Quando due anni fa critica (noi stessi, tra l’altro) e pubblico (leggi: la rete) acclamarono “color theory” come uno dei migliori dischi usciti quell’anno non fui così convinto di tanta bontà ed entusiasmo. Certo, Sophie Allison pur essendo estremamente giovane, dimostrava già di avere un talento notevole, ma fine lì, quindi l’ho archiviata come semplice esagerazione e il solito grido “al miracolo” pompato dai social e dal fatto che criticare, pure costruttivamente un disco, oggi sia una bestemmia e pertanto vietato.
Mi sono dovuto però ricredere sul conto di Soccer Mommy, ché la crescita nel giro di una manciata di anni si è riversata tutta nel suo terzo album “Sometimes, Forever”. Io, che sono un cultore della teoria che un produttore possa fare la differenza nella carriera di un artista, vedo nella collaborazione tra Allison e Daniel Lopatin/Oneothrix Point Never possa essere la pietra angolare nella carriera della cantautrice di Nashville.Tutti gli spettri delle influenze che finora hanno infestato la produzione della venticinquenne vengono assorbiti e di derivativo non c’è praticamente più nulla, se non quella fascinazione per l’indie tutto dell’ultimo decennio del secolo scorso, cosa peraltro inevitabile.
La voce di Allison seguita l’immersione nelle profondità di un lago fatto di amarezza e disincanto, ancor più struggente e piegata dal peso della giovane età che stagna in un mondo avverso a chiunque, non solo più alle nuove generazioni, si fa strada nelle rarefazioni elegiache di newdemo e spinge ancor più verso il fondale in brani allucinati come Unholy Affliction, ambiguamente digitale nel suo essere puzzle ritmico alieno a qualsiasi cosa in uscita da parte di suoi coetanei. Darkness Forever impone riff di contrabbasso corposamente insidiosi ad una chitarra tagliente che sega in due il pezzo, creando un’atmosfera claustrofobica e irrespirabile. Un dettaglio da non sottovalutare qui e altrove sono i synth cosmici (ecco che il tocco di Lopatin si fa presenza) che baluginano andando a impreziosire un ambiente già di per sé ricco di sfumature, suoni che restano appesi ad eco in equilibrio tutto tranne che precario col suono prettamente dry di cui si nutre Soccer Mommy, dando vita a momenti in sospensione tipo Following Eyes, una mutazione in corsa che trasmigra l’indie in un cosmo altro. Immaginatela in un disco di Pavement o Mazzy Star e non farete peccato.
Si sente tutto il proprio specchiarsi in una realtà terrificante, che macina il cuore e crea crepe lungo tutto il corpo (e, se ci credete, l’anima), lo si nota sentendo entrare sottopelle Shotgun e Bones, coperte da una patina grigia che, man mano che ci si muove sulla linea del tempo, ha la tendenza ad indurirsi piuttosto che sciogliersi. Fanno da contraltare le bordate stile Corgan di Don’t Ask Me oppure da contrappunto in delizie acustiche come l’amareggiata Fire In The Driveway o ancora la lezione imparata in tour coi Wilco prorompere su Feel It All The Time le cui melodie affondano nel terreno del Tennessee marcando una propria idea di roots da non sottovalutare.
Superando se stessa e le mode passeggere, Soccer Mommy si fa grande e con uno spettro di sentimenti sempre più ampio porta “Sometimes, Forever” davvero oltre la barriera del semplice gradimento sociale. Anzi, ho idea che se ne sia allontanata una volta per tutte e, sinceramente, è solo un bene.