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Russian Circles – Gnosis

2022 - Sargent House
post metal

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Tracklist

1. Tupilak
2. Conduit
3. Gnosis
4. Vlastimil
5. Ó Braonáin
6. Betrayal
7. Bloom


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Quando inizia a girare la voce che sta uscendo un nuovo lavoro dei Russian Circles di solito ho un sussulto, perché è indiscutibile che sia una delle band degli ultimi anni alla quale io, ma credo anche molti lettori di questa webzine, sia maggiormente legato. Disco dopo disco e dopo quasi ormai vent’anni di carriera, i tre di Chicago sono riusciti a costruirsi un gran seguito a suon di album e concerti convincenti che hanno accresciuto reputazione, consensi e credibilità, dimostrando ampiamente di non essere una meteora, soprattutto in un momento in cui la rete con la sua possibilità di scoprire più facilmente nuova musica ha inflazionato il settore e le proposte musicali, anche in un genere come il post-metal. 

Chiusa questa piccola parentesi, devo ammettere che dopo aver goduto tantissimo ascoltando lavori come “Station“, con i quali li conobbi, “Geneva” e soprattutto “Empros“, dal più sperimentale “Memorial” in poi, nonostante l’evidente impegno nel cercare strade e percorsi un po’ differenti (cosa che trovo legittima oltre che giustissima), i Russian Circles non mi hanno convinto appieno. Intendiamoci, non che fossero dei brutti dischi e quando parlo al plurale è perché ci inserisco anche “Guidance“, ma le nuove soluzioni sperimentate e forse soprattutto i brani contenuti non mi hanno entusiasmato risultando comunque lavori sempre assolutamente degni di nota ma che non hanno raggiunto le vette emozionali, davvero molto alte, dei dischi menzionati sopra.

Credo che i Russian Circles siano ormai una band dalla quale un loro assiduo ascoltatore pretende ad ogni nuova uscita l’alzamento della famosa asticella, con conseguenti grandi aspettative al seguito. Questo perché le qualità artistiche, la capacità di scrittura e la tecnica dei tre sono decisamente sopra la media e quindi è giusto aspettarsi molto. Da “Blood Year” ho riscontrato una ripresa, ma nonostante ciò anche quel lavoro non raggiunse le vette altissime del passato, ma forse si riavvicinava. Con “Gnosis” invece, ottavo disco della loro carriera musicale, con una copertina curiosa e strana ma che trovo riuscita seppur enigmatica, finalmente torniamo ad essere in linea con il curriculum di assoluta qualità dei Russian Circles.

Dal punto di vista strettamente musicale c’è continuità nella scelta di un sound aggressivo e d’impatto, come già nel disco precedente, ma le tinte e le distorsioni sono oscure e pesanti come mai prima d’ora e ciò era evidente già dal primo estratto Conduit, un pezzo davvero trita ossa, sanguigno e violento. I nostri poi ci avevano sempre abituati ad una cura importante delle proprie composizioni, ma in “Gnosis” c’è un’attenzione davvero maniacale per gli arrangiamenti e tutti i brani sono davvero articolati e complessi.

Entrando nello specifico delle tracce che lo compongono ed andando per ordine si parte con Tupilak, che dopo un inizio di scuola Neurosis, ma quelli più tribali ed epici, verso la metà del brano, dopo le classiche ottave del sempre ottimo chitarrista Mike Sullivan, si trasforma, ed è come se subentrassero ritmicamente i Melvins insieme alle chitarre più atmosferiche degli Isis a dare la mazzata finale; un collage di influenze sonore davvero degno di nota e nonostante qualcuno possa obbiettare sul fatto che le matrici siano trite, ritrite od ovvie, il pezzo apripista spacca e funziona di brutto, quindi chi se ne frega se non è l’originalità a regnare sovrana. Uno dei veri punti di forza dei Russian Circles credo sia stato quello di essere riusciti a riprendere strade percorse da grandi ed indiscutibili band ed averle riproposte a modo loro con personalità e sicuramente dimostrando un grande lavoro e uno studio meticoloso.

Si prosegue con la già menzionata Conduit, incalzante e violentissima, nella quale si assiste ad un tripudio di basse frequenze e le chitarre super metal qui ricordano addirittura vagamente i Pantera. Si arriva così alla title-track, dove fa capolino nella parte iniziale l’influenza dei Tool, sempre presente nel DNA del trio di Chicago, con un utilizzo di synth ragionato ed impiegato ad intermittenza ma che aggiunge colore al brano in alternanza con le grosse vibrazioni delle quattro corde, per poi aprirsi verso le loro tipiche esplosioni di suono, sempre puntuali, fino al finale metallaro cattivissimo e cadenzato. 

Ancora una volta nella loro discografia, il trio di Chicago si è avvalso del pregevole lavoro dell’esperto e prezzemolino (ma a ragione) Kurt Ballou in cabina di regia, sempre più a suo agio anche nella veste di produttore in grado di tirare le somme e trovare una quadra, cosa per niente facile perché nonostante i Russian Circles siano sempre solo tre, l’utilizzo di svariati suoni, sovraincisioni di chitarra o loop station utilizzate da Mike Sullivan, oltre al synth del bassista Brian Cook, non rendono il lavoro per nulla semplice. Tornando alle tracce del disco, la vera novità si ha con il quarto brano Vlastimil, dove i tre si addentrano per la prima volta in territori addirittura black metal con tanto di blast beat del sempre ottimo Dave Turncrantz. Oltre a ciò la struttura del brano risulta alquanto complessa con l’utilizzo di poliritmi e l’incastro di synth.

Il mood dark di “Gnosis” prosegue con l’intermezzo di chitarra malinconico, più disteso e quasi sospeso, di Ó Braonáin, neanche due minuti per tirare il fiato da un disco dall’intensità davvero sorprendente, più d’impatto che cinematico, e si arriva a Betrayal, la quale parte subito a mille e dove si sentono forti gli echi dei loro concittadini Pelican. Stavolta a dettare il ritmo è Brian Cook, bassista essenziale e mai fuori posto che oltre ad essere impegnatissimo (il suo CV parla da solo, dai mitici Botch, passando per i These Arms Are Snakes arrivando fino ai giorni nostri ai più sperimentali Sumac per citare i più importanti) ha una fantasia fuori dal comune nella ricerca di suoni più adatti al contesto musicale, direi che si potrebbe definire in senso buono ovviamente un nerd dei pedali.

Dopo tutta questa violenza però il colpo di teatro che non ti aspetti arriva nel finale, con un brano melodico e davvero molto emozionale, Bloom, con i meravigliosi arpeggi di Mike Sullivan in primo piano e dove sembra di sentire questa volta i migliori Mogwai, virando quindi su territori più post-rock e meno metal, cosa che in questo disco fino a qui non era mai successa. Mi piace pensare che con quest’ultima traccia i Russian Circles abbiano voluto lasciarci una speranza a livello simbolico, dicendoci che forse c’è una luce in fondo a questo tunnel oscuro che è la vita.

Non so se il cambiamento nel modo di scrivere, come espresso da loro stessi, in parte probabilmente anche dovuto al momento così difficile in cui “Gnosis” ha trovato forma a causa del distanziamento sociale, abbia giovato a tal punto alla loro creatività ed ispirazione; oppure, se come tante altre band, i Russian Circles hanno avuto la possibilità, seppur forzata, di avere più tempo per lavorare a tutti i minimi dettagli con tranquillità, o infine ancora se questo periodo nero e assurdo li abbia scossi a tal punto da avere ripercussioni positive sulla vena artistica. Fatto sta che il risultato finale è davvero molto, molto, molto buono.

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