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Back In Time

I just wanted to be one of the Strokes: “Is This It” era la salvezza del rock?

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Gli Strokes sembravano usciti da quel paradiso da due dollari ad entrata che era stato il CBGB’s negli anni Settanta, quando il bar al 315 di Bowery Street era il centro del mondo: selvaggi e romantici, con loro il rock’n’roll tornò ad essere musica per organi caldi, come ai tempi di David Johansen e Johnny Thunders. Cinque giovani benestanti che preferivano i bassifondi di Avenue A nel Lower East Side di Manhattan ai salotti buoni dove avrebbero voluto incollarli mamme e papà.

“Is This It” fornì le munizioni ad una nuova generazione di band con le chitarre, dagli Interpol ai Kings Of Leon, passando per gli Arctic Monkeys di Alex Turner, che avrebbe poi cantato “I just wanted to be one of the Strokes”. Quello che non riuscì ai cinque newyorkesi fu di salvare la lussuria dal moralismo: la warholiana cover “ass’n’glove” dell’album fu infatti presto sostituita da una ben più morigerata fotografia di tracce di particelle subatomiche in una camera a bolle, che era come togliere le fiamme dall’inferno. Tutto il resto restava sexy, e gli Strokes erano la band più cool in città, anche per via di una calcolata fotogenicità: nel giro di un po’ di canzoni e qualche scatto, gli Strokes erano già in piedi sulla soglia della gloria. Al di là dell’hype e del  glamour, “Is This It” aveva le stimmate dell’instant classic, con la sua deflagrante miscela di garage rock e Velvet Underground, glam punk e Ramones, Television e new wave. Un prontuario del rock della città che non dorme mai, con Julian Casablancas, il frontman della band, che raccoglieva storie nell’oscurità scintillante dei marciapiedi della Bowery per darsi un’aria da poeta di strada, e i nuovi inni per la blank generation del ventunesimo secolo si chiamavano Someday, Last Nite, The Modern Age e It’s Hard To Explain: altri, avrebbero ucciso anche per una sola di queste canzoni piene di riff mozzafiato e ritornelli spavaldi.

Sembrava un greatest hits, un’antologia di vecchi quarantacinque giri trovati per caso su un vagone della Subway con gli Strokes che li risuonavano per farne la colonna sonora delle loro vite nelle backstreets. Con una voce che alternava distacco e rabbia sensuale, Casablancas cantava del vuoto affollato della metropoli e della fragilità delle relazioni: dentro “Is This It” c’erano ovviamente la droga (Soma, ispirata al “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, una sostanza immaginaria peraltro già celebrata dai Tuxedomoon e gli Smashing Pumpkins), il sesso (Barely Legal e Alone Together, un’apologia del cunnilingus) e tanto di quel rock’n’roll che era stato la colonna sonora delle notti al Max’s Kansas City. New York City Cops era un colpo d’ascia sul collo dei poliziotti della città: scritta dopo l’omicidio di Amadou Diallo nel 1999, venne rimossa dall’edizione americana dell’album (che uscì dopo l’11 settembre) e sostituita da When It Started

Is This It” uscì dapprima nel Regno Unito, e fu subito strokesmania: le ragazzine impazzivano per le pose da dandy in Converse All Star di Casablancas, e gli appassionati e i critici ritrovarono la fede lasciandosi travolgere dall’energia di sfondamento di un gruppo di disadattati vanitosi che erano andati a prendersi il suono in un seminterrato di Manhattan con lo sconosciuto Gordon Raphael, rifiutando dunque la proposta della Rough Trade che li avrebbe voluti in uno studio professionale con Gil Norton, il produttore dei Pixies. La ricerca di un suono vintage, grezzo e caldo, dava un alibi alle chitarre a serramanico di Nick Valensi e Albert Hammond Jr., quest’ultimo figlio di un cantautore che negli anni settanta aveva avuto più di un quarto d’ora di celebrità: a completare the last gang in town c’erano il batterista Fabrizio Moretti e Nikolai Fraiture, uno che aveva imparato a suonare il basso sui dischi dei Cure.

Presi singolarmente, nessuno dei cinque era propriamente un fenomeno: insieme, furono la salvezza del rock’n’roll, o almeno così dissero in molti. Gli Strokes avevano l’arroganza, lo stile e le migliori canzoni del 2001: niente che non avessimo già ascoltato un milione di volte, ma “Is This It” pulsava di una vitalità che ridava al rock il suo destino di musica giovane e ribelle.

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