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Thou – A Primer Of Holy Words

2022 - Sacred Bones
sludge / noise rock

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Tracklist

1. Introduction
2. Prayer To God (Shellac)
3. Spin The Black Circle (Pearl Jam)
4. No Excuses (Alice In Chains)
5. Fourth Of July (Soundgarden)
6. Maps (Yeah Yeah Yeahs)
7. Well Fed Fuck (Born Against)
8. Screaming At A Wall (Minor Threat)
9. Anarchy’s Stupid (Ginger Quail)
10. Tremor Christ (Pearl Jam)
10. Paroled In ‘54 (Agents of Oblivion)
11. Don’t Let It Bring You Down (Neil Young)


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Lo si dice spesso, gli album tributo e quelli di cover varie ed eventuali spesso sono fuori fuoco, sia che accolgano i proverbiali “various artists” che siano ad opera di uno solo. Si finisce dunque con l’avere un’accozzaglia di copie carbone di brani dai più definiti intoccabili, oppure stravolgimenti alla cazzo di cane, per usare un termine puramente tecnico. Poi ci sono i Thou.

Già all’opera dissacrante dei mostri sacri del grunge tutto, ovvero i Nirvana, con il loro tributo “Blessings Of The Highest Order” avevano dimostrato di essere in grado di prendere brani già ampiamente bellicosi rendendoli bellicosi E laidi, facendone uscire tutto il marcio spesso nascosto, ma anche no. Due anni fa hanno fatto il bis ma ampliando il raggio d’azione, spaziando dagli anni ’90 limitrofi al gruppo di Cobain fino ai ’70 e lo hanno fatto spiattellando un dischello pieno di malanimo non da poco. “A Primer Of Holy Words”, il cui titolo calza a pennello nella sacralità dei brani scelti, approdando ora su supporto laccato grazie a Sacred Bones dopo anni di presenza eterea e introvabile e con una tracklist rivista e decisamente migliorata (con tutto il rispetto per le cover dei Black Sabbath).

Al gruppo di Batoun Rouge, Louisiana, Seattle piace così tanto che ci restano ancora un po’, il tempo di dare a No Excuses degli Alice In Chains una veste di accorato dolore, pregno di quello sfavillante sludge di cui solo loro sono capaci, le voci si sdoppiano e pare che l’anima di Layne torni dall’Oltremondo il tempo di spazzare via tutto. Due tocchi in terra Pearl Jam con la rutilante Spin The Black Circle che mantiene la sua anima punkettona qui incarnata nel corpo di Swamp Thing che, non pago, vomita sul piatto anche una Tremor Christ tanto gelida che pare uscita da qualche anfratto norvegese, campo base di una tribù black metal. All’ombra dello Space Needle non poteva mancare neppure il brano più doom dei Soundgarden, quella 4th Of July che già nella sua veste originale fa piegare il collo in maniera del tutto innaturale, qui ulteriormente rallentata, sale sulla vetta più alta per far esplodere tutto.

Fuori dalla discomfort zone dell’heaviness tutta e nella Città Che Non Dorme Mai (trattasi di New York City) si palesa quella super hit che è Maps a firma Yeah Yeah Yeahs. La dicotomia voce femminile/demoniaca e chitarre bombastiche la renderebbe il perfetto singolo in un club infernale ed è la vera chicca dell’intero lotto, spassosa come una carneficina pop art. La linea hc che collega Virginia e il distretto federale di Washington è poi reincarnata nelle due feroci Well Fed Fuck e Screaming At A Wall rispettivamente figlie di Born Against e Minor Threat, che però poco aggiungono alle versioni originali, lasciando un minimo di amaro in bocca, lavato via dalla luciferina Don’t Let It Bring You Down, ché è sempre un piacere sentire un brano di Neil Young demolito, mandato al minimo dei bpm e caricato come un mulo da soma di elettricità sulfurea.

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