “2 chitarre, basso e batteria, non c’è niente di meglio”. Il trucco sta nella chitarra synth che Mike Rathke sfodera in pezzi come Sword of Damocles. Sembra che vi sia un’orchestra a suonare, ma il tiro è sempre quello rock’n roll che solo Reed e le sue band sanno dare. Come anche in  What’s Good, No Chance, King Warrior o in Gassed & Stoked: heavy metal puro e limpido, quest’ultimo. A questi momenti movimentati, alla “New York”, se ne accompagnano altrettanti più riflessivi, che ricordano piuttosto “Songs for Drella”: Magician, Goodby Mass, Cremation, Dreamin, Harry’s Circumcision. Il tutto crea un giusto equilibrio tra la riflessione del momento luttuoso e l’energia che l’autore trae da queste “perdite”.

Il disco si intitola MAGIC AND LOSS e non MAGIC AND DEATH….il disco non parla di morte, ma di perdita”, specificò Lou. Non so se il messaggio sotteso sia che la morte non esiste o piuttosto che la morte per definizione non è e quindi non vale la pena parlarne. Mentre la perdita che lascia in chi rimane, di quella sì vale la pena parlare. E Reed ce ne parla in musica, disseminando lungo il disco una quantità di quei suoi riff e ritornelli che ti si appiccicano in testa finché campi, fatti di un paio d’accordi. C’è davvero un poco di magia in ogni cosa che fa Lou Reed.

p.s.: grazie a loureed.it per le traduzioni dei testi. Il sito è un punto di riferimento certo per i fan italiani.

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