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Te lo ricordi “Be Here Now” degli Oasis? 25 anni dopo vale la pena parlarne ancora

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Avete un album che nei momenti più confusi e strani tirate fuori e ascoltate? Uno di quelli che inizia a suonare e magicamente tutte le cose ritornano al loro posto? “Be Here Now” degli Oasis oggi è il mio.

21 agosto 1997: l’era del pre-internet e del pre-streaming. La band dei fratelli Gallagher, grazie al successo di “Definitely Maybe” e “(What’s the Story) Morning Glory?”, era universalmente riconosciuta come miglior gruppo rock britannico in circolazione. L’attesa per il loro terzo lavoro, “Be Here Now”, fu puro clamore, pura aspettativa, pura eccitazione. Venticinque anni dopo risulta ancora difficile quantificare l’importanza culturale e la successiva eredità lasciate da quest’album fragoroso. Per celebrarne l’anniversario d’argento, Big Brother Recordings pubblicherà il disco in diversi formati speciali in edizione limitata: doppio LP heavyweight color argento, doppio picture disc e musicassetta. In aggiunta ci saranno anche alcuni bundle che comprendono la riproduzione di un pass dell’epoca e una t-shirt celebrativa (roba da far sbrilluccicare gli occhi dei fan più appassionati al solo pensiero!) 

L’attesa nel panorama della musica pop britannica e le aspettative riposte erano altissime. L’uscita di “Be Here Now”, avvenuta di domenica, paralizzò il Regno Unito con file chilometriche alle porte dei negozi di dischi, i quali, per l’occasione, aprirono allo scoccare della mezzanotte. Ben 400.000 copie furono vendute il primo giorno e 663.000 in soli tre giorni. Ad oggi, resta l’album col maggior numero di vendite nei primi sette giorni di pubblicazione nella storia della UK Official Chart. 

Se da un lato “Be Here Now” resta indiscutibilmente uno dei dischi più importanti degli anni ’90, dall’altro parte della critica lo additò come deludente ed eccessivamente lungo: “l’album che uccise il Britpop”. Ma tutte queste cose sono vere? Probabilmente sì, se paragonato al loro precedente capolavoro pubblicato nel 1995. Tuttavia, occorre considerare che nei mesi immediatamente successivi all’uscita del disco l’intero panorama pop stava cambiando velocemente forma. Album come “OK Computer” dei Radiohead, “Urban Hymns” di The Verve, la rivisitazione dei Blur del loro album omonimo e “The Fat Of The Land” dei The Prodigy avevano spinto l’ago della bussola verso sonorità meno oscillanti tra potenza e malinconia, marchio di fabbrica del rock degli Oasis

Personalmente, aver conosciuto questo disco parecchi anni dopo la sua uscita, mi ha permesso un ascolto differente, scevro di qualsivoglia influenza febbrile di chi chiedeva conferme ai re del pop britannico o di chi cercava le caratteristiche di un “Album of A Generation”. “Be Here Now” forse non sarà ricordato come il capolavoro degli Oasis, ma la storia sotto la sua superficie resta affascinante e, inoltre, è innegabile la sua importanza sociale e culturale.

Picture: Luciano Viti/Getty Images

Musicalmente “Be Here Now” potrebbe sembrare quasi totalmente senza grazia o compromessi, eppure tutti quegli strati di rumore bianco, chitarre, acuti ed eccessi fatui sembrano avere il solo scopo di coprire un nucleo emotivo fatto di profonda insicurezza, paure e dubbi. Per una band che ci ha abituato a dichiarazioni di puro intento e arroganza è un dettaglio di non poco conto. La penna di Noel avvolge parole e musica nello splendore riflesso dei Beatles (numerosi sono i riferimenti a canzoni e titoli di album) e le veste di un sentimentalismo a tratti rude. L’intonazione nasale e irriverente di Liam enfatizza i testi con freddezza laconica, polverizzando vocali in parole, come in dissolvenza. 71 minuti rotti ci  presentano l’autoritratto di una band, di un tempo e di un movimento. 

“Be Here Now” si apre con una traccia audace ed emozionante: D’You Know What I Mean?. Brit rock spavaldo, arrogante e ringhiante come un uragano. I tamburi paludosi, gli archi stridenti, la voce acida e il suono degli elicotteri militari sembrano catapultarci in un film d’azione per poi risucchiarci nel rombo di motore del ritornello disteso nel finale. Segue il riff bruciante di My Big Mouth, traccia tra le più brevi e veloci dell’album, raramente scelta (purtroppo!) dai Gallagher per i loro live. I toni sono quelli di un rock “sporco e cattivo”. Con la tentacolare Magic Pie le atmosfere cambiano: oltre sette minuti di quasi psichedelia surreale. Traccia discreta, ma eccessivamente lunga. La successiva Stand By Me, insieme a Don’t Go Away, sono le tracce più radiofoniche e conosciute dell’album. La prima presenta un sound melodico e radioso; l’incedere è lento, ma al contempo incalzante. La strofa risulta decisamente più interessante del ben noto ritornello. Resta tutt’oggi tra i brani più ascoltati degli Oasis in streaming. La seconda è una ballad ben riuscita, non galvanizzata o gravata da effetti o espedienti da studio. Solo la voce malinconica di Liam lasciata libera di vibrare. In I Hope, I Think, I Know la chitarra solista ci riporta ad un rock più grintoso, forse più vicino al lato pop del Britpop: “The future is mine and it’s no disgrace” canta la voce pulita e chiara di Gallagher, supportata dal groove della band. Le successive The Girl In The Dirty Shirt e Fade In-Out passano un po’ inosservate. Tracce a tratti spoglie, in cui le chitarre risentono molto dell’influenza degli Abbey Road Studios e dei Fab Four.

Alla title track di un album è sempre assegnato il lavoro più duro, ritrovandosi ad essere spesso il primo ascolto dei fan. Be Here Now, col suo riff riecheggiante gli anni gloriosi del rock, è all’altezza delle aspettative. Traccia divertente, allegra e affamata, che arrichisce l’album con la necessaria dose di fascino. All Around The World è, come direbbe qualcuno, la Champagne Supernova di questo disco, un autentico capolavoro, diventato un vero e proprio inno per tutti i fan dei Gallagher. Ritmo incalzante dilatato in nove minuti e venti secondi di fiati e archi; resta il brano più lungo che la band inglese abbia mai registrato. La traccia é intrisa di positività, la stessa che puoi ascoltare in brani come Whatever e Acquiesce: “It’s gonna be okay!”, urla Liam a più riprese. E dopo quasi dieci minuti di meraviglia, inizi a crederci per davvero anche tu (detto in confidenza, qualsiasi canzone in cui Liam canti parole come “shine” o “world” o “don’t cry” è a mio parere sempre vincente). In chiusura troviamo il rock entusiasta di It’s Getting’ Better (Man!!). Traccia dalla melodia archetipica degli Oasis che racchiude una potente performance di tutti i mebri della band.

Musica costruita per l’impatto, non per la spiegazione, “Be Here Now” è un disco spartiacque nella carriera della band di Manchester, che accantona il mondo del Brit Rock anni ’90 per volgere lo sguardo verso sonorità molto meno sporche, più frenetiche e a tratti psichedeliche. Un album unico nel catalogo degli Oasis che trasuda rock in ogni singolo secondo di produzione, ma che dà il meglio di sé quando i ritmi rallentano, diventando più riflessivi e appassionati. Un album che a diritto si è conquistato il suo status leggendario, definendo un’intera generazione.

Ogni parola di questo breve scritto è interamente dedicata a M.. Sicuramente é insolito terminare un articolo in questo modo, ne convengo. Ma il giorno in cui gli ho detto: “Dovrò scrivere un pezzo per i 25 anni di “Be Here Now”, me lo racconteresti?”, ha accolto con consueta pazienza ogni domanda potesse riguardare il disco. Per tutto il resto, già sa.

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