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Ghost Horse – Il Bene Comune

2022 - HORA Records
avant jazz

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Tracklist

1. Fulfillment Center
2. Idea
3. Q
4. Stand Stan
5. EBO
6. Warsaw
7.  Il bene comune


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Aspetto alla finestra che sotto casa mia passi qualcosa che mi faccia tornare in mente la frase che utilizzai per i miei articoli sul jazz anticonvenzionale, ossia “non c’è più il jazz di una volta (e sticazzi)”, e spesso attendo invano. Giorni e giorni di appostamenti ma nulla. Poi, ad un tratto, avviene l’incontro ravvicinato del terzo tipo.

In principio erano gli Hobby Horse, trio formato da Dan Kinzelman, Joe Rehmer e Stefano Tamborrino, veterani della materia, che due anni fa presero la decisione di dare nuova linfa al progetto, aggiungendo altri veterani nelle figure di Gabrio Baldacci, Glauco Benedetti e Filippo Vignato ed ecco nascere Ghost Horse. Sestetto in odore di avant che racchiude in sé fiati, legni e corde, anche baritone, pronti a far schiantare il jazz più avanti, sulla strada già battuta ma non del tutto assestata, di certo non lastricata, di modo che il viaggio risulti più godibile, se per godibile intendete movimentato e se per movimentato intendete che alla fine il culo vi faccia male un bel po’, scomodi come siete. Perché certe cose non devono essere comode, semmai il contrario.

Il cavallo fantasma che traina la carrozza seguita il suo percorso arrivando alla stazione di posta numero due, “Il bene comune” che, per l’appunto, non è un album rassicurante ed è questo il suo punto di forza. La maestria melodica dell’ensemble si fa catalizzatore di suoni ed arie in odore di apocalisse, in equilibrio sì, ma da sembrare sempre sul punto di crollare, illudendo l’ascoltatore. Prendete un brano come Q, il cui arrangiamento è psicosi pura e semplice, le arie malinconiche imbastite dagli ottoni aleggiano su un’intelaiatura ferocemente progressiva, di quel prog crimsoniano teso e malvagio, latore di cattive notizie che viene strechato fino a implodere nel rumore. Passate poi a Idea, un cubo di cemento armato costruito su fondamenta ritmiche serrate talmente ben congegnate da sembrare trip-hop suonato da una schiera di Transformers.

Il non-so-che di funebre di Stand Stan è hauntology in jazz, una marcia lenta che richiama il folklore tipico di ogni paese del mondo quando è alle prese con l’oltretomba, qualcosa di oscuro e terrificante, un riflesso che si distorce diventando sensualità notturna nella seguente EBO, raggiungendo così un punto di alienazione tale da non capire più bene dove ci si trova. Altro punto di forza, perché nel suo essere spiazzante e multidirezionale si trova sempre un’indicazione utile a comprendere di non essere finiti in un altro album. Per questo il finale affidato alla title track è tanto perfetto, un caleidoscopio emotivo che alla soglia degli 11 minuti di durata passa da vellutate concupiscenze, saliscendi, ritmi sornioni ed eco che fanno da sfondo a tutto un paesaggio urbano destabilizzato, un po’ come fecero (e fanno ancora) i Jaga Jazzist.

Come hanno avuto modo di dire gli stessi membri del collettivo, per loro il jazz non è un genere bensì un modo per mettere in comunicazione diversi tipi di linguaggi, lasciando che l’imprevedibilità prenda il sopravvento sul senso di già sentito. “Il bene comune” (qualsiasi esso sia, al di là del titolo) fa dell’imprevisto marchio di fabbrica, facendosi opera che, per quanto in sottrazione, stratifica tutta una realtà altra.

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