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“The Blue Album”: la sfida dei Weezer nell’era grunge

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Erano i primi anni ’90: gli anni del grunge. Il mondo non si aspettava di certo una band come i Weezer. Erano gli anni delle camice di flanella e dei jeans strappati all’altezza delle ginocchia. Gli anni delle lunghe e folte chiome lasciate cadere sulle spalle. Gli anni delle espressioni corrucciate, trapelanti tormento e rabbia. Soprattutto rabbia. Gli  anni dell’urgente desiderio di voler dar voce ad angosce e paure di un’intera generazione.

Eppure, proprio nei primi anni ’90, quattro ragazzi sembravano fregarsene di tutto questo (almeno apparentemente!) e, ancor più, sembravano fregarsene di tutte le richieste del mercato discografico. Quattro “scappati di casa” si ponevano in esatta antitesi di quello che era il panorama musicale dell’epoca, soprattutto negli Stati Uniti.

Improbabili camice e anonimi pantaloni a tinta unita. Espressione inebetita e sorriso conciliante appena accennato. I Weezer, capitanati da Rivers Cuomo, autore di tutti i brani della band, non si facevano carico di nessuna universale denuncia, anzi, nei loro pezzi si limitavano a borbottare, con ironia e irriverenza, episodi legati ad una ex stronza o problemi assicurativi derivati dall’incidente automobilistico di un fratello.

Il mondo non era pronto, eppure il 10 maggio 1994 uscì il disco d’esordio dei Weezer, che all’inizio portava il loro stesso nome e che, solo in seguito, fu ribattezzato col nome che oggi tutti conosciamo, “The Blue Album”, per distinguerlo da quello che sarà il terzo album della band californiana, “The Green Album”, dal sesto, “The Red Album”, dal decimo, “The White Album” e infine, dal tredicesimo, “The Black Album”. Alla platea generalista piacquero subito. Alla nazione alternative, decisamente meno.

Nessun disco, come “The Blue Album”, simboleggia il cambio di umore che negli anni ’90 interessò il rock americano. Kurt Cobain, l’enigmatico frontman dei Nirvana, si era tolto la vita appena cinque anni prima. L’arrivo dei Weezer con la stessa etichetta dei primi, la DGC Records, ebbe tutto il sapore di un vero e proprio “contrappasso”.

Benchè musicalmente siano evidenti vicinanze alla band di Nevermind e di In Utero, in ambito contenutistico le due band restano diametralmente opposte. Nei poco più di quaranta minuti di “Blue Album” traspare un trionfo di gioia, solare e innocente, in cui si susseguono divertenti battutacce da college. Un punk roboante, ma al tempo stesso innocuo, misto a pezzi pop-folk facili e orecchiabili. Il piglio leggero e scanzonato di Cuomo e compagni sintetizza il nuovo spirito “teen” di quegli anni, quasi come una reazione liberatoria alle ombre di band come, appunto, i Nirvana o i Pearl Jam.  

Già la copertina è eloquente, in merito. Nessun mappamondo, alcool o vinili. Solo quattro ragazzi in posa su un semplice fondale blu. L’apoteosi dell’immediata bellezza dell’arte pop.

Photo: Jim Steinfeldt

La loro geniale frivolezza è palese anche, e soprattutto, nei video di due brani estratti dal disco, risultato di un felice matrimonio tra la band e il regista Spike Jonze. Siamo, infatti, nel pieno della “MTV golden age”, in quel fortunato momento storico in cui un buon video poteva garantire ad una band emegente l’agognata heavy rotation e, conseguentemente, molta visibilità e notorità.

Tutti ricordano, certamente, il fortunato video di Buddy Holly, quarta traccia del disco, con le immagini dei quattro componenti della band mescolate a scene in “stile Happy Days”. Probabilmente la hit più famosa dei Weezer, il video a commento mostrava la band ripresa a suonare sul palco del set originale dell’Arnold’s Drive-In. Tra filmati originali della famosa serie, il cameo di Al Molinaro aka Al Delvecchio e i costumi di scena vintage, il video è un tripudio di allegria e nostalgia, così come la canzone che ne è alla base. Per Undone – The Sweater Song, introdotta da un arpeggio molto più emo e cupo, invece, il video confezionato da Jonze seguì una linea minimal: la band posta davanti ad un fondale blu che esegue il brano, circondata da un branco di cani randagi, con gestualità che sembrano essere in slow motion.

Ben quattro volte disco di platino, “The Blue Album” si apre col vivacissimo arpeggio country folk di My Name Is Jonas, perfetta collisione tra riff granitico e melodia morbida, passando per No One Else, che ricorda il sound dei Ramones, e per la malinconica The World Has Turned And Left Me Here, dal sapore decisamente emo, resa ironica e scanzonata dalla voce del bassista Matt Sharp che fa il verso a Cuomo per tutta la durata del pezzo.

Dopo l’immediato e irresistibile ritornello di Surf Wax America, si passa al singolo Say It Ain’t So,  imperniato di flebili riff distorti che, in un crescendo, si accendono nel ritornello, diventando molto più fragorosi, quasi come un ringhio. L’episodio che ha ispirato il brano, riguarda lo stesso Rivers. Tornato un giorno a casa da scuola, trovò una bottiglia di birra nel frigo. Questo ritrovamento scatenò in lui una crisi di nervi, causata dal terrore che il matrimonio tra la madre e il patrigno potesse finire a causa dell’alcolismo, così come accaduto già in precedenza con quello del padre.

Introdotta da un proverbiale fraseggio di armonica, tratto distintivo dei primissimi Weezer, In The Garage assume le sembianze di una vera e propria rivendicazione nerd, in stile Green Day: fumetti, interminabili partite a “Dungeons & Dragons”, una passione insana per i Kiss.

Dopo le sorprendenti armonie vocali nel bridge di Holiday, il disco si chiude col monumentale e ipnotico giro di basso del brano Only In Dreams, otto minuti di puro alternative rock, metà dei quali propedeutici al liberatorio assolo finale di Cuomo.

Erano i primi anni ’90, gli anni del grunge. L’eredità lasciata dai Nirvana fu certamente ingombrante, e presente in più parti del disco. Tuttavia, nelle dieci tracce, contenute in questo “esordio blu”, possiamo riconoscere anche molto altro: la semplicità punk dei Ramones, l’orecchiabilità pop di Elvis Costello, la leggerezza spensierata degli anni ’50 e ’60 e l’energia dell’hard rock dei Kiss.

Dopo quasi un quarto di secolo, il “Blue album” resta una pietra miliare dell’alt rock, un “garage” pieno di ricordi dove tornare ogni volta e in cui arrivi prepotente la nostalgia.

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