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“Bullhead”, di come i Melvins raggiunsero la perfezione

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Immaginate di avere davanti un puzzle. Ci sono pezzi che si incastrano tutti alla perfezione e alla fine del lavoro appare una rappresentazione. Ma cosa succede se, finito il gioco, vi avanza un pezzo? La reazione più immediata da immaginare è la curiosità: da dove viene fuori quella tesserina? Ma soprattutto, in quale altro schema è possibile collocarla?

I Melvins sono la tessera che si stacca dal puzzle di Seattle, quella del metal che si fonde col punk e dà vita alla meravigliosa stagione del grunge. Ad Aberdeen, un buco che accoglie poco più di 16 mila abitanti, si conoscono il bassista Matt Lukin, il batterista Mike Dillard e il chitarrista cantante Roger Osborne, detto King Buzzo o più semplicemente Buzz. Solo Matt è di Aberdeen, ma la band inizia a vedersi da quelle parti e con il nome Melvins prende vita nel 1983. Dopo quasi due anni di prove e i primi live in giro, Mike lascia il gruppo e si unisce ai Fecal Matter, con i quali collaborano l’altro batterista Dale Crover, che eccezionalmente suona il basso, e un giovane cantante del posto. Il suo nome è Kurt Cobain, il quale dopo aver cambiato membri e diversi nomi alla sua band sceglierà Nirvana, legandosi in un’amicizia indissolubile con il bassista Krist Novoselic.

A parte il cambio di band da parte di Mike, gli intrecci tra i due gruppi sono diversi. Kurt ascolta assiduamente i Melvins, è amico di Buzz e si fida di lui. A sua volta, è proprio Osborne a presentare Krist a Kurt: sa che i due hanno in comune la passione per il punk e il desiderio di fondare una band. Il cerchio si chiude nel momento in cui Novoselic decide di seguire Cobain, gettando le basi di quelli che saranno i Nirvana e facendo contestualmente accasare Crover alla corte di King Buzzo.

Con il formato power trio – Osborne, Crover, Lukin – nel 1986 i Melvins incidono “6 Songs”, il loro primo EP, estrapolando il pezzo Grinding Process che insieme a Scared, Blessing the Operation e She Waits completa il quartetto che li rappresenta nella compilation “Deep Six”, edita dalla piccola C/Z Records. Successivamente incidono i primi due album, “Gluey Porch Treatments” (1987) e “OZMA” (1989). E’ qui che i Melvins si staccano dall’unione che andava formandosi a Seattle e dintorni, producendo (per due case discografiche californiane, la Alchemy e la Boner) un sound che nel tempo diverrà distintivo e seminale.

La ricetta è semplice, ma fornisce un risultato dalle peculiarità uniche. I Melvins amano sia il rock classico dei Black Sabbath, sia la nuova avanguardia hardcore punk, proveniente dalla west coast statunitense. La miscela tra influenze partorisce un sound brutale ma lento, metallico ma esasperante, gotico, drammatico, con testi che tuttavia trasudano uno strano senso dell’umorismo. Lo schema dei primi due LP è anch’esso particolare: esplosive tracce della durata inferiore al minuto si alternano a lunghe cavalcate; di 29 pezzi si compone il primo, il secondo ne conta 33. L’effetto finale è spiazzante, ma l’ascoltatore ha una costante sensazione che il caos stia per prendere il sopravvento. Un po’ di disordine si nota, un’eterogeneità difficilmente sostenibile nei lavori futuri.

Nel frattempo, la formazione subisce un primo e sostanziale cambiamento. Matt sente che le sue radici non possono essere tradite, ragion per cui torna a Seattle e comunica il congedo al resto della band. Di ritorno trova ad accoglierlo il chitarrista Steve Turner, che fresco di rottura con i Green River cercava un bassista per la nuova band, della quale facevano parte anche il cantante Mark Arm e il batterista Dan Peters: il sì di Matt dà ufficialmente vita ai Mudhoney. A proposito di radici, qualche centinaio di miglia più a sud Buzz unisce l’utile al dilettevole, affidando il basso alla sua ragazza Lori Black, figlia di Shirley Temple, conosciuta come Lorax.

I lavori di composizione e incisione di “Bullhead”, uscito il 3 maggio del 1991, partono subito con la consapevolezza di accorciare la lista delle tracce e rendere tutto il lavoro maggiormente organico. I suoni, beninteso, non cambiano, tuttavia il flusso deve essere più omogeneo. Il risultato sono sole otto tracce, poco più di mezz’ora, durante la quale i Melvins raggiungono la perfezione stilistica.

I primi otto minuti e mezzo sono scanditi da Boris, un mastodonte che parte, si gonfia, sta per esplodere e proprio in quel momento si ferma, restando sospeso tra un riff ossessivo e il non-canto di Osborne. E’ un teatro degli orrori, un claustrofobico ripostiglio dove si tocca marciume in ogni angolo, una strada sterrata senza scampo. Ed è solo l’inizio.

Anaconda incarna un pozzo senza fondo di ciò che è stato e che in futuro offrirà il doom metal: ritmi lenti, chitarre che è riduttivo definire distorte, testi cupi, atmosfere tetre, la successiva Ligature è la sua legittima eco. Già da questi primi tre pezzi si intuisce la maturazione dei Melvins: la combinazione tra pochi pezzi lunghi e la costellazione di composizioni fulminee in “Bullhead” si dissolve, a beneficio di una maggiore corposità dell’intero impianto. I brani risultano maggiormente articolati, con arrangiamenti che certificano un palese upgrade.

It’s Shoved, diversamente, rispecchia i più tipici canoni grunge in voga in quel periodo. Anche se la band è ormai emigrata verso altri lidi, gli echi provenienti da Aberdeen sono ancora in parte distinguibili. Ma il momento nostalgico, almeno dal punto di vista del Seattle sound, dura poco. Zodiac è un altro ritorno al passato, ma stavolta su sentieri hardcore punk: una pioggia di schizofrenici riff cade su una batteria sulla quale Crover picchia in modo ossessivo, il tutto sottolineato dalla voce alienata e urlante di un Osborne in stato di grazia.

E’ un gioco di sponda, buono per lanciare in orbita la lancinante If I Had An Exorcism, un pezzo sofferto, ipnotico, che si regge su plettrate che rendono infinita la riproduzione di una sola nota, prima che tutto si dissolva nell’ennesimo urlo di dolore di Osborne. Your Blessened, ancora una volta e in modo definitivo, gioca sull’efficace contrasto tra la potenza e la lentezza d’esecuzione, un ricco anticipo di quel che sarà l’allucinato, deforme, caotico, destrutturato – e chi più ne ha, più ne metta – finale sancito da Cow.

Con “Bullhead”, di fatto, i Melvins superano quella sottile ma fondamentale linea che separa i destini di una band. Da questa parte ci sono i gruppi che assimilano le sonorità dei loro idoli e tirano fuori qualcosa di innovativo, magari con buoni riscontri di vendite e presenze ai concerti. Dall’altra ci sono quelli che scrivono la storia, indipendentemente dai dati provenienti da negozi e botteghini: i Melvins valicano il confine perché diventano anello di congiunzione tra la generazione precedente e quella successiva. Da tessera perduta del puzzle del grunge, Buzz, Dale e Lorax diventano una macchina del tempo che collega i Balck Sabbath a una nuova era.

Se “Gluey Porch Treatments” ne ha universalmente rappresentato l’embrione, il punto di partenza, “Bullhead” è il manuale di come si compone quella miscela perfetta tra doom metal e hardcore punk. È qualcosa di simile a un certo grunge proveniente da Seattle – in “Bleach” i Nirvana sono ancora fortemente influenzati dai Melvins – così la sua definizione non può che richiamare sporcizia e lerciume. Il parallelo è semplice, non bisogna viaggiare nemmeno tanto con la fantasia, il titolo di quel manuale è sludge.  

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