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Interviste

Guardare il futuro attraverso la lente del passato: intervista a Hugo Race

(c) Meredith O’Shea

Hugo Race e i suoi Fatalists (Diego Sapignoli, Giovanni Ferrario, Francesco Giampaoli, Georgia Knight, TJ Howden) sono tornati e lo fanno con un disco i cui racconti sono legati al doppio filo col nostro Paese, non a caso si intitola “Once Upon A Time In Italy“, che esce oggi per Santeria Records (qui la nostra recensione). Ne abbiamo parlato direttamente con lui.

Ciao Hugo, rieccoci, intervista numero tre, che certi signori dicevano essere un numero magico. Come stai, in questi tempi che – mi perdonerai i toni accesi – più di merda non si potrebbe?

Ciao Fabio! Andrò dritto al punto. È stato un film horror di tipo zombi, sempre un’altra svolta nella tensione. Proprio quando pensi di essere fuori dai boschi, sei nelle sabbie mobili fino al collo.

Quando hai sentito che i Fatalists sarebbero dovuti ritornare?

Spero che il tempismo sia giusto per ora, non abbiamo mai avuto il controllo, e dato che siamo fatalisti, inevitabilmente doveva uscire in questo modo. In questo senso, siamo sulla buona strada.

Della tua stretta connessione con l’Italia hai/abbiamo già discusso, ma ora si è tradotta in un album vero e proprio. Cosa si cela dietro la scelta del titolo “Once Upon A Time In Italy”? Devo dire che si sposa perfettamente con la musica, in particolar modo, se devo scegliere un brano su tutti, con Gold Digger, che mi dà quella sensazione di un tempo passato, quasi sepolto.

L’Australia è lontana se non volano i jet. Il lockdown nel mio studio per così tanto tempo ha fatto sentire l’Italia di molto tempo fa un ricordo surreale nella confusione della ripetizione dell’isolamento quotidiano e ne ho tratto ispirazione. L’eone si era finalmente spostato sul suo asse lento e il ventesimo secolo era svanito in un nuovo film in stile Mad Max del millennio con tutti noi come comparse. Molti dei testi provenivano da flashback che ho avuto sull’Italia e si sono fusi con l’adesso in qualcos’altro.

Leggo dalle tue dichiarazioni che accompagnano il comunicato stampa che è stato un disco dalla difficile gestazione. Lo hai abbandonato più volte per poi tornarci su. Cosa ti ha bloccato e poi sbloccato portandoti a completarlo?

In fondo, l’angoscia esistenziale. Sentivo di vivere alla fine del mondo come lo conoscevo. Non viaggerei mai più e se lo facessi mi prenderei una malattia mortale. Allora perché anche fare un altro disco quando non potevi immaginare che avesse un futuro? Date le circostanze non mi trovavo quasi mai nella stessa stanza o anche nella stessa città della band, è stato registrato in cinque luoghi diversi e tutti si stavano isolando! Devi ridere a volte. Ho fatto l’album perché rappresentava il futuro anche se parlava del passato. Era decisamente complicato da ogni angolazione.

Trovo “Once Upon A Time In Italy” un disco al tempo stesso molto diretto, in certi punti liricamente anche duro, e in un certo modo…sospeso, come se aleggiasse senza volersi poggiare a terra, per poi farlo di botto. Senti di essere stato, in qualche modo, più crudo?

I testi sono duri, tutto mi stava schiacciando, dal cantiere accanto ai problemi di sostanza e ai giochi mentali delle persone a me vicine. Il mondo sembrava un posto disperato in cui trovarsi e io non avevo pazienza per le cazzate. Se dovevo scrivere un testo, doveva andare abbastanza in profondità da giustificare la sua scrittura.

(c) Meredith O’Shea

In che misura parli di te e del mondo che ti circonda nei brani? La domanda mi è venuta in mente mentre dalle casse risuonava Beat My Drum, giusto per contestualizzare.

Sarò onesto con te, è tutto autobiografico. La mia ragazza ed io abbiamo scritto il testo di Beat My Drum mentre ci lasciavamo. Avrei avuto poche righe, lei avrebbe detto che erano spazzatura e le avrebbe rimpiazzate, scarabocchiando sulle mie pagine con la sua calligrafia selvaggia. Mi ha sempre incoraggiato ad andare più forte con i miei testi e solo quando sono arrivato davvero al cuore delle cose è stata soddisfatta.

A colpo d’occhio, prima ancora di ascoltarlo, c’è un titolo che mi ha colpito, parlo di Mafia, un tema che ci tocca davvero nel profondo, in quanto le associazioni mafiose (e i loro metodi “presi in prestito” da tante persone che non ne fanno parte, quasi fosse un modello da seguire poiché da risultati, non importa a che prezzo) sono un virus che colpisce a fondo il tessuto sociale del nostro Paese. Cosa ti ha portato a scriverci un pezzo, a intitolarlo così, in modo diretto? Sai, è una cosa che qui non in tanti hanno fatto, ad esempio nel mondo cosiddetto “mainstream” seppur alternativo mi vengono in mente solo i Litfiba.

Le varie mafie italiane non sono le uniche ad esistere e come dici tu, i loro metodi sono stati copiati dalle gigantesche corporazioni che tengono in ostaggio questo pianeta. La mia canzone Mafia è davvero un sogno in cui sto cercando di sfuggire all’essere complice di un crimine sconosciuto sapendo che siamo tutti implicati e che c’è una lotta in corso per la nostra stessa integrità. Quel sogno è in realtà un po’ reale, penso a volte.

Sarò onesto, sono impazzito quando ho ascoltato l’EP in appendice all’album cantato in italiano, mi ha fatto più o meno lo stesso effetto di quando sentii per la prima volta Mondo Cane di Mike Patton. È sempre un po’ strano, per noi, sentire artisti che di norma di esprimono in idiomi diversi, scegliere il nostro, perché negli anni ’90, in ambiente alternativo, se non cantavi in italiano difficilmente “sfondavi” o attiravi l’attenzione, nel decennio successivo c’è stato un ribaltamento e tutti cantavano in inglese (io stesso quando suonavo cantavo prevalentemente in inglese). Cosa ti ha portato a scegliere di farlo e come hai selezionato i brani da trasporre nella nostra lingua? Che ruolo credi giochi un idioma piuttosto che un altro nella fruizione della musica?

Ma il fantastico disco di Mike è composto da tutte le cover, quindi non è lo stesso. Delle quattro canzoni di “C’era una volta in Italia”, San Leone del Mare e Confessioni sono state originariamente scritte in italiano e poi tradotte in inglese per l’album. Come sapete, ho una lunga collaborazione con molti meravigliosi artisti, cantanti e cantautori italiani. Una conversazione continua tra noi ha ruotato attorno ai problemi della scrittura in italiano per le forme di musica rock perché l’italiano non ha la stessa elasticità dell’inglese. L’inglese è una lingua ibrida e ci sono molti modi diversi per dire qualcosa che trasmette sottotesti diversi e non è lo stesso in italiano a meno che tu non stia usando il dialetto. I Fatalists sono essenzialmente una band italiana e ho sempre voluto provare a fare canzoni in lingua italiana, quindi per me ha senso che l’abbiamo fatto davvero per “Once Upon A Time In Italy”. Ho scoperto che i testi non potevano essere tradotti direttamente, tutto doveva cambiare per ottenere il giusto tempismo e significato. Massimiliano Larocca, Giovanni Ferrario e Michelangelo Russo (che ha dipinto le immagini di copertina) mi hanno aiutato molto, in particolare con L’uomo ghironda, perché Donovan non era contento della prima traduzione – alla fine ha cambiato le parole in Hurdy Gurdy Man per la nostra traduzione! È stato un processo strano e bellissimo.

Cos’ha lasciato e cos’è rimasto di Hugo Race dopo “Once Upon A Time In Italy”?

La freccia del tempo punta in avanti. Sono in un posto diverso ora, non vedo l’ora di vedere i miei amici e fare alcuni spettacoli insieme: è un grande tour in arrivo, il primo che faccio da un po’ di tempo ed è una sfida, devo ammetterlo. Ho anche altra nuova musica in arrivo quest’anno, come il nuovo singolo Dirtmusic che uscirà a maggio su Glitterbeat. Stiamo spingendo i confini, navigando in questo strano nuovo mondo in cui siamo rinati. Sono circa a metà del mio nuovo libro, è molto diverso da “Road Series”, ma c’è una connessione in quanto la sua saggistica, storie della mia vita ma non necessariamente incentrate sulla musica. Stanno accadendo anche altri progetti “segreti”… Sto ancora creando, è come vivo.

Siamo in chiusura, ti ringrazio per essere tornato sulle pagine di ImpattoSonoro. Spero di vederti presto dal vivo in una delle tue date italiane. Sei pronto?

Paradossalmente, sono un ottimista. Non vedo l’ora di tornare in Italia, vedere i miei amici e fare di nuovo musica. Avanti!

(c) Meredith O’Shea

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