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“Hail To The Thief” dei Radiohead: un capolavoro sottovalutato

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Un giorno di inizio estate, prendi le tue cuffie (rigorosamente!) rosse per riascoltare uno dei dischi che, come direbbe la Bignardi, “ti hanno rovinato la vita” e ti accorgi che sono passati diciannove anni; così, in un soffio. Ebbene sì, “Hail To The Thief” dei Radiohead ha compiuto, per l’appunto, diciannove anni!

Sesto album per la band di Oxford, la pubblicazione fu preceduta da parecchio rumore. La maggior parte delle canzoni, infatti, era già stata ascoltata durante i concerti e, come se non bastasse, erano comparse in rete quasi tutte le tracce, già mesi prima dell’uscita fisica nei negozi. Dopotutto, i Radiohead hanno spesso rivoluzionato la musica con scelte coraggiose, tra cui, sicuramente, la divulgazione in rete di alcuni loro lavori, in un’epoca in cui Spotify era ancora una realtà ben lontana. 

Il titolo del disco “Hail To The Thief”, letteralmente “benvenuto al ladro”, sembrerebbe richiamare in chiave parodica, anche se la band lo ha sempre smentito fermamente, la frase che accompagnò l’ascesa al ruolo di presidente degli Usa George W. Bush, esplicitamente poi evocato nella strofa del brano Where I End You Begin, conferendo al disco una palese nota politica. 

L’album numero sei dei Radiohead fece storcere parecchio il naso a tutti gli affezionati di quello che potremmo definire “Radiohead sound”, poichè si presentò in chiave di netta separazione sia dalle atmosfere eteree e rarefatte di “Ok Computer”, sia dai lavori sperimentali immediatamente precedenti, gli album gemelli “Kid A” e “Amnesiac”. Chi si aspettava, infatti, un sussurrato ritorno alle sonorità del primo, rimase indubbiamente deluso. Chi si aspettava, invece, un sequel degli ultimi, rimase ugualmente deluso a sua volta. “Hail To The Thief” è l’ennesima tappa del viaggio dei Radiohead. Vantare per una band un continuo rinnovo pur restando fedele a sé stessa, non è cosa da poco, e fa di “Hail To The Thief” un buon disco, sicuramente più facile rispetto ad altri della loro produzione e, per questo, ingiustamente sottovalutato. 

Personalmente non posso che apprezzare la scelta di percorrere nuove strade, alla ricerca di nuovi orizzonti. A seguito dell’inaspettato successo commerciale di “Ok Computer” e delle notevoli vendite degli album successivi, i Radiohead, come molte altre band, avrebbero potuto tranquillamente puntare su un prodotto qualitativamente più scadente e orecchiabile, a discapito di ideali e ispirazione. Ma non l’hanno fatto, prediligendo una composizione che mescola sperimentazione e fruibilità, melodie e sonorità tanto originali quanto imprevedibili. 

“Hail To The Thief” ha una essenza onirica, sospesa e liquida. Benchè ancora presente un’ibrida elettronica, nella maggior parte dei brani ritornano gli strumenti del rock tradizionale, accompagnati dalla voce ispirata di Thom Yorke, che diventa guida spirituale, faro nel mare delle note. In “Hail To The Thief” la voce di Thom raggiunge una bellezza e una maturità che forse toccherà di nuovo solo nel di molto successivo “A Moon Shaped Pool”

L’artwork che incornicia il disco, curato da Stanley Donwood,  raffigura un muro composto da tanti rettangoli dai colori accesi, ciascuno dei quali contenente una sigla o una parola del mondo moderno: TV, Only, 24 HR, Media, Popcorn, Test, Vacant, God, Screen, Color. Al di sopra del muro un cielo azzurro, minacciato da inquietanti sbavature nere, che si diramano dai manifesti colorati. La tematica sottesa è l’alienazione: nube tossica respirata a pieni polmoni, eco disperato di una generazione che non riesce a trovare il proprio posto nel mondo, sedotta e poi abbandonata dalle stessse parole poste in copertina. 

(Image credit: Radiohead)

“Hail To The Thief” è un disco poliedrico in cui si intrecciano quattordici composizioni, le quali, attraversando diversi filoni tematici e stilistici, raccontano anni sfuggenti e ambigui, malumori e nevrosi, implosioni sospese e poetiche dell’apocalisse. Le tracce si macchiano di un cupo presagio, accresciuto dagli ululati gotici, e mutano pelle in corsa, risultando spontanee e mai artificiose o studiate, cristallizzando il punto di equilibrio tra le diverse anime dell’album e della band.

Il nuovo viaggio dei Radiohead si apre col devastante climax chitarristico di 2 + 2 = 5. (The Lukewarm.): dopo un dolce arpeggio greewoodiano, inizia una corsa sfrenata, rabbiosa, cadenzata dal canto nervoso di Thom Yorke. Il ritmo è irruento, spezzato, quasi ansiogeno. Evidente il richiamo al romanzo 1984 di George Orwell, in cui la psicopolizia costringe le persone a credere che due sommato due, dia come risultato cinque. Si prosegue con Sit down. Stand up. (Snakes & Ladders.), brano lento, trasognante e glaciale, capace di ipnotizzare col suo incipit in cui è protagonista un ammaliante piano à la Pyramid Song, per concludersi poi in schizofrenici battiti metronomici che lasciano senza fiato. Sail To The Moon. (Brush The Cobwebs Out Of The Sky.) è la terza traccia del disco, onirica e liquefatta, una pausa catartica affidata alla equilibrata grazia degli arpeggi e delle chitarre, che, unite alla voce di Yorke e all’amara malinconia del testo, permettono di vagare altrove. L’intermezzo psichedelico riporta alla mente alcuni fraseggi di “Ok Computer”, ma qui si fanno più complessi e intricati. La chiusura è affidata a spaziali riverberi in dissolvenza.   

Le melodie elettroniche prevalgono in Backdrifts. (Honeymoon Is Over.), probabilmente la traccia meno riuscita del disco e unica mai eseguita nei live. Si ritorna qui nei territori tipici di “Kid A”, in cui la drum machine detta prepotentemente la linea. Altra traccia puramente elettronica è The Gloaming. (Softly Open our Mouths in the Cold.), canzone che fa da titolo alternativo all’intero disco. Frastagliata e nevrotica, dalla sintetica texture digitale, un ballo alienato della società che danza al ritmo di una musica estraniante, vedendo (ma non guardando!) il proprio “crepuscolo”.

Tra i brani più puramente rock, invece, troviamo la camaleontica e impetuosa Go to Sleep. (Little Man being Erased.), brano più immediato dell’album, in cui chitarre in primo piano e cantato solenne evocano uno scenario apocalittico e criptrico, di efficace melodia, e  Where I End and You Begin. (The Sky is Falling in.), in cui, oltre al tema Bush Jr. (“Hail To The Thief” è senz’ombra di dubbio l’album più politico dei Radiohead), vi è un ritorno allo schema classico della canzone, che ricorda molto il rock futurista degli U2. L’atmosfera è intrisa del ritmo oscuro del basso di Colin Greenwood e degli effetti alieni del synth di Jonny Greenwood, mescolati a tastiere stranianti e alla voce malinconica di Thom Yorke.

Il disco prosegue con i cori fumosi di We Suck Young Blood. (Your Time is up.), in cui, tra versi allucinati, poche note di pianoforte accompagnano uno Yorke straziante. Tornano gli incubi di Paranoid Android, accompagnati ad influenze jazz, già presenti in “Amnesiac”, che qui raggiungono una totale sublimazione.  Si continua col brano There There. (The Boney King of Nowhere.), scelto come singolo per rappresentare l’intero lavoro. Traccia dal testo fiabesco, in cui a percussioni introduttive sono incalzanti e marziali, si aggiungono minacciose e roboanti chitarre. Sempre giocando sulle sovrapposizioni di chitarra e voce, la ninna nanna folk I Will. (No man’s Land.) si pone come una pausa acustica. Potremmo definirla sorella minore di Exit Music (For A Film); anche qui, la voce di Thom Yorke fa piena prova di forza e maturità.

Undicesima traccia, A Punchup at a Wedding. (No no no no no no no no.), dal tappeto sonoro particolare, tanto da essere quasi indefinibile: ritmo gotico e finale elettronico. Notevole il graffio rauco della voce nella successiva Myxomatosis. (Judge, Jury & Executioner.), accompagnato da una batteria anarchica e da improvvise pause. Una traccia che grida, senza alzare la voce. Sembra stia per arrivare un urlo da un momento all’altro, ma non arriva mai. Chiudono il disco la malinconica e rassegnata ballata dark-soul Scatterbrain. (As Dead As Leaves.) e il carillon lirico di A Wolf At The Door. (It Girl. Rag Doll.), il quale sembra trasportarti alle porte di un mondo fantastico e fiabesco, una foresta incantata dagli scenari magici e tormentati. L’estro creativo di Greenwood disegna le angosce di Yorke, vestendo il brano con synth e strumenti a corda, in una elegiaca danza notturna per falene ubriache, sperando che il lupo non arrivi.

“Hail To The Thief” resta l’ennesimo capolavoro dei Radiohead. Con più di un’ora di ascolto, resta l’album più lungo della band e forse anche l’opera più completa. Un disco enigmatico, dall’animo variopinto. Un labirinto in cui perdersi, tra sfumature, umori e suoni. Da ascoltare e comprendere, per l’urgenza che reclama, urlata in silenzio. 

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