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Back In Time

Angoscia adolescenziale: l’album di debutto dei Placebo

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Harder, faster. Forever after

Prendete gli ultimi due minuti di Bionic dei Placebo. Seguitene lo scorrere, lasciatevi trasportare. Il suono che percepirete è il suono dell’estate del 1996. L’unico che la possa rappresentare appieno, tralasciando le lepide attività che, per un quindicenne, identificano questa stagione. Il brano, in sé, è abbastanza semplice. Non ha ritornello e non ha strofa, è composto da poche parole e il suo dipanarsi è affidato partendo da un arpeggio abbastanza semplice, che cade lento come le gocce d’acqua cadono da una grondaia di un palazzo dopo un temporale. Nel panorama del rock alternativo dell’epoca si trova facilmente qualcosa di più complesso, qualcosa di più studiabile. Ma Bionic è violenza pura, e questo è un postulato indiscutibile.  

I Placebo, con il loro omonimo debutto, scrissero il primo vero disco di rock indipendente sul suolo europeo. Non a livello di produzione o di distribuzione, ci mancherebbe. Intendo a livello sentimentale e conflittuale. “Placebo” è un album che si fonda totalmente sulla belligeranza e su un’acrimonia ancestrale che sbrana chi sceglie di ascoltarlo provando a rimanerne distaccato.

Quell’estate avevo quindici anni e fui colto, per la prima volta in vita mia, dalla paura di perdere qualcuno o di mancare in prima persona a qualcuno. L’anno scolastico era finito senza troppi affanni e, non avendo letteralmente nulla da fare, se non un tranquillo stage part-time presso una nota libreria della città, affrontavo le giornate a casa, cercando di conoscere di più le persone che frequentavo e con le quali avevo condiviso i banchi di scuola in quegli anni, cercando di capire quale fosse la strada giusta per rendermi interessante ai loro occhi, così come loro lo erano ai miei. Le uscite alla sera, portando le biciclette a mano per tutto il centro città, gli Europei in Inghilterra con Berger che ci fece impazzire, la pecora clonata. Non successe praticamente nulla, in quel periodo, ma la mia perseveranza nell’ascoltare praticamente solo questo disco rendeva tutto più catastrofico ed immutabile. Persino il dover raggiungere la solita località vacanziera montana, dalle stradine tortuose e perennemente invase dalle betoniere, mi appariva un ostacolo insormontabile, e durante il tragitto in pullman da Novara al piazzale della stazione di Domodossola avvertii più volte la necessità di scendere dal mezzo e tornare indietro, con la paura di aver dimenticato un rapporto che non si sarebbe mai più sanato. Passavo stazioni deserte come quelle dei racconti di Hemingway, passavo paesi dove le persone aspettavano il loro momento ai passaggi a livello, percorrevo gallerie umide e fredde, scorgevo le montagne avvicinarsi lentamente, con la loro franchezza. Era quello il significato dell’adolescenza? Erano quelle le sensazioni che ogni essere umano dovrebbe provare, a quell’età?

“Every sky is blue, but not for me and you.”, canta Molko in Come home, la canzone che accende “Placebo”: ecco l’accorata testimonianza di quell’età. Una ribellione che ti dilania, estranea allo stress degli adulti ma già consapevole del fatto che il tuo lungo cammino verso la fine sia già iniziato.

“Placebo” è un album interamente fondato su questa convinzione, su questa hegeliana percezione del peccato originale che ci condanna a soffrire, sino ad arrivare al totale disfacimento, fisico e morale, ma che al tempo stesso, ci smuove alla conoscenza. “Since I was born I started to decay, now nothing ever ever goes my way.”: Teenage Angst è il manifesto ideologico di questa visione pessimistica e totalizzante, secondo la quale la paura (“angst” ) risulta in grado di conferire all’uomo e alle sue generazioni una spinta per migliorare la propria condizione, diventandone però, contemporaneamente, essa stessa una parte integrante e fisiologica.

In quel periodo ascoltavo gruppi dichiaratamente, per genere o per attitudine, molto più violenti dei Placebo. Mi ero da poco avvicinato al punk e all’hardcore, durante l’anno ero stato anche a qualche concerto e, diciamocelo, i punkabbestia della seconda metà degli anni ’90 non erano proprio il massimo del protocollo e della mediazione. Ma lo ammetto senza remore: questo disco ebbe, a livello emozionale ed intimo, un impatto molto più sincero e devastante, rispetto a quella musica, le cui fattezze erano naturalmente più ruvide. Non riuscivo a farne a meno, si trattava di un grado di esperire la sofferenza che non avevo mai provato prima.

In meno di ventidue minuti, questi tre sconosciuti, che conobbi grazie a svariate pubblicità sulle riviste musicale che leggevo, hanno percorso tutta la storia del grunge e del poprock, esplorando frontiere tramite sentieri (vedi, per esempio, il singolo Nancy boy), che non avrebbero mai più intrapreso in carriera, oppure picchiando letteralmente su velocità e affilatezza, ed ancora rispettando i canoni tipici del postpunk, come con Hang to your IQ

Anni dopo appresi, sempre tramite informazioni su internet e stampate, si potesse trattare di shoegaze made in Europe e che nessun disco, nel vecchio Continente, potesse rappresentare così precisamente quel genere, che all’epoca mi era sconosciuto. La cosa non mi tangeva, la vissi come un aspetto marginale e neghittoso, che non mi interessava.

Pessimismo radicale e zero fiducia nel genere umano, in quanto gli anni Novanta furono un’epoca culturale modificata insanabilmente dai sentimenti, dalle occupazioni e dall’etichetta: Bruise Pristine, che ricalca, almeno strutturalmente, Brick shithouse, brano contenuto nel disco successivo, il capolavoro Without you I’m nothing, conclude ogni suo ritornello con We were born to lose.

Mi sentivo così, in quell’estate del 1996, come la difesa italiana contro la Repubblica Ceca, che ci eliminò dall’Europeo. Campioni di niente, insomma.

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