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“Nimrod” dei Green Day e la paura di crescere

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Nel 1997 il pop punk era nel pieno del suo successo e iniziava proprio in quegli anni l’infinito dibattito su chi era davvero punk e chi invece si era “venduto”. I Green Day sono stati sempre i protagonisti assoluti di questa diatriba perché, purtroppo o per fortuna, Billie Joe Armstrong e compagni hanno portato al successo quel punk giovane, melodico, sognante, rabbioso ma non troppo, spassoso e molto apprezzato da un pubblico alle prese con i primi sprazzi di pubertà. Stiamo parlando di quello che più tardi, con l’arrivo di “American Pie” e dei Sum 41 verrà rinominato, con tono leggermente dispregiativo, pop punk, ma che all’epoca era semplicemente identificato come lo stile inconfondibile dei Green Day.

Nimrod” abbandona i toni aggressivi dei precedenti “Dookie” ed “Insomniac” (ad eccezione di alcune tracce): è un album introspettivo, emotivo ma nello stesso tempo divertente. Non che prima non si fosse già percepita la profondità con la quale Billie Joe racconta se stesso nei testi, ma “Nimrod” è forse il primo testamento spirituale dei Green Day, perché oltre alla celebre e struggente Good Riddance, troviamo pezzi di anima del musicista un po’ ovunque. Basti ascoltare Scattered, Walking Alone, Redundant

Nel 1997 ero davvero troppo giovane per ricordare che impatto abbia avuto quest’album sul mondo (a due anni non sapevo neanche chi fossero i Green Day). Ma ho avuto la fortuna di “rincontrare” i Green Day quando ero più grande e nonostante non sono stata adolescente nel 1997, una quindicina di anni dopo la me adolescente si riconosceva perfettamente nelle canzoni dei Green Day e, non so quanto sia positivo, spesso mi ci riconosco ancora. “Nimrod” per me è stato gioia, malinconia, speranza, rabbia, un po’ come tutti gli album dei Green Day, ma “Nimrod“, dal mio punto di vista, è un album di transizione. Parla di un adolescente che diventa adulto, parla di una band che sta ancora cercando se stessa, ma che finalmente riesce ad esprimersi appieno.

Solitamente non mi piace quando qualsiasi band “abbassa le penne” e si indirizza verso un sound più melodico, ma se associo “Nimrod” all’inizio di una nuova epoca dei Green Day, allora riesco ad apprezzare davvero quest’album e i seguenti. Perché ci piacciono i Green Day trasgressivi, ma ci piacciono anche i Green Day maturi ed emotivi.  

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