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“Discipline”: quando il re cremisi si riprese la sua corte e passò dalla storia alla leggenda

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Mettetevi nei panni di un giovane italiano che a fine 1981 si compra e mette sul piatto “Discipline“, il nuovo inatteso LP dei resuscitati King Crimson. Tale giovane era uno che aveva tutti i dischi della band da “In the Court” in poi e che aveva goduto un botto con la formazione 1972-1974. Poi aveva intere collezioni di ELP, Genesis, Jethro Tull, Yes, Van Der Graaf e, se molto sofisticato, persino i Gentle Giant. Oggi lo chiameremmo un “progger”. Le attese di questo giovane italiano, età compresa tra i 13 e i 30 anni, sono altissime. “Se sono tornati loro, allora è tornata la musica che piace a me”, si dice il nostro giovane, il cuore pieno di speranza dopo anni tristi in cui si è dovuto sorbire l’orripilante “Love Beach” degli ELP, gli Yes/Buggles, il dance-rock di “Another Brick in the Wall”. E nel frattempo, intorno a lui dilagavano, punk, disco e new wave.

I King Crimson avevano prima fondato il prog nel 1969, poi lo avevano innovato ancora e ancora, fino a che il loro messia, Robert Fripp, non aveva deciso di staccare la spina nel 1974. Troppo alto il rischio di arrivare a ripetersi, non c’era più nulla da inventare, il prog era finito e, come dice il messia, tutte le band prog, a quell’epoca avrebbero già dovuto chiudere i battenti. La decisione fu uno shock per i suoi compagni di avventura dell’epoca, anche se Bill Bruford ammetterà retrospettivamente che era stata la migliore; effettivamente, c’è da essere grati che i KC non abbiano prodotto il loro “Tormato”.

“E’ tornato il re” continua a dirsi il giovane progger italiano del 1981 mentre apre con rispetto questo disco dall’elegante copertina rosso intenso, costellata da un bel nodo celtico in mezzo. Il giovane progger lo aveva letto in giro e le note di copertina lo confermano: c’è, ovviamente, Fripp e c’è, per la gioia dei tanti suoi fanatici fan, Bill Bruford alla batteria. C’è anche, per la prima volta, un secondo chitarrista, incaricato pure di cantare: Adrian Belew. I meglio informati sapevano che aveva lavorato con Frank Zappa, i Talking Headse David Bowie (nella cui band aveva peraltro preso il posto di Fripp). Nel 1971, il co-fondatore delle band, Ian McDonald, aveva detto: “se hai Bob Fripp nella tua band, scordati di suonare la chitarra”. Ma le cose erano cambiate ora; gli esperimenti fatti con “The League of Gentlemen” (1980) avevano aperto a Fripp la mente sulla eventualità di avere un secondo chitarrista per realizzare ciò che aveva in testa.

Al basso e allo stick (strumento all’epoca ignoto al giovane progger) c’era Tony Levin. Anche qui, i bene informati, sapevano che si trattava di uno dei principali session-man in circolazione: Lou Reed, Paul Simon, John Lennon, per quelli che leggevano tutte le note di copertina di tutti i dischi che gli capitavano a tiro nei digging pomeridiani nei negozi. O anche Peter Gabriel, per i progger più aggiornati, che è poi dove Fripp lo aveva conosciuto. E soprattutto, Levin compariva nella prova solista del chitarrista, “Exposure” del 1979. La scelta naturale per il re cremisi, alla quale tuttavia si sarebbe arrivati dopo una serie di audizioni: “essendo Tony Levin tanto occupato non ho mai pensato potesse essere interessato in una band, altrimenti sarebbe stato la mia prima scelta”, racconta il chitarrista. Ma il bassista, un professionista in ambito musicale da quando aveva 11 anni, spiega: “negli anni ’80 stavo effettivamente abbandonando l’idea di essere un sessionman”.

Fripp, per chi lo avesse seguito tra il 1974 e il 1981, aveva abituato a tante sorprese. Il ritiro spirituale secondo i precetti di Gurdjeff, l’esilio a New York e la collaborazione con la scena punk del CBGB (Blondie, Talking Heads), Heroes con Bowie….Ma quanti avevano comprato “Exposure”? Pochi progger italiani invero. O “The League of Gentlemen”? E chi li aveva comprati, perlopiù, ne era rimasto deluso, ritenendo che il suo eroe stesse perdendo la brocca. Robert aveva passato i precedenti 7 anni, o comunque molti di essi, a New York, assorbendo una quantità d’influenze che io non avevo. C’era tutta la cosa della new wave loft music a NY e c’erano gli inizi della world music. C’erano anche tutte queste cose con David Bowie, Brian Eno e Steve Reich che passavano per la testa di Robert più che nella mia.” – racconta Bruford.

E allora il giovane progger italiano mette “Discipline” sul piatto, sperando tutto sommato che fosse la ripresa del discorso e della sonorità di “Red”. Sperando in una ballatona tipo Starless, o un in un pò di proto-metal alla One More Red Nightmare. Guarda un pò: nulla di tutto ciò. Elephant Talk parte con un arabesco chitarristico e uno strano suono che sta tra un hi-hat registrato al contrario e un “shh” zittente. Il suono del rullante è quello, inconfondibile, di Bruford e al progger italiano si attizzano i peli del braccio. Entra la voce ma no, nulla a che vedere con il bel cantato di Greg Lake o John Wetton. Belew sembra urlare. Il basso è funky, slappato, con un suono mai sentito prima: infatti non è un basso, ma uno stick come declamano le note di copertina. Strumento di 10 corde che vanno picchiettate piuttosto che pizzicate. Poi arriva l’elefante. Sì, proprio l’elefante del titolo si sente distintamente barrire nell’assolo di chitarra di Belew. Al quale Fripp risponde da par suo con lo squittio di un topolino. Ed ecco che il giovane progger sta bello confuso e si mette a sedere.

Parte Frame by Frame e gli arabeschi chitarristici si fanno complessi, seppur minimali, nello stile di Steve Reich, artista difficilmente pervenuto al giovane progger italiano del 1981. Mentre Belew ripete ad libitum la stessa sequenza, Fripp sposta l’accento in un punto differente ogni volta. A ben vedere, era già stato anticipato da “The League of Gentleman”: questi loop chitarristi che s’intrecciano e che qui trovano un secondo chitarrista per esprimersi al meglio. Bruford ci rulla sopra con i suoi ro-to-tom cui negli ultimi anni si era affezionato. Ci si inizia ad accorgere che il suono della sua batteria non è più tanto acustico. Orrore, pensa il progger: è passato al kit elettronico? Arriva il momento della melodia cantata da Belew e torna un pò di normalità: una melodia bella e ariosa, beatlesiana. Poi però le chitarre tornano a ruggire, a barrire e quel basso strano si fa minaccioso. Robert è giustamente inflessibile come chitarrista; non si adatta affatto al mio stile. Io ho dovuto adattarmi al suo” – così Belew ha raccontato la dinamica instauratasi tra i due chitarristi – “Questo va bene per me, perché è un processo di apprendimento. Quindi, trovo che possiamo incontrarci in certi momenti; c’è una specie di terreno comune che abbiamo. E poi ognuno di noi ha i suoi estremi cui l’altro non arriva. Robert non è in grado di far suonare la sua chitarra come un rinoceronte e io non sono in grado di suonare la sequenza veloce alla fine di Frame by Frame”.

Il progger italiano del 1981 è schiacciato sulla poltrona. Gira e rigira il disco in mano mentre la puntina scorre. Le note gli dicono che Bruford suona “batterie”, quasi fosse il plurale dell’italiano “batteria”, ma in realtà è francese, chissà perché. Ed arriva la ballatona: Matte Kudasai. Nulla a che vedere con Starless, sia chiaro. Nessuna coda strumentale, nessun crescendo, nessun virtuosismo, durata sotto i quattro minuti. Giusto un breve bell’assolo di Fripp che porta qualche ricordo dei KC che furono (assolo poi rimosso qualche anno dopo, quando l’album venne rilasciato su CD). Bruford sembra incantato a suonare un tempo pari e il progger comincia a scandalizzarsi.

Ah no, c’è Indiscipline e dallo scandalo si passa al terrore. La traccia comincia industrial, termine di cui il progger italiano del 1981 non sapeva l’esistenza, ma il genere esisteva e come nel mondo anglofono. Il basso, ossia lo stick, è sempre più minaccioso, e Bruford inizia ad andare ben oltre i tempi pari o dispari, suonando tutto intorno al ritmo tenuto fermamente da Levin. Belew recita un testo, non lo canta nemmeno. Fripp comincia qui ad assomigliare a se stesso, i suoni della sua chitarra ricordano cose fatte su “Islands” e con Bowie e questo potrebbe essere rassicurante per il progger del 1981. Potrebbe. Perché poi si gira lato, arriva Thela Hun Ginjeet e non ce n’è letteralmente più per nessuno. Le chitarre attaccano sempre più intrecciate ad un ritmo indiavolato su cui s’innesta Levin con una grande entrata, una lezione di armonia e ritmo e Bruford batte duro sulla sua “batterie” come se non ci fosse un domani. Nel sottofondo, suoni inquietanti: saranno i “Devices” annunciati in copertina  e accreditati al messia?

A questo punto, prima ancora della fine del pezzo, i progger italiani del 1981 si sono divisi in due. La prima metà ha strappato il disco dal piatto e lo ha lanciato dalla finestra, delusi: “non è tornato il re” sentenziano e decidono di riascoltarsi “Nursery Crime” per rifarsi le orecchie. Poverini, non sapevano che di lì a poco gli sarebbero toccati gli Asia e Owner of a Lonely Heart. Il 90% di costoro si sono poi pentiti 20 anni dopo quando con l’internet hanno iniziato a leggere che quel disco da loro tanto odiato era, in realtà, un capolavoro. E hanno cambiato il loro profilo su FB con l’immagine del nodo celtico di Discipline, un po’ per scusarsi con il karma, un po’ per far finta che loro lo avevano sempre saputo. La seconda metà dei progger italiani del 1981, a questo punto del disco, è invece completamente andata. Persa nel suo nuovo vinile che da quel momento diventerà oggetto di adorati ascolti nonché vani tentativi di convertire al nuovo verbo frippiano i cugini con la febbre del sabato sera inorriditi a sapere che esiste anche Discipline e gli amici perplessi, molto perplessi dai nuovi KC e che, in compenso non hanno problemi a esaltare le gesta dei Genesis di “Abacab” (esistevano anche costoro, credetemi).

E quindi, per coloro fin qui arrivati, The Sheltering Sky è l’equivalente di un meritato nirvana dei sensi. Il momento in cui tutte le tensioni si sciolgono. Bruford suona una roba ipnotica, una distesa di suono percussivo, usando dei tamburi africani, sulla cui base Levin continua ad inquietarci. E Fripp giganteggia con la guitar-synth elevata a tromba. Un brano improvvisato e poi valorizzato, grazie alla politica che aveva la band di registrare tutto quello che faceva in sala.

E, dulcis in fundo, Discipline,che da il senso a tutto il disco.Come spiega il critico Sid Smith nella sua seminale opera “In the Court of King Crimson”: “l’ascoltatore disattento potrebbe pensare che non succede tantissimo in questa traccia. Eppure, a una ispezione più rigorosa si rivela un tessuto di strati in costante movimento, fughe e riff che si aprono e chiudono l’uno sopra l’altro…..Una traccia che rotola interminabilmente, il suo impressionante contrappunto ha la capacità di sedurre il cervello mentre il suo groove ipnotizzante si prende cura del corpo”. Una meraviglia, aggiungo io più semplicemente. In Discipline, tutte le tensioni e le incongruenze delle precedenti 6 tracce trovano compimento e ordine. Discipline è l’esempio perfetto dello stile indonesiano del gamelan applicato al rock, che pervade diverse parti del disco. Dice al riguardo Bruford: “Fripp poteva tranquillamente cominciare il suo suono metallico all’inizio e portarlo fino alla fine della traccia con un limitato bisogno di avventure ritmiche nel mezzo. E le percussioni potevano entrare e uscire a piacimento. Diverse tracce (di Discipline, ndr)….sono caratterizzate dalla sua chitarra che fornisce una sequenza ininterrotta di sedicesimi dall’inizio alla fine. Era felice di essersi dato il ruolo di fornire la continuità. Come la mano destra di un batterista sul piatto, poteva continuare a lungo, senza pensarci.”

E quei progger italiani del 1981 arrivati fino a qui sono felici, davvero felici. Sanno ora che un nuovo mondo è possibile. Che una nuova musica è arrivata. Sanno che il mito del Re cremisi è destinato a rinnovarsi nei decenni. Retrospettivamente, con Discipline il re ha prodotto uno dei suoi dischi migliori di sempre, poggiando una nuova pietra miliare alla pari del disco d’esordio e riprendendosi il trono abbandonato nel 1974. Senza il capitolo aperto da Discipline, la storia del re cremisi sarebbe stata una grande storia comunque. Ma nel 1981, i “King Crimson” passarono dalla storia alla leggenda della musica, come caso raro di band che è tornata per dirci qualcosa di sorprendentemente nuovo. Sempre Sid Smith: “mentre molte delle band della loro epoca erano felici di riposare sui propri allori o di fare un passaggio diretto verso la commercialità, ogni sforzo del gruppo dell’era di Discipline e il suo suono luccicavano di una freschezza abbagliante, una brillantezza morbida che senza sforzo attraversava il zeitgeist post-punk new-wave mentre rimaneva coerente con i propri principi di fondo”.

Discipline” sembrava arrivato dal nulla come “In the Court of the Crimson King” dodici anni prima. Molti dei vecchi fan, dopo un primo momento di confusione, cominciarono ad affezionarsi al nuovo re. I King Crimson erano diversi ma come quelli di prima: un gruppo che non aveva simili e a cui tutti guardavano per capire dove andare. Con “Discipline“, tutto il prog e l’art-rock fino allora esistito trova nuovi pascoli dove scorrazzare e, da quel momento, avremo sviluppi inattesi, come il math-rock e il post-rock che, senza questo disco, sarebbero stati tutt’altra cosa.

Molti ritengono che sia il musicista che crea la musica, ma io non la vedo affatto così. E’ la musica che crea il musicista. Con il tempo, uno sviluppa una relazione con la musica per cui non è più ciò che tu chiedi alla musica ma quello che la musica chiede al musicista. Ed è solo a quel punto che può succedere qualcosa che valga la pena – laddove riconosci che la musica ha una vita propria e che la vita che la musica ha è più reale che la vita stessa

– Robert Fripp

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