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Bartees Strange – Farm To Table

2022 - 4AD
indie

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Tracklist

1. Heavy Heart
2. Mullholland Dr
3. Wretched
4. Cosigns
5. Tours
6. Hold The Line
7. We Were Only Close For Like Two Weeks
8. Escape This Circus
9. Black Gold
10. Hennessy


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La cosa bella di Bartees Strange e del suo folgorante album di debutto “Live Forever” è che non c’erano schemi, nulla che si lasciasse prevedere o intuire a priori, la sensazione era di libertà totale, ma anche di una certa costante tensione che faceva da collante ad una quantità notevole di stili e approcci diversi che vivevano in un’armonia quasi magica. Ora che sono passati due anni, e che anni, per l’artista anglo-statunitense è il momento di provare a confermarsi e tracciare nuovi sentieri. Il punto di partenza, se vogliamo anche di arrivo, è il salto dovuto e meritato in 4AD, superpotenza delle etichette di stampo indipendente con la quale Bartees Strange licenzia questo “Farm To Table“.

È un disco diversissimo rispetto al suo predecessore, sebbene i tratti in comune siano ben riconoscibili e sono tutti riconducibili alla personalità di Bartees Strange, uno che in pochissimo tempo ha creato un marchio di fabbrica potente. Ma non c’è istinto famelico qui, non c’è la voglia di spingersi oltre e dimostrare in ogni pezzo la voglia di essere unici, c’è piuttosto lampante l’ambizione di raggiungere vette che per forza di cose necessitano di smussare angoli e asperità. E in questo “Farm To Table” suona standard, prevedibile e schematico nel suo riproporre con perizia quelle che in “Live Forever” erano esplosioni di creatività e qui invece sono formule codificate.

Non stupiscono dunque i fuochi d’artificio di Wretched, che con quella cassa dritta strizza l’occhio al pop più mainstream ma non ne ha ancora la giusta sfacciataggine, così come i fiati festosi di Heavy Heart – un Panic! At The Disco moment fuori tempo – e l’atmosfera scura e urban di Cosigns. Piuttosto, a regalare spunti di interesse sono i momenti più rilassati, non tanto i sentori emo e un po’ sfilacciati di Tours, quanto piuttosto le incursioni nel soul e nel folk delle belle ed intime Hold The Line, Black Gold ed Hennessy, momenti di novità e di reale emozione in un disco che ha scelto scientemente di non osare quasi mai e che forse proprio per questo, ahinoi, funzionerà.

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