Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

“Apple” dei Mother Love Bone: il più grande rimpianto del Seattle sound

Amazon button

Provate solo per un attimo a immaginare una band con diversi frontmen: Marc Bolan, Iggy Pop, Alice Cooper, David Bowie. Cosa sarebbe accaduto in studio o (peggio) su un palco? La fervida mente di un manipolo di rockers di metà anni ’70 non si è fatta certo scrupolo di mettere in fila tali fenomeni e farli propri, miscelandone i suoni, la vocalità, le movenze sul palco. Tra Los Angeles e New York, sulle ceneri di quello che un tempo fu il cosiddetto movimento glam – che in musica diede vita al genere glam-rock – si diffuse ben presto la sua esagerazione. Lustrini, paillettes e visi truccati ai limiti estremi, sound che ormai prendeva la strada di un altro genere nascente, l’heavy metal: eccoli qua gli ingredienti alla base della nascita di band come Kiss, Mötley Crüe, Poison e Quite Riot. 

La generazione successiva, quella di inizio anni ’80, ha quindi la fortuna di ascoltare gli uni e gli altri, lasciandosi ispirare nei modi più scintillanti e bizzarri. A Seattle, un giovane cantante con aspirazioni da rock star si esercita per diverse ore al giorno sulle note di tutto ciò che poteva essere associato al glam. Il suo nome è Andrew Patrick Wood, per tutti Andy: carismatico, animale da palcoscenico e ottimo bassista, travolge tutti soprattutto grazie alla sua simpatia. E’ un misto tra un cantante e uno stand up comedian.

A 14 anni, insieme a suo fratello maggiore Kevin, Andy forma la sua prima band. Decidono di iniziare a suonare il giorno di Pasqua del 1980, scegliendo il nome Malfunkshun. Sono giovani, eseguono per lo più cover di altre band, su tutti spiccano pezzi dei Kiss, dei Queen e di Bowie, la tecnica è ancora approssimativa e i pochi inediti che riescono a scrivere risentono in modo imbarazzante dell’influenza dei loro modelli. Nondimeno, in perfetto stile Stanley-Simmons, Andy sceglie accuratamente soprannomi per lui e il resto della band: non bisogna fare grossi sforzi di fantasia per intuire a cosa si ispiri il suo The Lovechild. I loro spettacoli erano uno spasso, quella grezza e spensierata adrenalina era condita da intermezzi comici, lanci di gadget per il pubblico, Andy che apriva scatole di cereali, ne mangiava un po’ e poi li offriva ai fans delle prime file. Tutto contribuiva a creare un’atmosfera meravigliosa.

Tuttavia, l’immagine gioiosa da bravo ragazzo mostrata da Andy nasconde il terribile demone dell’eroina. Il boom era arrivato proprio in quegli anni, alimentato da narcotrafficanti che sfruttavano rotte di cargo in arrivo sulle coste del Pacifico dall’estremo oriente asiatico. Il 1985 passa con il progetto Malfunkshun praticamente fermo a causa della disintossicazione di Andy. Una volta ripreso, il decollo della band verso palcoscenici più importanti sembra essere imminente, soprattutto grazie alla neonata etichetta indipendente Sub Pop, che pubblica una compilation promozionale con il meglio dell’underground offerto da Seattle e dintorni: la band di Andy partecipa con i brani With Yo’ Heart (Not Yo’ Hands) e Stars-n-You.

Tuttavia, dopo il ritorno di Andy dal rehab, sul piano musicale accade qualcosa che segnerà per sempre l’esperienza della band e di tutto il sound di Seattle. Da quelle parti, ormai da qualche tempo, si sta diffondendo un suono che miscela in modo insolito punk, metal, noise. È insolito il miscuglio sonoro – punk e metal insieme, fino a quel momento, non andavano mai messi nello stesso discorso – come lo è il cantato: le anime dei singer di Seattle non protestano urlando slogan contro il sistema, non favoleggiano, né hanno voglia di emulare mostri sacri come Dylan e Cohen. Ma i testi sono profondi, esistenziali, quasi spirituali nel loro racconto di vita.

Andy e il suo bassista Regan Hagar si trovano così a condividere infinite jam session con i giovani che compongono musica recante il marchio del nuovo sound di Seattle. C’è un gruppo in particolare, o meglio c’era perché si sono appena sciolti: il loro nome era Green River e da quel collettivo si sono appena staccati il bassista Jeff Ament e i chitarristi Bruce Fairweather e Stone Gossard. Regan viene presto sostituito da Greg Gilmore, il batterista di un’altra band emergente, i Living. Ne viene fuori un autentico supergruppo, con una precisa idea di musica in testa. Eliminati gli sfarfallii glam, il gruppo decide di rispolverare l’amore viscerale per il metal, convincendosi di portare un contributo determinante al nascente genere che in quegli anni ha il suo epicentro nella Bay Area di Los Angeles. Il nome della band, Mother Love Bone, è un richiamo ancestrale alla discendenza materna, all’amore, alle ossa che compongono il corpo. Non vuol dire niente di particolare, nasce spontaneo dalla mente di Andy, che da mesi cercava di mettere insieme due o tre parole che suonassero bene insieme.  

Le macerie garage-punk dei Green River vengono invece riprese dai superstiti Mark Arm e Steve Turner, che insieme a Dan Peters e Matt Lukin danno vita ai Mudhoney. Il quadrilatero del primo Seattle Sound militante è chiuso dai Soundgarden di Chris Cornell e dai Melvins di Buzz Osborne. Ognuno di loro prende una direzione diversa, con il suo bagaglio culturale e musicale.

A differenza di gran parte delle nuove band che compongono la proposta di Seattle, i Mother Love Bone non si affidano alla Sub Pop di Pavitt e Poneman, bensì puntano dritti a Los Angeles: suonano lì diverse volte e mandano decine di demo alle più svariate case discografiche. Con la Geffen c’è un contatto, ma chi davvero si innamora di loro sono quelli della Mercury. A marzo del 1989 esce l’EP “Shine”, composto da tre pezzi brevi (Thru Fade Away, Mindshaker Meltdown e Half Ass Monkey Boy) più la mastodontica Chloe Dancer/Crown of Thorns. La scena indipendente dello stato di Washington viene così inevitabilmente scossa dal successo di una band che per emergere ha scelto la difficile ma redditizia strada tracciata da una major.

La risacca è devastante: a Seattle si moltiplicano i ragazzi che coltivano il sogno di formare una band, mettendo in musica e testi se stessi e la loro esistenza. Nella seconda metà degli anni ’80 il quadro di quel che verrà poi definito movimento grunge è pressoché completo, essendosi nel frattempo uniti al primo nucleo Skin Yard, Nirvana, The U-Men e Alice In Chains. I Mother Love Bone, dal canto loro, sfruttano successo e vena creativa e iniziano a comporre i pezzi per il nuovo album: un disco che sarà pronto in poco tempo, un anno esatto dopo l’uscita di “Shine”. La sera di giovedì 15 marzo, Andy e la sua compagna Xana Lafuente ospitano in casa un giovane giornalista che li intervista su svariati argomenti: la musica, la vita, l’amore e il futuro. Tra le altre cose, Andy parla dei pezzi di “Apple”:

“Stardog Champion è una sorta di falso rock-anthem patriottico, sarà il primo singolo e video. Quando scrissi Holy Roller invece, non avevo assolutamente idea di cosa fosse un holy roller. Semplicemente pensavo che fosse un termine che suonava bene. In realtà stavo pensando ad una canzone dei Wings di Paul McCartney chiamata Let Me Roll It. Posso vedere Heartshine come la nostra Achille’s Last Stand dell’album. È lunga e davvero potente. Ho un altro fratello a parte Kevin, che è un po’ pazzo da un certo punto di vista e fa preoccupare molto l’intera famiglia. Così Heartshine riguarda un po’ entrambi i miei fratelli”. Poi prosegue: “[Come Bite The Apple] è una canzone significativa, tipo Crown Of Thorns. Il suo testo è molto personale, mentre altre canzoni non hanno nulla a che fare con me. Probabilmente Apple e Crown Of Thorns parlano di me per la maggior parte. Sono una sorta di retrospettiva dello scorso anno”.

Alla fine dell’intervista, Andy si sofferma sulla sua riabilitazione di qualche anno prima, ammettendo di essere stato un tossico ma di esserne uscito definitivamente. Proprio tre giorni prima, come da programma, Andy era stato al centro riabilitativo per il consueto appuntamento settimanale. Sarà l’ultima volta che vedrà i medici e i volontari, così come alle parole dette in quell’intervista del 15 marzo non ne seguiranno altre. Fu proprio Xana a trovarlo esanime la mattina dopo, vittima di un’overdose di eroina. A nulla valsero i tentativi di stabilizzarlo all’ospedale di Harboview: spirò poco dopo le 15 del 19 marzo, aveva 24 anni.

I Mother Love Bone si sciolsero all’istante, ma di comune accordo la band decise di pubblicare quel gioiello di “Apple”. Un disco orizzontale sulla linea del tempo, come la band che lo ha concepito. Orizzontale perché parte da lontano, con le ispirazioni date dalla musica dei Queen, dei Kiss, dei Free, dei Led Zeppelin e degli Aerosmith, allineandosi al presente che propone neonati fenomeni come Metallica, Guns N’ Roses, Sonic Youth, oltre ovviamente ai tanti compagni di strada nella Città di Smeraldo.

Ma “Apple” getta un seme anche nel futuro. Innanzitutto i Malfunkshun, su impulso di Kevin Wood, tornano a calcare le scene. Una volta sciolti i Mother Love Bone, Chris Cornell – cantante dei Soundgarden e grande amico di Andy – riuscì finalmente a vincere il dolore che si portava dentro, contattando Gossard e Ament per scrivere un pezzo dedicato al defunto amico. Le registrazioni furono talmente ispirate che i pezzi diventarono dieci, obbligando il progetto a darsi un nome perché nel frattempo era venuto fuori un intero album, che uscirà ad aprile del 1991. Quella band e quel disco presero il nome di Temple Of The Dog: al primo terzetto si aggiungono il chitarrista Mike McCready, il bassista Matt Cameron e la seconda voce Eddie Vedder

A proposito di quest’ultimo, il trait d’union con gli ormai sciolti Mother Love Bone risiede proprio in Stone Gossard, Jeff Ament, Mike McCready e Matt Cameron: da qualche tempo suonano insieme, parallelamente ai Temple portano avanti la loro band. Hanno deciso di chiamarsi Pearl Jam e pochi mesi dopo l’uscita del disco tributo a Andy esordiranno con “Ten”, da tutti acclamato come uno dei capisaldi del grunge.

Ma cosa sarebbe stato il grunge senza i Mother Love Bone? Poco, forse nulla, perché quasi tutti i capolavori di epoca successiva provenienti da Seattle, “Ten” in testa, risentono in modo meravigliosamente inequivocabile dell’energia sprigionata da “Apple”. Un’energia spinta dall’estro, dal carisma e dalla simpatia di Andy Wood, la cui morte è il più grande rimpianto del rock moderno.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati