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Back In Time

In ogni beat di “Dummy”, la lotta dei Portishead contro forze schiaccianti

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È l’aria che circonda la cosa. Quello che cerchiamo di fare è creare quest’aria, quest’atmosfera. E’ quella roba che sta tra l’hi-hat e il rullante e che non puoi sentire, ma se non ci fosse, te ne accorgeresti, i conti non tornerebbero

Geoff Barrow

Geoff Barrow era il più giovane dei tre Portishead. A soli 22 anni era tuttavia la forza trainante di un’accozzaglia che prevedeva un chitarrista jazz trentasettenne, Adrian Utley e una cantante ventinovenne, Beth Gibbons, che prima di allora aveva cantato “più in camera mia che su un palco”. La band prese difatti il nome del paese costiero dove Barrow era cresciuto, a 20 km da Bristol, città ove, come noto, nel 1991 i Massive Attack avevano lanciato un nuovo genere: il trip-hop. Con “Dummy”, registrato sempre a Bristol e rilasciato il 22 agosto 1994, il trip-hop conquistò le classifiche. Il genere e “Dummy” in particolare, avrebbe quindi invaso anche gli aperitivi, le lounge fighette e le corsie dei supermercati. Come poi una musica così oscura come quella dei Portishead abbia potuto associarsi a momenti di edonismo, resta un mistero che non vale la pena approfondire. Un conto infatti è gustarsi Glory Box mentre sorseggi un mojito ammirando il tramonto che affonda nel mare insieme agli amici; altra cosa è chiuderti in casa da solo/a e cominciare il disco da capo e ascoltarlo davvero. Se presti davvero attenzione, le cose si fanno inquietanti. “Sono sempre talmente persa / Che non riesco a trovare la mia strada”, canta la Gibbons nell’altra hit del disco, Numb. “Ooh, non lo vedete tutti? / Abbiamo una guerra da combattere…../ Non ho nessuno al mio lato”, continua su Roads

Geoff Barrow era un appassionato di hip-hop che se la passava tra lavoretti da DJ e da assistente di studio, tra gli altri proprio per i Massive Attack. Beth Gibbons era una cantante di pub appassionata dei classici, come Nina Simone e Janis Ian. I due ricorrevano ai programmi di sostegno alla disoccupazione del governo Thatcher e s’incontrarono proprio grazie a uno di essi, nel 1991. Non so se prima o poi doveva accadere che qualcuno arrivasse a mettere insieme la migliore tradizione vocale jazz/pop anglosassone, con l’ossessione per il beat del più recente hip-hop. Di sicuro, non era scontato che l’incontro desse vita a un risultato così brillante e sorprendente come quello raggiunto dai Portishead.

Per cominciare, Gibbons portò una sua canzone, It Could Be Sweet e Barrow, la trasformò, con l’aiuto di Utley, in qualcosa di nuovo. Barrow era appassionato di campionamenti; Utley di spy story televisive e relative soundtrack. Il mix di tre personalità così diverse per gusti e età getta le basi per un risultato perfettamente a metà strada tra la nostalgia e l’innovazione. Una colonna sonora per un filmetto in bianco e nero che non promette risate né spensieratezza, proprio come il cortometraggio “To Kill a Dead Man” che la band produsse in concomitanza con il disco. Le melodie della Gibbons sono radicate, come dicevamo, nella canzone americana d’epoca. I suoi testi, appaiono dolorosamente personali. Anche se l’estrema riservatezza della cantante, le cui interviste si contano sulle dita di una mano, non consente riscontri all’assunto.

Sono così stanca di giocare / Giocare con l’amore / Darò via il mio cuore / E lascerò giocare le altre ragazze / perché ho fatto la seduttrice per troppo tempo / solo…. / dammi una ragione per amarti / dammi una ragione per essere una donna

da Glory Box

E fin qui, siamo nella migliore tradizione delle cantautrici sentimentali e profonde, tanto amate dalla Gibbons. Ma il beat è un altro. “Ogni beat è una lotta contro una forza schiacciante”, hanno detto di “Dummy”. Il dub, la psichedelia e l’elettronica rallentata di Bristol sono nel codice genetico di Barrow, che li porta nella band. “Dummy”, a dissezionarlo con attenzione, è tutto un loop di suoni, con un’attenzione per lo spazio mai ascoltata prima. A ben ascoltarli sono loop, spesso, intenzionalmente asimmetrici. Tutto è intenzionale in questa opera. A cominciare dal sound, irripetibile e distintivo. Un sound ottenuto lavorando con strumenti puramente analogici. Eravamo in epoca di piena esplosione dell’audio digitale, un’epoca nel quale la gente cominciava a disfarsi dei vinili e dei giradischi. Ma i Portishead no. Avete presente l’inizio di Glory Box? Quel rumore di fondo, tipo una puntina che scorre su un vinile e che per un attimo ti fa cercare con lo sguardo il giradischi di famiglia che non sai più dove sta da tanto tempo? I Portishead, con il fidato ingegnere del suono Dave McDonald, hanno registrato tutto analogicamente, lo hanno riportato su vinile e poi hanno sottoposto il vinile in questione ad un processo di “invecchiamento”, che comprendeva l’usarli come skateboard sul pavimento dello studio. Il risultato di questo “invecchiamento” è quel che ascoltiamo noi e che rende assolutamente unico il sound di “Dummy”.

Per favore, potresti restare / Un pò per condividere la mia sofferenza? /  Perché è talmente una bella giornata / Per doversi sentire così / E l’ora / Che soffrirò di meno / E’ quando / Non dovrò mai svegliarmi / Stelle vaganti / Per cui è riservato / Il nero / Dell’oscurità, per sempre!

da Wandering Stars

E poi c’è l’oscurità, appunto, del disco. Questo dark mood, nei testi e nei ritmi, incessanti, ma lenti. Negli spazi sonori a malapena riempiti da pochi strumenti che suonano poche note essenziali. Barrow aveva avuto problemi di salute mentale. Anche se non lo sapeva. “Durante la guerra del Golfo, ero davvero molto malato, fisicamente e mentalmente. Roba mentale. Pensavo che la guerra fosse la fine del mondo. Non avevo mai avuto un esaurimento nervoso prima – penso che fosse solo la pressione del lavoro con i Portishead – non sapevo di averlo. E nessuno mi ha mai parlato di salute mentale in alcun modo” – ha ricordato il musicista. E Utley spiega: “Sei in grado di nascondere i problemi di salute mentale all’interno dell’industria musicale. È completamente accettabile essere un po’ pazzi, bere troppo o prendere troppe droghe. Senti dire: “sì, cavolo, stava nella merda la scorsa notte”. Nessuno chiede, ‘perché stava nella merda?’ Penso che l’ignoranza sia andata avanti per sempre.” Parole in cui molti che abbiano frequentato gli ambienti artistici possono riconoscersi.

Il quartiere di Bristol dello studio dove la band si ritirò a lavorare sul disco, Easton, non aiutava neppure. “Anche quello era triste” – continua Barrow. “L’unico posto dove mangiare era un supermercato o questo orribile pub chiamato “Granny’s” (“da Nonna”) dove i tuoi fagioli con patatine arrivavano con il pollice della nonna dentro.”

Questi disagi, mentali e concreti, sono parte della “forza schiacciante” che s’interpone in ogni beat di “Dummy”. E il risultato, consegnato alla storia 28 anni fa oggi, ancora permane in bella vista nelle nostre discografie con tutta la sua carica d’inquietudine. Un disco che conobbe un successo enorme, rendendo popolare il movimento trip-hop e creando una quantità di epigoni (Air, Hooverphonics, Laika, Lamb, The Thievery Corporation), sparsi per l’Europa negli anni a venire. Esauritosi l’hype, dopo tre decenni “Dummy” rimane un’opera che fa ancora gridare alla meraviglia a ogni ascolto. Meraviglia per quei ritmi lenti e sottilmente sincopati e asimmetrici; per quelle pause impercettibili tra un beat e l’altro; per la voce appena raschiata e così acuta e inconfondibile di Gibbons; per quelle atmosfere da serie televisiva anni ’70 di quart’ordine. Un disco confezionato perfettamente che suona perfettamente, al punto che non vogliamo immaginare nel futuro nessun box celebrativo con remix, outtakes, bonus.

Non toccatelo, per favore. Non ha bisogno di ritocchi o aggiunte. Lasciate ogni suo beat a combattere la sua lotta.

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