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Back In Time

“Far Beyond Driven”, ovvero di quando i Pantera erano il mio pane quotidiano

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Oggi parliamo un po’ di “Far Beyond Driven”, il terzo album dei Pantera uscito nel 1994 per la Atlantic Recording e WEA International. Ebbene sì, ritiriamo fuori la storica band americana composta da Phil Anselmo (voce), Dimebag Darrell (chitarra), Vinnie Paul (batteria) e Rex Brown (basso) che ha rivoluzionato la scena metal negli USA introducendo quello che moltǝ definiscono “grunge metal” – che in realtà penso essere più un insieme di sottogeneri di rock e metal mescolati tra loro, a partire dallo stoner rock, per poi arrivare al doom e al death con un’aggiunta di thrash metal, suoni tipicamente molto sporchi, così come il cantato, e riff che si ripetono.

Già il momento in cui ho selezionato la raccolta su Spotify ha riportato a galla i ricordi legati a quel momento della mia giovinezza in cui ascoltavo in loop alternati Pantera e Lamb of God come se fossero il mio pane quotidiano. In particolare, “Far Beyond Driven” mi fa venire in mente i viaggi in treno nell’estate del 2016, quando tornavo a casa da Bologna dopo incontri clandestini con il mio primo ragazzo e non facevo altro che ascoltare questo album a ripetizione. Anche se, devo dire, 5 Minutes Alone me la fece scoprire il batterista della mia prima band quando, qualche mese prima, facemmo una gita in Inghilterra organizzata dal liceo che frequentavamo; sul bus per andare da Leeds ad una meta al momento indefinita nella mia testa (potrebbe essere York come qualche museo nelle vicinanze di Leeds), mi si avvicinarono lui e un amico per rendermi parte attiva della loro opera di degustazione dei Pantera. Sul momento pensai solamente che avessero un bel tiro; dopo ascolti più intensivi mi sarei ritrovata a sperare di diventare la prossima chitarrista del gruppo. Non si è mai abbastanza ambiziosi.

Photo: Joe Giron

Sto ascoltando 5 Minutes Alone anche in questo momento, a distanza di 6 anni, e le emozioni sono ancora le stesse. Di questa canzone ricordo che andai a recuperare il video su YouTube e da quell’istante in poi decisi di vestirmi come Dimebag Darrell, non scherzo – anche se, a ritroso, mi accorgo che all’epoca deve esser stata una decisione presa per riflesso inconscio, e non perché volessi effettivamente imitare Darrell. Per un’estate intera ho girato con maglie a maniche corte di taglie infinitamente più grandi rispetto a quella che io porto di norma, pantaloncini sportivi maschili neri o rossi e All Star nere. Mi mancavano solo i capelli mossi, il pizzetto tinto, qualche tatuaggio e la chitarra modello ML sponsorizzata dallo stesso Darrell. Ho anche le foto di un concertino per una festa di paese in cui sono vestita così a sostegno di questo improbabile rimembrar, ma non credo le allegherò.

Nel sentire I’m Broken invece penso immediatamente a Chef Rubio e ai suoi amici camionisti che mangiano piatti untazzi in giro per l’Italia; però, automaticamente, ricordo ancora stranita il momento in cui ho smesso di seguire Rubio su Twitter, perché avevo la bacheca intasata da suoi post che rivendicavano i diritti dei palestinesi e il fatto che Israele non fosse uno stato di diritto (il che è vero, però come dire, ribadirlo ogni dodici ore non penso faccia la differenza).

Passando a Hard Lines Sunken Cheeks mi viene in mente cosa mi piace tanto del metal firmato Pantera: il carattere un po’ doom e stoner, che si sente soprattutto nei breakdown di cui l’intera canzone è costellata e che poi si trasformano in intermezzi più death estremamente headbangabili, caratteristica che, non molto sorprendentemente, appartiene anche a Slaughtered.

A seguire abbiamo 25 Years, che è una delle mie preferite in assoluto perché mette addosso una carica incredibile; se avessi avuto la possibilità di andare ad un loro concerto prima che metà dei membri morissero e, ancora prima, che la band si sciogliesse, penso avrei voluto provare ad entrare in un mosh pit durante questa canzone, a mio rischio e pericolo e nonostante il mio tendenziale evitamento di situazioni violente. Ma, ribadisco, per 25 Years farei un’eccezione.

Il livello di carica continua ad essere alimentato anche da Shedding Skin, di cui a distanza di anni ricordo ancora il riff portante – cosa che mi rende molto fiera di me, mentre Use My Third Arm (audace titolo) è molto più noise e thrash, quindi più che caricare devasta. Throes of Rejection, il penultimo brano di “Far Beyond Driven”, ritorna invece sui passi più doom di 25 Years e Shedding Skin, soprattutto con il breakdown finale, che è stupendo.

Il magnifico pezzo finale è Planet Caravan, chiaramente cover dei Black Sabbath, di cui immagino voglia essere un tributo. La voce di Phil Anselmo la fa sembrare più un pezzo dei Damageplan, però rimane comunque un brano con la “B” maiuscola.

Che dire, riascoltare un album che, come “Far Beyond Driven”, ha segnato la mia crescita, è sempre un’esperienza rincuorante; un po’ come andare a casa della nonna che però, invece di prepararmi la pasta al ragù, mi versa del bombardino e mi invita a berne di più e rigorosamente a stomaco vuoto con la stessa delicatezza di un pugno in faccia.

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