Impatto Sonoro
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L'editoria(m)ale

Caro Gino Castaldo, potresti impegnarti un po’?

Editoria(m)ale coraggio di suonare

The answer cannot be found
In the writing of others
Or the words of a trained mind
In a precious world of memories
We find ourselves confined

Death – Empty Words

Quando hai una pagina Wikipedia, beh, che ti si può dire? Starà a significare che la tua biografia ha un peso tale nella cultura che ci si è visti “costretti” a redigerla nero su bianco e immetterla nell’enciclopedia online più fornita di tutta la rete. Ebbene, Gino Castaldo ne ha una tutta sua e chi non lo conosce aprendola apprenderà che è un “giornalista e critico musicale”. Perfetto. Il suo ruolo nella nostra società è ben definito. Castaldo fa parte di quella fetta di giornalisti che parla di musica e che, si suppone, lo faccia con cognizione di causa, avendo lui scritto un buon numero di libri sull’argomento, oltre ad aver ricoperto ruoli di caporedattore per testate anche importanti, lavorato per Radio 3 e via discorrendo. Sempre per chi non lo conosce, basterebbe questo per elevarlo a uomo di cultura e dai contenuti importanti. Ma pur non conoscendolo sarebbe sufficiente leggere il titolo del suo ultimo articolo pubblicato su una pagina illustre come quella de “L’Espresso” per capire quanto si sia in errore.

La musica del momento fa veramente schifo. Cari cantanti, potreste impegnarvi un po’?” è l’”accorato” appello del maestro delle “Lezioni di rock” e da questo già si capisce che si finirà naufraghi in seguito a uno tsunami di banalità. Già solo l’idea che tale appello in pratica parli ai “cantanti”, perché sono loro a doversi impegnare un po’, fornisce la misura di quanto vetusto sia il pensiero di Castaldo. Perché se la bellezza a cui tanto agogna il critico va ricercata solo nelle parole, siamo già ad un certo tipo e grado di sconfitta e ben oltre il limite della sterile retorica, che mette in ombra tutta la musica che non si avvale di parole (musica pura e musica assoluta, si diceva un tempo) e che è pertanto non-decodificabile come “bella”. Il punto cardinale della ramanzina è che “la vera musica”, quella di contenuto che non sia solo sbarazzino e che evidentemente l’autore data l’età ha vissuto in prima persona, sia letteralmente scomparsa, vendutasi anima e corpo all’effimero, come se la merda passata, come da manuale del perfetto “boomer”, profumasse in modo differente solo perché duratura.

Le parole «ferragosto», «bolle» o «bollicine», «spiaggia», «bagnasciuga» non sono mai state usate tanto all’interno di canzoni, neanche negli anni Sessanta, i pezzi che escono sono modesti, coprono sì e no il minimo sindacale, sono fiacchi anche al livello primario del puro intrattenimento, non c’è nulla da cantare con autentica passione, sembrano tutti dolcini fatti con ingredienti scadenti.

Non sempre ad unire una grande fetta di pubblico è stata musica di peso, di rilievo. Anzitutto, bisognerebbe comprendere cosa sia la “bellezza” per questa persona, ché pare chiaro, mi perdonerete, non essere veramente chiaro. Prendere in esame determinate parole chiave e ritenere di non averle mai sentite così tanto nemmeno negli anni ’60, oltre ad essere un puerile esercizio di faciloneria significa ridurre il campo di ricerca ad un solo quadrato della scacchiera, ignorando tutto il resto e non rendendosi conto di essere letteralmente accerchiati dalla “bellezza” di cui si va cianciando.

Si prende quindi in esame il meccanismo della musica pop, ovvero quello di alleggerire il peso di una vita quotidiana melmosa e costellata di crisi di governo, guerra, pandemie e chi più ne ha più ne metta, dicendo semplicemente che “fa schifo” quello che viene utilizzato oggi. Come se il pop da classifica, o da Festivalbar, dei tempi passati fosse bello, esclusivamente basandosi su…? Anche qui non è dato sapersi. Se prendete come punto di riferimento proprio il Festivalbar noterete che negli anni, facciamo dai ’90 in poi, la produzione non è che pullulasse di così tanta bellezza estiva – e non che nel decennio precedente la situazione fosse migliore. Ora, volendo fare i nomi (cosa che nell’appello ai cantanti del nostro luminare non viene fatta) non mi sentirei di elevare sull’Olimpo dell’apollineo canzoni come TVB, Dance Dance Dance, Serenata Rap, Mai più, Più bella cosa, Mare mare, Gente, T’appartengo, Boys (Summertime Love), e mi fermo qui, ché l’elenco potrebbe continuare ancora per parecchio.

La musica di contenuto

Perché il punto di Castaldo è che la musica di oggi fa schifo, è mediocre e non funziona manco come intrattenimento, e ciò potrebbe essere vero per noi che abbiamo 36 anni o per lui che ne ha 72, ma vi assicuriamo che per i giovani tutta questa marea di fuffa funziona e anche parecchio, esattamente come funzionavano quelle cose che ho elencato poco sopra. Ed erano vuote eccome, chiedetelo a qualunque giovane dell’epoca che giovane non è più, ma che si è trovato a rigettare a raffica ascoltando Biagio Antonacci, Eros Ramazzotti, Ambra Angiolini, Laura Pausini, Luca Carboni, Umberto Tozzi, Jovanotti e Sabrina Salerno – Cristo, quasi tutti sono ancora qui a piagarci – in aggiunta a ignobili schifezze passeggere ca(s)cate dritte sul capo di quelli della nostra generazione come dARI, Finley, Velvet, Gazosa, Lunapop e Lollipop (dai che ricordate queste proto-star da reality/talent show). Tutta gente che non credo abbia crediti di merito più alti, se non anagrafici, dei vari Coez, Tananai, Elodie, Blanco, Irama, Rkomi, Sfera Ebbasta e Måneskin che tanto vanno oggi e che certo non sono penne sì tanto eccelse, altrimenti non si spiegherebbe perché c’è chi gli chiede di impegnarsi un po’ di più o chi, come ha fatto Rockit, esulta per un possibile ritorno sulle scene di Paola e Chiara (cosa che ci auguriamo non avvenga mai e poi mai). Piuttosto ci diamo all’ippica.

Bisogna chiedersi dunque a chi sia rivolta questa richiesta di miglioramento, e questo l’abbiamo capito. Visto che l’autore, quando non è impegnato a scrivere simili cialtronate, parla in lungo e largo di rock, che un tempo era musica di rottura e non ancora normalizzata fino a diventare innocua al punto da finire negli spot pubblicitari, non ci spieghiamo perché non abbia speso un po’ del suo tempo nella ricerca di quella musica bella che si annida altrove, magari proprio fuori dal fascio di luce flebile dell’odierno pop. Magari l’ha pure fatto, e allora sarebbe stato doveroso scegliere di FARE I NOMI, in chiave positiva, per elogiare chi riesce ancora oggi a creare quel “bello” che tanto pare mancare.

Non faccio nomi, per due ragioni, la prima è che non sarebbe giusto fare esempi scelti a campione per un discorso che invece è assolutamente generale e riguarda l’intero panorama, la seconda è pura vigliaccheria. È estate anche per chi scrive e non c’è alcuna voglia di sopportare shitstorm violente a copertura totale.

Non si preoccupi, le diamo una mano noi, signor Castaldo, che di nominare la gente non abbiamo timore, prendendo un campione di band e artisti pescati dalle nostre classifiche degli ultimi anni. Pronto? Augustine, Iosonouncane, Nicola Manzan, Manuel Pistacchio, Blak Saagan, Qlowski, Pluhm, Paolo Spaccamonti, Teho Teardo, Francesco Bianconi, OvO, Calibro 35, Massimo Volume, Alberto Nemo, Julie’s Haircut. E sono solo una piccolissima parte, perché è pur vero che “non sono più gli anni ’90 o i primi anni Zero” in cui piovevano dischi pesanti e importanti come se non ci fosse un domani, ma la macchina proprio senza benzina non è. Se non si è interessato questo è il nostro appello: lo faccia e ne parli.

Certo, se in mano abbiamo le chiavi di una Lamborghini (“L’Espresso”) e scegliamo di andare in bici su un circuito da corsa forse dovremmo scegliere di non muoverci proprio e sarebbe solo un bene, perché probabilmente a fare veramente schifo non è solo la musica del momento ma anche e soprattutto la critica musicale che l’accompagna. Anzi, forse fa anche più schifo.

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