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Gonemage – Handheld Demise

2022 - Autoproduzione
extreme 8-bit black metal / shoegaze / techno

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Tracklist

1. Disdainful Stroke
2. Father Time's Grandfather Clock
3. Weaponless Scream, Laughter Unseen
4. Stairwell Of Gore And The Faceless Apparition
5. The Suffering And Endurance
6. Slowly I Watch The Shockwave
7. The Smelting Madman
8. Stranded In The Menace Of Water
9. The Equation To Levitation And The Chase Of ...
10. Hallways Endlessly Resetting, Corpse Slide W...
11. Dahan-dahang Nagpapababa
12. Chase Of The Daemon Glow
13. From Walls To Woods


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C’è stato un momento, più o meno a metà anni Zero fino al 2009 o giù di lì, che ovunque ti girassi trovavi qualcuno a brandire un GameBoy attaccato a svariati pedali o band dai cui synth uscivano suoni a 8-bit ad accompagnare chitarroni e grida assortite. Poi la fiamma dell’infatuazione retrogaming in salsa “hardcore” si è lentamente estinta. Ma Galimgim/Garry Brents non lo sa e continua imperterrito a percorrere quella strada fatta di pixel grossi come una casa.

Gonemage è un progetto i cui confini sono seriamente tra i più labili in assoluto tra le tante realtà che furono bollate come Nintendocore. I fondali sono la base, il resto esplode in texture e sprite schizoidi che cavalcano tra una schermata e l’altra, un mondo e un altro come si diceva attaccati alle “primitive” consolle degli anni ’80, e quello che nel percorso si trova cala come un’acquazzone sfiancante di generi totalmente impazziti: c’è una vena black metal furente che brucia appena sotto la superficie e ben presto mostra le sue vestigia progressive, come fu per gli Ephel Duath di “The Painter’s Palette” (ma senza l’ingrediente jazz che ben conosciamo), un’altra mathcore implosiva che riempie i vuoti, pezzi di shoe/blackgaze come schegge di una mina esplosa al primo tocco di un post-rock lanciato a rotta di collo in un tunnel senza luci, infatuazioni trap appena accennate ma che bucano lo schermo e particelle techno latenti che riportano l’orologio indietro alla seconda ondata della rave culture che fu.

A rendere il tutto ancor più stratificato sono le 44 voci (sì, avete letto bene) che accompagnano Galimgim in questo bad trip, ognuna con caratteristiche ben calibrate, intinte in vocoder e dunque robotiche, mostruose, leggiadre, stentoree, impazzite, demolite dalle distorsioni e pulite come cristallo.

Una marea di layer che vanno a impreziosire e traumatizzare per la sterminata quantità di dati compressi in “appena” 13 brani. Roba da restarci secchi.

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