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Alessandro Fiori – Mi Sono Perso Nel Bosco

2022 - 42 Records
songwriting

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Tracklist

1. Mi sono perso nel bosco
2. Io e te
3. Amami meglio
4. Buonanotte amore
5. Stella cadente
6. Fermo accanto a te
7. Una sera
8. Pigi pigi
9. Per il tuo compleano
10. L’appuntamento
11. Estate
12. Troppo silenzio


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C’è un prima e un dopo il bosco, un passaggio essenziale, esistenziale. Perdersi per sempre nel bosco, oppure, prima o poi, uscirne. Alessandro Fiori ci mette subito di fronte alla narrazione della perdizione e a quella del cammino. Chi conosce la sua musica lo sa, Fiori lavora sulla commozione, la poetica della commozione, quella delle cose del quotidiano, e se c’è un bosco è quello del «monotono sublime», ma anche la poetica dello straordinario nell’ordinario: un cavallo bianco a mezz’aria nello slancio a saltare una tavola imbandita. Un’apparizione, il cavallo, figura degli abissi della coscienza, del sogno, ma un sogno chiaro, sincero.

Comincia infatti con un sogno, la traccia omonima che apre l’album (Mi sono perso nel bosco): «Mi sono perso nel bosco/Ho tanta paura/Venivo di là o tornavo di là? Io non mi ricordo/Mi sono perso nel bosco/Non trovo la camera». Un incubo, dove il bosco è un labirinto, poi una visione perturbante: «Dal crinale guardo indietro/Guardo avanti ancora, non capisco/Il cervo è freddo, sono sconvolto/Squartati in silenzio, ci buttano i faggi/Finalmente ridiamo».

Infine qualcuno, l’altro, ci conduce verso l’uscita, conosce la strada di casa, perché la vita da sola non funziona bene: «Mi ero perso nel bosco/Avevo tanta paura/Passavo sempre di lì, dove sono i miei nonni,/non volevo svegliarli/Prendimi la mano che tu/Trovi sempre la strada/Quella è la casa dove stiamo». E finisce con un altro sogno, un sogno che è tutta una vita (Troppo silenzio): «La vita/è solo un sogno/dimenticato/da un altro sogno/che s’è svegliato/di soprassalto/perché ha sognato/troppo silenzio/e si è spaventato».

Un disco che parla d’amore e di paura, di morte, della normalità, le piccole e le grandi cose che sono poi la stessa identica cosa, sempre la stessa incredibile storia. Siamo lontani dallo sperimentalismo del precedente “Plancton”, ma non c’è rinnego: ogni album di Fiori è una tappa di un unico percorso, quasi un romanzo di formazione. Qui siamo nella fase del ritorno alla forma-canzone di “Attento a me stesso”, alla chiarezza della canzone tradizionale, ma con nulla di tradizionale: c’è la lirica di “Questo dolce museo”; c’è il minimalismo di “Cascata”; c’è la capacità architettonica di “Plancton”.

Fiori sa giocare con le stonature, anche grazie all’utilizzo sapiente di una moltitudine di strumenti, una moltitudine di voci: Brunori SasLevante, Colapesce, Massimo Martellotta, Dente, Iosonouncane e Enrico Gabrielli; grazie alle produzioni di Giovanni Ferrario e Alessandro “Asso” Stefana. Ci racconta così la naturale incrinatura delle cose, della vita. La musica si flette, trasmette le pieghe, a volte con una punta di patetismo, una punta soltanto, quella vera, quella che ci accomuna come specie umana.

Alessandro Fiori è uno dei migliori cantautori italiani, sempre obliquo, a tratti defilato, notoriamente istrionico, eclettico, plurale, accogliente, divertente, e questo è un album importante, maturo, da ascoltare e riascoltare, da tenere lì, sul comodino, e aprirlo ogni volta che ce n’è bisogno, come un libro di poesie.

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