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Interviste

Il palcoscenico, la sua vita: intervista a Pierpaolo Capovilla

Foto: Mauro Lovisetto

Un ritorno necessario per la scena musicale quello di Pierpaolo Capovilla e I Cattivi Maestri, nuovo progetto con Egle Sommacal (già chitarrista nei Massimo Volume), Fabrizio Baioni (LEDA) e Federico Aggio (Lucertulas). Il disco d’esordio omonimo (qui la nostra recensione), firmato Garrincha Dischi, è un disco politico, nel senso più forte e puro del termine. “Dieci canzoni, otto cazzotti e due carezze, per raccontare questi tempi di violenza e sopraffazione, il paese e il mondo in cui viviamo”: ne abbiamo parlato direttamente con l’artista veneto.

One Dimensional Man, Il Teatro degli Orrori ed altri progetti paralleli..Pierpaolo Capovilla ha un passato, un presente e, si auspica, un futuro in cui la musica è un’adorabile compagna. Quante altre volte ancora saprai e vorrai reinventarti dal punto di vista artistico?

“Adorabile compagna”… Adorabile espressione! Ma in tutta franchezza non credo di essermi “reinventato” neanche una volta. Ho semplicemente cercato di essere me stesso, e di sforzarmi a conferire coerenza fra le cose che ho fatto, che faccio, e quelle che vorrei fare. A volte ho l’impressione di aver scritto centinaia di volte la stessa canzone. I temi delle mie composizioni sono sempre gli stessi. La vita della povera gente, gli ultimi e gli emarginati, le prevaricazioni, la violenza, l’incomunicabilità esistenziale, insomma, i limiti dentro i quali vengono costrette le nostre esistenze, nel segno della militanza intellettuale e del pensiero critico. One Dimensional Man, il nome della mia prima band, non è che il titolo di un celeberrimo saggio di Herbert Marcuse, proprio quello che diede il via al Sessantotto americano. Il Teatro degli Orrori era ispirato al Teatro della Crudeltà di Antonin Artaud, teorico del ‘teatro di scena’, espressione rivoluzionaria di una concezione dell’arte e del mondo che ha cambiato radicalmente il senso stesso del teatro, e che ci riguarda… Che cos’è un concerto rock se non una rappresentazione teatrale. In “Obtorto Collo” andai a frugare fra le miserie della storia sociale italiana, dalla stigmatizzazione dei Romaní, all’omicidio psichiatrico di Francesco Mastrogiovanni. Con I Cattivi Maestri forse sto cercando di spingermi oltre, di portare alle estreme conseguenze il percorso fatto fin qui, sia dal punto di vista narrativo, che da quello del suono e degli arrangiamenti. Ma se la narrazione è certamente farina del mio sacco, il nuovo repertorio è frutto di un lavorio collettivo, impossibile senza il contributo di Egle, Federico e Fabrizio. Egle, in particolare, ha conferito alle canzoni quella poesia che è caratteristica del suo modo di suonare la chitarra elettrica. Egle è un intellettuale della sei corde, e il suo contributo è dirimente, c’è poco da fare.

C’è stato un momento in cui hai pensato di mettere un punto alla carriera di cantautore? Te lo domando perché gran parte dei tuoi vecchi sostenitori hanno aspettato con trepidazione il tuo ritorno. Cosa è accaduto dopo la gloriosa parentesi con Il Teatro degli Orrori e questo nuovo progetto che ti vede protagonista insieme ad altri altrettanto validi musicisti?

Beh.. Chi di noi non si sente perso, sconfitto, naufrago, almeno una volta nella vita… Ho pensato spesso di abbandonare il mestiere del rock… Da anni scrivo un romanzo che avrei voluto intitolare “Paranoia”, un lungo racconto autobiografico con sullo sfondo… la guerra termonucleare. Ho studiato a fondo l’evoluzione tecnologica dei nuovi sistemi d’arma, dai nuovi ‘glider’ ipersonici alle così dette DEW, Direct Energy Weapons, ho seguito con attenzione maniacale l’involversi geopolitico inter-imperialistico, leggendo ogni giorno tanto i media russi e cinesi, che i ‘think-tank’ americani, scoprendo che tutto, ma proprio tutto ci porta verso la catastrofe. Avrei dovuto sbrigarmi, perché la realtà è più veloce dell’immaginazione. Ricomincerò da capo, maledizione, sperando nella sopravvivenza. Ma il rock è una malattia, una di quelle che si cronicizzano, o te ne sbarazzi da giovane, o te la porti addosso per sempre. Il palcoscenico, è lui il problema. Perché un concerto rock, non tutto il rock, è ovvio, è un momento di vita veramente e finalmente vissuta. Altroché.

In MinuteGirl alla fine del brano esclami i seguenti versi: “ e questo è un mondo, è vero che ha rinunciato a se stesso tanto tempo fa”. Puoi argomentarmelo per favore?

La canzone narra di un colloquio clinico fra una giovane depressa e uno psichiatra, al quale confida di sognare ogni notte la guerra e teme che questi sogni siano premonitori. Esattamente il tema del romanzo di cui ti ho appena accennato. Alla fine la guerra scoppia davvero. Se non è questa la più grande rinuncia di sempre…Dacché son nato, era il 1968, non ho visto che guerre su guerre, come se la guerra fosse un destino ineluttabile. Sono decenni che la Società degli Scienziati Nucleari americani e Noam Chomsky in persona ci mettono in guardia sull’avvicinarsi del pericolo di una guerra mondiale e su quello della scomparsa della civiltà umana in grado di organizzarsi. I fattori, ci spiegano, sono tre: la possibilità, mai così seria, di una guerra atomica. La crisi climatica, e per forza! Infine: la crisi delle democrazie. Perché quando viene meno la volontà popolare (la lotta di classe, dico io, cuore pulsante non dello sviluppo economico, ma del progresso umano) emergono le volontà, i desideri, gli obiettivi delle élite, che non coincidono con quelli delle masse popolari.

Nella traccia Il Miserabile disegni un mondo in cui brulica il consumismo più sfrenato, la trappola prestazionale, i dispositivi tecnologici. Siamo schiavi del nostro tempo e ciò colpisce soprattutto le nuove generazioni chiuse in casa, adolescenti gobbi sui propri cellulari, via i libri. Pensi sia possibile sfruttare il web 2.0 in modo consapevole e soprattutto utile e perciò ti domando qual è il tuo rapporto con i social media?

Detesto i social media, tutti. Li uso perché non posso farne a meno. Siamo tutte e tutti intrappolati in una immensa mistificazione della realtà, un gigantesco inganno collettivo. Prima ce ne renderemo conto, meglio sarà.

Foto: Mauro Lovisetto

Commovente il pezzo La Città Del Sole. Qual è la storia che si cela dietro a Lorenzo Orsetti a cui dedichi questa canzone dolcemente complicata?

Lorenzo era un giovane toscano appassionato della causa del Rojava. L’hanno ammazzato quei fanatici dello Stato Islamico, nel villaggio siriano di  Al-Baghuz Fawqani,  nei pressi del confine con l’Iraq, la mattina del 18 marzo 2019. Orso e Tekoşer i suoi soprannomi di battaglia. Lorenzo è stato un partigiano del socialismo contemporaneo, del Confederalismo Democratico, degli ideali di uguaglianza e giustizia che ancora scuotono cuori e coscienze nel mondo. La Città del Sole è un ringraziamento, una orazione funebre, un atto d’amore nei confronti di un giovane uomo morto ammazzato per i suoi ideali, e per il suo immenso coraggio. Un coraggio, vorrei dire, non istruito dall’odio per un nemico pur spaventoso, ma dall’amore per un popolo, il popolo curdo, il più straordinario esempio di resistenza socialista alla violenza dell’imperialismo. L’avevamo già pubblicata questa canzone, in una versione assai diversa, nella compilation Her Dem Amade Me, un doppio CD di ventiquattro tracce i cui proventi saranno devoluti al centro Alan’s Rainbow di Kobanê, per dotarlo di un ambulatorio pediatrico che gli sarà intitolato.

In Anita canti di un’altra battaglia, quella che si consuma dentro le mura di casa. “Questa guerra che ogni giorno coviamo dentro di noi” è un verso che fa riflettere. Se la comunicazione è vitale in un rapporto di coppia allora perché piuttosto che imbastire una conversazione siamo ipocriti anche verso noi stessi e facciamo finta che vada tutto bene?

La società in cui viviamo, le circostanze storiche, lo sviluppo tecnologico, ci spingono ogni giorno verso l’incomunicabilità, nel senso sartiano del termine, la disaffezione, l’individualismo, anche nel rapporto di genere e nelle relazioni sentimentali. La vittima sacrificale del processo di disumanizzazione collettiva è la nostra stessa felicità, o le nostre aspirazioni verso la felicità, l’amore, quindi. All’origine della guerra interiore c’è sempre lui, il patriarcato, nel quale si cela l’ideologia del dominio, che uccide l’amore anche quando meno te l’aspetti.

Due frasi molto forti compaiono nell’ultima canzone Sei una cosa.  La prima “Il mondo può fare a meno di te” e poco dopo “siamo fatti così, nati per distruggere, oppure per morire”. Dove trovi tu la tanto sospirata serenità, la felicità è piuttosto un’utopia, nella vita di tutti i giorni?

Un’utopia, si. Ma l’utopia è un concetto grande, anzi enorme, e non è sogno, ma realtà. Perché l’utopia è certamente un obiettivo impossibile, ma il percorso che possiamo intraprendere verso esso coincide con le nostre stesse esistenze, le nostre vite. E allora, siamo realistici: senza utopia non c’è la vita, c’è la resa, non c’è il futuro, ma soltanto il presente.

L’opera pittorica “La Delusione di Cristo” a cura di Vasco Hadzovic è l’artwork scelto per questo disco di debutto. Cosa si cela dietro a questa evocativa rappresentazione?

Nella domanda, la risposta! Si cela un’evocazione. Quella del rammarico per una storia, quella dell’umanità nel suo insieme, interrottasi in un sempiterno presente. Gesù Cristo fu un rivoluzionario, lo crocefissero per questo. Così come il socialismo è stato ucciso in un martirio lungo secoli, i nostri secoli. Ho desiderato questa copertina per tutta una vita, e ringrazio Vasco Hadzovich per il grande dono. Vasco è un Romanì, uno zingaro. Questo Gesù è uno zingaro, eternamente scacciato, sempre spinto ai margini, in ogni modo concepibile umiliato e offeso. Credo questa sia la copertina più politicamente allegorica che potessimo immaginare. Quella falce e martello ce l’ha suggerita il Papa, quando uno studente brasiliano gli chiese “è vero quel che si dice in giro, che Voi siete comunista?”. Francesco gli rispose con l’arguzia che lo contraddistingue: “io sono il Papa, Pontefice della Chiesa cattolica, e non posso essere comunista”, ma poi aggiunse: “sono i comunisti che sono cristiani, e non lo vogliono ammettere”. Ciò che accomuna cristianesimo e socialismo è, io credo, quella che Majakovskij chiamava la grandezza del cuore umano.

La pandemia ci ha tolto per due anni i concerti. Quel salvifico contatto così importante sia per l’artista sia per il pubblico è sempre stato uno degli ingredienti più importanti in una performance live. Cosa ti aspetti accadrà in questa nuova fase di ripartenza nei club italiani che ospiteranno il vostro tour?

Cara Silvia… Cosa vuoi che mi aspetti… Spero con tutto il cuore si possa tornare a suonare concerti in piena presenza, magari senza le stramaledette mascherine. Spero di potergli saltare addosso al pubblico, spero nella castità dell’orgia, nell’amorevolezza della rissa, spero… Come diceva Pasolini, non c’è mai disperazione senza almeno un po’ di speranza.

Due libri, due film e ovviamente due canzoni che custodisci nel cassetto dei tuoi pensieri più reconditi?

Ho letto recentemente un saggio che ho trovato avvincente, e che vorrei consigliare a tutte e tutti: Dominio, di Marco D’Eramo. Anyway, se proprio devo citarne due, fra i miei romanzi preferiti di sempre ci sono Viaggio al Termine della Notte, di Céline, e Palme Selvagge, di Faulkner. Fra i film Stalker, di Tarkovskij, e il recente Loveless, di Zvjagincev, che mi ha commosso nel profondo. Le canzoni… ne avrei a migliaia! Due su tutte: Io ti Racconto, di Claudio Lolli, e Chi Tene ‘o Mare, di Pino Daniele.

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