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C’è ancora un colore nella notte – un omaggio a Richard Benson

Mentre scrivo queste righe sono bombardato da commenti, post, messaggi, sul web e di persona, ricordi, racconti di esperienze vissute e manifestazioni di vicinanza, rivolti a una delle figure più frastagliate e mitologiche che l’Italia, se non il mondo, abbia conosciuto. Può apparire come un’esagerazione e forse un po’ lo è, ma non è affatto distante dalla verità. Richard Benson insieme alla sua vita, reale e immaginaria, è l’emblema di tante cose e il martire definitivo della cultura italiana. Una vita, la sua, dedicata incessantemente e disperatamente alla musica. Alla conoscenza musicale degna di lauree ad honorem, e alla sua divulgazione, principale fonte della cultura rock e metal di ogni adolescente romano negli anni ottanta e novanta con la sua leggendaria “Ottava Nota”. E alla chitarra, della quale si autoaffermava virtuoso contro tutto e tutti, per prima la realtà dei fatti.

Ed è proprio la realtà ad essere forse il suo peggior nemico. Una realtà che rivelava spietata la vera natura della vita, che a Richard non ha mai fatto sconti. Per questo ha sempre cercato di sfuggirle sostituendola con la SUA realtà fatta di contratti internazionali con la Sony, misteriose tournée in America, impieghi manageriali al limite della fantascienza, per arrivare a vette di virtuosismo come la collaborazione con Obama o il tour negli stadi con Lady Gaga. Benson è diventato col tempo biografo e storico di sé stesso che come un moderno Omero ha raccontato la propria Odissea, intrecciando verità e finzione in una trama tanto fitta da non far più distinguere le due cose. Con la sua dialettica ha traghettato le nostre anime nel suo mondo, un vero e proprio universo narrativo con i suoi simboli e i suoi abitanti. Le sue parabole, come la massima di Palmizio sul bello della semplicità (“meno c’è meno si rompe”) o la arcinota “storia della mula”, presa in prestito da una vecchia barzelletta, generano risate esilaranti ma allo stesso tempo mostrano un’indiscutibile abilità oratoria e drammaturgica di cui pochi parlano. Trasmissioni come “Cocktail Micidiale”, in onda sull’emittente romana Televita negli anni duemila, sono il palcoscenico nel quale Benson attraverso un semplice programma di divulgazione musicale costruisce una messa in scena grottesca e surreale, con una capacità e una dirompenza che lo avvicinano più a un Carmelo Bene che a un conduttore televisivo minore.

Posso andare avanti a scrivere descrivendo i rituali collettivi che si consumavano ai suoi concerti, il lancio di oggetti, il Natale del Male, gli insulti reciproci che nascondevano amore puro, la parabola discendente, le tragedie, i problemi economici, il dramma, ma molti ne hanno parlato e finirei a perdermi in un infinito papiro che non sento il bisogno di srotolare. Il modo migliore che ho per riportare su queste pagine la vera figura di Richard Benson è raccontare la mia esperienza, in particolare quello che accadde un giorno di agosto che rimarrà per sempre impresso nella mia memoria.

È il 2018, siamo in estate, il caldo è insopportabile. Sto in camera a cercare di far passare un altro giorno di stasi quando suona il telefono. Dall’altro capo della cornetta c’è il mio amico Leonardo, bensoniano di ferro, che qualche mese prima aveva scritto a Ester Esposito, moglie di Richard, sperando in un contatto con il Maestro. Le aveva chiesto se fosse stato possibile andarlo a trovare nella clinica dove risiedeva da circa un anno ma non aveva mai avuto risposta. Rispondendo al telefono apprendo che questa risposta non solo era arrivata ma era corredata da un invito a venire a trovarli il giorno successivo. Rimaniamo spiazzati, all’improvviso avevamo la possibilità di imbarcarci in un’avventura che già sapeva di mito, ma con il timore che il confronto con la crudezza della realtà potesse demolire ai nostri occhi una figura per noi emblematica e fondamentale. Dopotutto le condizioni di Benson erano ormai ben lontane dai fasti degli anni novanta o dal vigore dirompente di Televita. Era caduto in rovina finendo in una struttura sanitaria, malato e senza soldi. Il dubbio resta per qualche ora finché non ci convinciamo che un’esperienza del genere va fatta, a prescindere dalle conseguenze e dalle implicazioni emotive che potrà comportare.

Partiamo insieme dopo pranzo, diretti in macchina a Castel Madama per andare a prendere Ester, residente anch’essa in una clinica, ma distante un’ora di macchina da quella del marito, a Nemi. Carichiamo Ester in macchina e ci dirigiamo verso la destinazione finale. Nel tragitto lei ci racconta la nuova quotidianità sua e di Richard, fatta di rinunce, abbandono e disillusione. Ma al contempo ci tiene a ribadire quanto sia contenta del nostro arrivo e quanto giornate come quella fossero importanti per loro. Ci chiede di comprare un paio di pacchetti di sigarette per Richard (Benson blu, a rigor di logica), noi eseguiamo. La clinica si trova in cima a una lunga salita poco fuori dal paese. Mentre saliamo Ester ci mostra la parrucca del marito che tiene in borsa. “Richard vuole farsi bello per voi” dice con fare gioviale. Dal finestrino della macchina lo vedo senza la suddetta parrucca per una frazione di secondo ma distolgo subito lo sguardo, come per voler conservare un’immagine il più possibile immacolata del mio idolo, per non squarciare quel velo che lui stesso ha voluto a tutti i costi mantenere intatto. Finalmente ci incontriamo, la sua magrezza è ben lontana dalla stazza minacciosa dell’ultima volta in cui lo avevo visto al rinfresco del suo matrimonio, ma lo sguardo gelido e magnetico è quello di sempre. Da subito iniziamo a parlare di musica, lui comincia a elencare formazioni e collaborazioni tra artisti, come ha sempre fatto. Durante la conversazione io e Leonardo ci scambiamo brevi sguardi di intesa, come per chiederci reciprocamente se tutto ciò stesse accadendo veramente.

Con Ester domandiamo a un responsabile se si potesse uscire per portare Richard in paese per un caffè, ci rispondono che serve la firma dell’infermiere. Ma l’infermiere non c’è e mentre aspettiamo la tensione sale sempre di più, Richard si spazientisce e dopo quello che a noi sembra un’eternità compare per miracolo e ci firma il permesso. Finalmente liberi scendiamo fino a raggiungere una piazza con un bar. Seduti al tavolo ordiniamo e Richard si scola in un decimo di secondo il suo bicchierone di cappuccino freddo. “Ammazza quant’è bono“, dice con il suo inconfondibile vocione. Dopodiché i due coniugi ci iniziano a raccontare storie e aneddoti a non finire. Raccontano di Televita, della ricerca costante di nuovi dischi da mandare in trasmissione, ma anche dei problemi e le delusioni degli ultimi anni. Noi chiediamo a Richard curiosità su gruppi, chitarre, concerti. Lui sembra meno loquace di prima, più pacato e stanco ma rimane lo stesso di sempre. Nel modo in cui parla, nel tono marziale con cui descrive un fraseggio di chitarra, nel lessico scelto. La sua dialettica è un intero universo, categoria a parte nella lingua italiana che non smetterà mai di affascinarmi. Le sue sentenze infernali tuonano ancora. “Sono vivo per miracolo“, dice all’improvviso. “Tutti gli altri sono morti“. Non si sa chi siano questi altri, ma poco importa. Gli “altri” sono un mulino che Richard ha sempre affrontato. Spesso durante le sue trasmissioni si rivolgeva direttamente a loro, a noi, apostrofandoci come ultimi, squallidi, vermi latranti. Il conflitto con il mondo ha sempre animato le gesta del Nostro, e forse permetteva lui di andare avanti, avendo avversari contro cui lottare.

Il pomeriggio va avanti tra racconti drammatici e momenti di poesia inarrivabili, come quando Richard, sostenendo di essere “molto migliorato come vocalist” intona con la moglie A Wither Shade Of Pale dei Procol Harum. Se ci ripenso non so se ridere o commuovermi. Questo è un momento in particolare nel quale sembra quasi rompersi lo scudo del Benson istrione e aprirsi un varco sul Benson uomo. La dolcezza con la quale canta la melodia iniziale dell’organo muovendo la mano in aria ci lascia pietrificati e quasi a disagio nel disturbare con la nostra presenza un momento del genere. Poi un attimo dopo, come se nulla fosse, continua a parlare dei suoi prossimi concerti, sfidando ogni tangibile realtà dei fatti. Richard Benson è proprio questo, un continuo paradosso, un nastro di moebius dove si intrecciano tante realtà, ognuna vera a suo modo, che allo stesso tempo si annullano e si confermano a vicenda.

Si sta facendo sera e riportiamo Richard alla clinica. Tornare lì fa uno strano effetto. Il confronto con il bar di prima è spietato e una condivisa malinconia inizia a farsi strada. Ester abbraccia e bacia il marito, noi chiediamo di farci una foto insieme per ricordo, dopodiché lo salutiamo a nostra volta, ringraziandolo di tutto. Tornati a Castel Madama, prima di andare via, Ester ci racconta il suo primo incontro con Richard, avvenuto nell’ormai chiuso locale romano Jake & Elwood a metà anni novanta. Un salto indietro a una Roma non ancora in necrosi, viva, brulicante di locali e di movimenti, dove Benson compariva in ogni dove, nei locali dove suonava, nei negozi di dischi, agli incontri e alle masterclass di Steve Vai, Glenn Hughes e tanti altri. Ancora prima dell’incidente di Ponte Sisto e della successiva consolidazione come personaggio trash nazionale. Ma chi prova a demarcare linee tracciando un “prima” e un “dopo”, un vero Richard Benson e un finto Richard Benson, sbaglia. Lui è rimasto lo stesso, seppur cambiando alcune connotazioni. Ha saputo trasformarsi per compiacere un pubblico sempre in mutamento, finché non è diventato impossibile contrastarlo e contrastarsi. E proprio ora che si cominciava a vedere un nuovo impensabile capitolo della sua vita, un’ennesima rinascita, ecco che assistiamo a questo ultimo glaciale colpo di scena. Colui che “non è mai morto” è in grado di morire.

Negli ultimi due anni sono riuscito a sentirlo al telefono per un paio di occasioni, e lui ogni volta ha sempre esordito dicendo “sto molto bene”, ribadendolo anche nei vari video usciti durante questo e lo scorso anno. Video semplici, senza le grafiche infernali di Televita, dove un Richard provato ma sempre più in forma suonava e cantava brani di recente composizione. L’ultimo, Processione è stato registrato e arrangiato in studio a marzo, grazie al contributo del vecchio amico e allievo Simone Sello e a un team di vecchi e nuovi elementi. Sarebbe dovuto essere un trionfale ritorno. Sarà invece un ultimo addio. Vedere per la prima volta un mondo senza Richard Benson è paradossale. Persino Valerio Lundini ha accantonato la sua comicità surreale nell’intervista andata in onda su Rai 2 mercoledì 11, nell’ultima apparizione televisiva di Richard. Giovedì 12 si è celebrato il suo funerale, di fronte al Bar Italia a Roma, dove lo incontrai per la prima volta.

Purtroppo non sono riuscito ad andarci, ma ho potuto vedere le foto e i video dei fan e degli amici, momenti di commozione e goliardia, la presenza dello storico amico e collega Gianni Neri, e del leggendario batterista John Macaluso. Ma quello che mi colpisce di più è la dedica della Falange Benson, gruppo storico di appassionati, che recita: “Uniti, ma da quale spago?” Ci dicevi, senza sapere che lo spago eri e sarai tu. E quindi grazie caro Richard, ci lasci in stati impervi, costretti a vagare per vie inferiori senza nemmeno un lumicino a guidarci. Non ci resta che stringere i denti e andare avanti, come ci hai sempre insegnato. Ci vediamo al Simposio del Metallo.

Questo articolo è dedicato ai tanti amici con cui nel corso degli anni ho condiviso e vissuto l’amore e la stima per Richard, le risate sguaiate, le citazioni ossessive, le ricerche, le imprese folli, in particolare Mattia e Leonardo, anche se loro già lo sanno benissimo.

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