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“Slanted And Enchanted” dei Pavement compie 30 anni: storie di ordinaria quotidianità

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Slanted and Enchanted“, “Crooked Rain, Crooked Rain“, “Wowee Zowee“…..Wow! Nei primi anni Novanta c’erano i Pavement, e poi tutto il resto. Un EP autoprodotto fu lo sparo d’inizio: ne seguirono altri due, e ogni nuova canzone restituiva l’immagine di un gruppo di nerd con la colpa felice di aver istituzionalizzato il cazzeggio nel rock’n’roll.

I Pavement trasformarono la necessità in attitudine: per incidere “Slanted and Enchanted“, l’esordio della band su lunga distanza, il chitarrista Scott  Kannberg si fece prestare 800 dollari dal padre, e con quel budget da serata al Mc Donald’s i cinque di Stockton elevarono a magistero e tendenza l’arte di arrangiarsi. “Slanted and Enchanted” divenne subito il tutorial per decine di aspiranti campioni della bassa fedeltà, e anche se i Pavement continuavano a crogiolarsi nell’auto definizione di Minor League Band, era abbastanza evidente che al loro confronto tutti gli  altri sembravano gruppi da doposcuola. “Slanted and Enchanted” era un festival amatoriale di canzoni pop volutamente rudimentali e perfettibili, una violazione continua del codice di buona scrittura ed esecuzione, a cominciare dalle chitarre scordate di Kannberg e Stephen Malkmus, il Jonathan Richman della generazione X. In Summer Babe (Winter Version), melodia jangle pop, non-sense e chitarre stridule si rincorrevano e sfidavano, risolvendosi nel pezzo che avrebbe poi salvato Stephen Malkmus da una vita a lavorare nei bar: era la loro canzone per l’estate.

Trigger Cut erano i Velvet Underground con i pop-corn al posto dell’eroina,  Zurich Is Stained era un pop trasandato e surreale e In the Mouth a Desert scoppiava di elettricità e distorsioni. Discorso a parte faceva Here, una meraviglia di ballata che spremeva la dolcezza dal fallimento. Era un break di tenera malinconia in mezzo a cascate di rumore bianco, ganci brucianti e dissonanze assortite. I quarantacinque giri della Creation e i crazy rhythms dei Feelies, i Sonic Youth e il post-punk scomposto dei Fall, il surrealismo divertito dei Pixies e il rock’n’roll diagonale dei Modern Lovers, il tutto combinato con le pose slacker più o meno volontarie di Stephen Malkmus. I Pavement erano i battitori liberi dell’indie-rock e “Slanted and Enchanted” era un’ode all’ improvvisazione, un’alzata di spalle e via: il canto stralunato ma rilassato, le chitarre stonate, il missaggio casalingo e una produzione dilettantesca, ne facevano l’elisir del low-fi, la password per aprire la porta del garage dove un gruppo di amabili cazzoni giocavano alle rockstar.

I Pavement erano i rockers della porta accanto, quelli che non si drogavano alle feste, e Stephen Malkmus era quello che portava la stola dell’intellettuale. L’altra faccia della medaglia era quella del batterista Gary Young, una specie di Keith Moon dell’underground, un folle che faceva le verticali mentre gli altri suonavano, e che regalava ortaggi ai fan in fila all’ingresso delle sale concerti. Venne accompagnato all’uscita quando la sua eccentricità superò il livello di guardia, e a sostituirlo arrivò Steve West, una scelta che andava nella direzione di alzare il livello di professionalità della band. Quando decisero di fare sul serio, se ne uscirono con un capolavoro come “Crooked Rain, Crooked Rain“. Mentre le brigate del grunge attaccavano il rock a colpi di angoscia gridata, i Pavement s’affidavano a storie di ordinaria quotidianità strappate alla noia della provincia.

Il baillame canticchiabile di “Slanted and Enchanted” vendette 100.000 copie in poco tempo: era la rivincita della semplicità e dell’ironia. Quello che sembrava il passatempo di un gruppo di ex studenti annoiati, finì col diventare il poster alle pareti nei garages del rock indipendente.

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