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L’alba di una nuova carriera: “McCartney”

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Quell’aprile del 1970 non potrà mai essere ricordato come un mese particolarmente felice per il mondo della musica. Dopo le numerose tensioni e vicissitudini si arriva alla dichiarazione shock tramite conferenza stampa: Paul McCartney, con toni decisi e risoluti, lascia i Beatles per intraprendere la carriera solista. Il più grande gruppo di sempre, dei favolosi anni ’60, di cui Paul è stato, insieme a John Lennon, uno degli elementi cardine, si sgretola definitivamente lasciando il mondo con l’amaro in bocca. Dichiara inoltre di avere già pronto un album per la pubblicazione, registrato quasi interamente da solo, con il solo supporto della moglie Linda Eastman, intitolato semplicemente McCartney”.
L’album, la cui uscita era stata già fissata per il giorno 17 aprile, si sarebbe messo subito in competizione con Let It Be, l’ultima fatica discografica registrata e definita solo qualche mese prima dai Fab Four. Altri scontri si susseguirono tra Paul e gli altri membri nel tentativo di spostare la data di uscita di “McCartney” ma Macca restò irremovibile e Let It Be venne pubblicato ai primi di maggio inasprendo ulteriormente le questioni umane e legali del gruppo, trascinate fino in tribunale.

In realtà, se volessimo puntare sulla precisione più che nello scalpore della notizia, “McCartney” non fu la prima uscita solista di Paul: “Family Way”, la colonna sonora del film “Questo difficile amore”, era stata pubblicata nel 1967 con la produzione del fidato George Martin, rinomato collaboratore della band, un lavoro che però sembrava rimasto isolato, una semplice “gita fuori porta”. Il vortice di scalpore, dissapori e frecciatine mediatiche quindi contribuirà parecchio nell’attesa e nei risultati di vendita dell’album, il quale comunque si rivelerà particolarmente sorprendente.
Se guardiamo oltre ai toni apparentemente “insensibili” delle proprie dichiarazioni, sappiamo quanto il baronetto di Liverpool vivesse un periodo di profonda crisi e depressione proprio alla luce della sempre più irrimediabile crisi della band.

È proprio in questa genesi caotica e tesa che Macca si ritrova artisticamente solo, senza i cari punti di riferimento passati, con una nuova identità da plasmare. Durante le sessioni tenute in studio di registrazione userà infatti lo pseudonimo di Bill Martin,allontanandosi persino da un nome troppo accostabile ad un passato che sta scomparendo. La registrazione del disco avviene dal dicembre del 1969 al marzo del 1970, tra l’ambiente casalingo di Paul, i Morgan Sound Studios e, nel clima già estremamente teso delle ultime sessioni di registrazione del gruppo, gli Abbey Road Studios, il cuore della magia beatlesiana.

Il sound generale dell’album si lascia indietro molta della ricercatezza e della sontuosità pop rock perseguita dal quartetto di Liverpool in album come “Abbey Road” per inseguire sonorità più intimistiche e vicine al folk, già percepite in alcuni brani del celeberrimo “White Album” come I Will e Mother Nature’s Son, se non al limite del rock più ‘sperimentale’.
The Lovely Linda sembra seguire la stessa scia d’onda dei brani beatlesiani sopracitati; chitarra acustica, basso e delle semplici percussioni ottenute tamburellando su alcuni libri. In That Would Be Something la voce si colora di un timbro vagamente elvisiano ma è in tracce come Valentine Day che troviamo l’aspetto forse più inedito e distintivo dell’album, ovvero, la scelta di inserirvi alcune tracce strumentali. Se ne trovano diverse (Hot As Sun/Glasses, Valentine Day, Momma Miss America e Kreen-Akrore) e spesso soffrono della visione “one man band” seguita dall’autore. Vi troviamo mancanza di apporto, sostegno e performance strumentale tipicamente presenti in produzioni standard condivise con dei collaboratori/turnisti, figure professionali capaci di riportare non solo una semplice capacità tecnica ma anche, e soprattutto, una propria sensibilità musicale che va ad aggiungersi alla “vision” principale dell’autore.

Photo: Linda McCartney

Con Junk, un brano inizialmente pensato per i Beatles arriviamo all’ascolto di una delle sue gemme più preziose: melodie delicate, acuti beatlesiani, l’accompagnamento di una semplice chitarra acustica ed ecco che si ripresenta nuovamente tutta la tavolozza dei colori maccartiani, da Here There And Everywere, Michelle a BlackBird. L’ennesimo tuffo al cuore.
Aldilà dell’arrangiamento indie e giocoso il testo di Man We Was Lonely lascia intravedere la turbolenta situazione emotiva a cui avevamo accennato: “Man, we was lonely/ Yes, we was lonely/And we was hard pressed to find a smile”oppure “I used to ride on my fast city line/ Singing songs that I thought were mine alone, alone/ Now let me lie with my love for the time”. Anche in questo brano sembra esserci un rimando alle atmosfere del famoso “album bianco” dei Fab Four, se non addirittura un’influenza lennoniana vicina a The Continuing Story Of Bungalow Bill. Sulla questione della, seppur saltuaria, ma evidente vicinanza stilistica tra gli ex membri, anche dopo l’avvicendarsi di esperienze umane e artistiche molto differenti, Paul è sempre rimasto chiaro:

Da quando i Beatles si sono sciolti e non abbiamo più scritto insieme [..] penso che ognuno di noi in qualche modo facesse riferimento agli altri. Quando scriviamo roba, una cosa che faccio spesso, scrivo e poi penso: ‘Oddio, è terribile’ e poi mi chiedo: ‘Cosa direbbe John?’..’Sì, hai ragione, fa davvero schifo. Devi cambiarla’

Con la piacevole ma piuttosto scontata Teddy Boy, altro brano precedentemente provinato dai Beatles, e l’interessante reprise di Singalong Junk si arriva alla gemma più preziosa del disco se non la punta di diamante della discografia maccartiana solista: Maybe I’m Amazed.
Oltre alle bellissime connessioni con la musicalità beatlesiana e al miglior arrangiamento di tutto l’album, nel brano ritroviamo una commuovente quanto sincera sintesi emotiva e personale del baronetto di Liverpool, perfettamente in mezzo tra l’agonia del passato e una timida ma crescente speranza di futuro con Linda Eastman. I due, appena un anno dopo, taglieranno ulteriormente i ponti con l’era beatlesiana formando una nuova band: gli Wings.

Baby I’m amazed at the way you love me all the time/And maybe I’m afraid of the way I love you, maybe I’m amazed at the way you pulled me out of time, you hung me on the line/ Maybe I’m amazed at the way I really need you

oppure

I’m a lonely man who’s in the middleof something that he doesn’t really understand/ Maybe I’m a man, maybe you’re the only woman who could ever help me/ Baby won’t you help me to understand?


La tracklist si conclude poi con Kreen-Akrore, il brano più eclettico e inaspettato di tutto questo già originale ‘esordio’. Come struttura risulta accostabile ad una composizione sperimentale, quasi la Moby Dick dei Led Zeppelin ma in una versione tutta maccartiana, con l’uso preponderante delle percussioni e il confluire di parti più ‘corali’ che rendono tutto il brano un continuo e affascinante work in progress.

La nascita e i presupposti di McCartney” non furono quindi dei migliori e, se da un lato la critica musicale elogiò il brano di punta Maybe I’m Amazed, dall’altro l’album venne definito piuttosto ‘incompleto’, scarno, non all’altezza delle precedenti esperienze beatlesiane.
Forse le parole che più possono sintetizzare l’essenza di questo singolare episodio artistico, sono quelle di un altro importante songwriter come Neil Young: “Amavo quel disco perché era così semplice. E c’era così tanto da vedere e da ascoltare. Era solo Paul. Non c’erano abbellimenti o altro… Non era un tentativo di competere con le cose che aveva già fatto”.
Negli anni l’album ha avuto modo di essere rivalutato, ristampato e presentato nuovamente al pubblico sotto differenti forme, ad esempio con l’aggiunta di interessanti outtake come la beatlesiana Suicide, la scarna e ruvida composizione strumentale Don’t Cry Baby (probabilmente una take scartata di Mommy Miss America), l’avvinazzata Women Kind e una versione piuttosto differente di Maybe I’m Amazed.

Nella sconfinata produzione musicale che sarà poi quella di McCartney, dalla musica colta al pop rock, questo episodio, pur non potendo definirsi il migliore, rimane un ascolto unico, sorprendente e immancabile.

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