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Back In Time

“Portishead”: se non vi siete spaventati con “Dummy”, provate questo

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Erano passati 3 anni da “Dummy”, il disco che aveva lanciato i Portishead conferendogli un successo al di là di ogni più ottimistica previsione, popolarizzando il trip-hop di Bristol, così come abbiamo visto nel relativo Back in Time di agosto. Siamo nel 1997 e i negozi vedono arrivare l’opera seconda della band. Fin dalla prima traccia, Cowboys, è chiaro che si tratta di una band non appagata. Una band ancora piena d’ispirazione che decide di continuare con il sound che l’aveva resa famosa, ma senza fare compromessi. Senza cercare una via facile al successo eterno. Il sound è quello, ma l’atmosfera viene calibrata differentemente. 

Se Dummy era l’ideale colonna sonora di un film noir, “Portishead” risulta ancora più inquietante e si può parlare, se non di horror movie, quantomeno di una cosa alla David Lynch. Ne è riprova il video di All Mine, il primo singolo uscito qualche settimana prima dell’album. Una bambina, o poco più, su un palco, attorniata da un’orchestra che se ne sta con le mani in mano, che esegue la canzone mantenendo una indifferenza spettrale, mentre su di lei aleggia un vecchio presentatore dall’aspetto inquietante. Il video è stato fatto per l’occasione, ma il regista vuole far credere che sia ripreso da una trasmissione televisiva italiana, tipo “Lo Zecchino d’Oro”. A un certo punto appare infatti una scritta in italiano; ma un’italiano maccheronico che traduce “Poor Quality” in “povera qualità”. Non si capisce se si tratta di un espediente fatto ad arte, peraltro comprensibile solo a noi italiani, o se sia semplice approssimazione. Il risultato è comunque alla David Lynch, che ti viene da dire: “ma che cazzo è ‘sta roba”.

Il testo di All Mine, in bocca ad altri artisti, avrebbe potuto appartenere ad una qualunque canzoncina d’amore, mentre i Portishead ne fanno una roba da stalker: “non ti illudere / non puoi scappare / legato strettamente / non hai dove nasconderti da me / tutto mio / devi essere”. Lo stile musicale è quello inaugurato da Dummy e la canzone sarebbe perfetta in un disco dei loro epigoni poppettari belgi, Hooverphonics. Ma l’interpretazione è altra.

 

Lungo l’album, Beth Gibbons perde ogni freno emotivo nel cantare. Lo sentiamo per esempio in Undenied o in Only You. Quando canta “But I’m aching”, in Western Eyes, quel dolore lo senti dentro come un brutto brivido d’empatia. La sua voce viene pesantemente filtrata in studio e si fa, se possibile, ancora più ossessiva. La base sonora è ancora più minimale che nell’album precedente, eppure piena di dettagli. Adrian Utley dispensa riff di basso e chitarra su cui poggiano intere canzoni: Half Day Closing, Over. Quest’ultima, se l’ascolti un po’ troppo, rischia di entrare nei tuoi incubi notturni per sempre. Geoff Barrow riduce i campionamenti esterni al minimo e decide questa volta di auto-campionarsi: ossia la band incide tracce che poi vengono sovrapposte alle canzoni. C’è persino una fantomatica Hookers and Gin, che le note dicono essere stata campionata su Western Eyes: peccato che tale traccia non esista e non sia altro che, appunto, un auto-campionamento.

25 anni dopo, “Portishead” rimane soltanto il penultimo album della band, tre anni dopo il primo e undici prima del terzo. Stiamo ancora aspettando il quarto, annunciato 10 anni fa. Non si può certo dire che non sia una band che pondera bene quello che fa e se il secondo viene considerato spesso, dei tre, il disco minore, allora non c’è dubbio che siamo di fronte a dei fuoriclasse assoluti. Lo spazio infinito tra un beat e l’altro, la voce inconfondibile di Gibbons, certi marchi sonori precisi che identificano i suoi compagni di band, la cura maniacale del suono: sono tutti biglietti da visita originali dei Portishead che li rendono una band immediatamente identificabile a qualunque orecchio. Una band che gode di un’alchimia incredibile e originale tra i suoi componenti. Un’equilibrio peculiare che i tre hanno deciso nel tempo, saggiamente, di non mettere troppo spesso alla prova.

“Portishead” è un disco meno facile di “Dummy“, meno amichevole. Se con “Dummy ci chiedevamo come fosse possibile che una musica così dark potesse diventare materia da apericena in spiaggia, con “Portishead” siamo lieti di constatare che ciò non ci pare sia accaduto. Accettiamo segnalazioni in senso opposto naturalmente. Ma sarebbe un po’ troppo ascoltare Mourning Air pomiciando al tramonto in pubblico con un mojito in mano, non vi pare? Infatti, malgrado la spinta iniziale nei piani alti delle classifiche, dovuti al nome della band e all’alta aspettativa per un seguito di Dummy, i dati ci dicono che, per esempio, il triplo platino nel Regno Unito non si è ripetuto e nemmeno il disco d’oro negli States.

Ma mentre il mainstream non è un risultato che si può conseguire ad ogni uscita, la gloria, una roba che si decide a qualche lustro di distanza, quella sì, è possibile rinnovarla ogni volta. Insomma, se vi eravate fermati al loro primo album, siete decisamente incoraggiati a scendere più a fondo. A prendervi un po’ di tempo, qualche giorno, riascoltare più volte “Portishead” e dopo un po’ ci fate sapere se, come vi era accaduto con “Dummy“, anche in questo caso non riuscite più a fare a meno di questo sound, di quella voce, di tali beat lenti e minacciosi. Con la differenza che, in questo caso, non potrete ignorare che c’è da avere paura di una musica che suggerisce sempre una realtà parallela, da film, dove le cose, scavando a fondo, sono piuttosto inquietanti.

Se non vi eravate spaventati con “Dummy”, provate questo.

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