Impatto Sonoro
Menu

Recensioni

Christina Vantzou – No. 5

2022 - Kranky
elettroacustica / ambient / classica moderna

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Enter
2. Greeting
3. Distance
4. Reclining Figures
5. Red Eel Dream
6. Dance Rehearsal
7. Kimona I
8. Tongue Shaped Rock
9. Memory Of Future Melody
10. Kimona II
11. Surreal Presence For SH and FM


Web

Sito Ufficiale
Facebook

Christina Vantzou è una compositrice statunitense (nata a Kansas City, Missouri, nonostante le chiare origini greche) che risiede a Bruxelles e si occupa di espandere la percezione del tempo, delle atmosfere e delle armonie. Il suo nuovo album, “No. 5”, è uscito l’11 Novembre 2022 per l’etichetta americana Kranky.

Il titolo “No. 5” potrebbe ingannare i nuovi ascoltatori, inducendoli a pensare che questo rappresenti il suo quinto disco;  in realtà, alla luce di molte collaborazioni (da quella con Adam Wiltzie –  “The Dead Texan”, 2004 – a quella più recente con John Also Bennett del 2020 – “Landscape Architecture”), le pubblicazioni che portano la firma di Christina Vantzou sono più di cinque. Nel 2011 prese forma “No. 1”, il primo termine di una serie di opere numerate edite da Kranky. La sequenza registrò un’interruzione dopo l’uscita di “No. 4” nel 2018, riprendendo il proprio corso solamente nel 2022 (“No. 5”); in questo intervallo, infatti, la Vantzou alterò  l’andamento della sua personalissima progressione aritmetica pubblicando “Multi Natural” (2020), un album fatto di incursioni astrattamente elettroniche e field recording, per l’etichetta belga Edições CN. 

Con “No. 4Christina è riuscita a dar vita a quelle atmosfere notturne che farebbero impazzire gli appassionati delle colonne sonore di Angelo Badalamenti e David Lynch; inoltre, la musicalità espressa dalla Vantzou (e dagli artisti di cui si è circondata per la realizzazione di “No. 4”) è tale da far apparire i suoi brani semplici ed inevitabili allo stesso tempo, rivelandosi così in grado di creare una sensazione di lento e confortevole oblio. La sua capacità di concentrare in musica un’intensità nebulare attraverso il solo utilizzo di variazioni minime è quasi ultraterrena. Nel suo ultimo lavoro, invece, l’artista oriunda greca sceglie di occuparsi della formazione di spazi cerimoniali caratterizzati da un ambiguo sentimento di affetto in cui voce, pianoforte, synth modulari, archi, fiati, suoni sintetizzati e elettronica possano espandersi dalle profondità marine fino ad emergere alla luce del giorno, risplendendo di quei riflessi vaporosi che popolano i sogni.

Mentre si trovava sull’isola di Syros per un’esibizione al festival cinematografico locale, Christina Vantzou ha vissuto quello che ha successivamente definito «un momento di concentrazione» – un’epifania quasi joyciana che le ha permesso di disegnare il giusto incastro fra le numerose registrazioni effettuate in studio e in natura con vari musicisti a partire dal 2020. Situata nel bel mezzo del Mar Egeo, quindi, la compositrice statunitense è riuscita a far fluire ed  accogliere la narratività alla base di “No. 5”.  Dopo essersi spostata verso Ano Koufonissi (o Koufonisia, un’isola delle Cicladi), la Vantzou ha trascorso un po’ di tempo sola con il suo laptop e le sue cuffie, tutta intenta a concretizzare l’onda creativa sperimentata a Syros. Prendendosi qualche momento di pausa dal lavoro di scrematura delle idee per immergersi nelle splendide acque dell’Egeo, Christina ha permesso al paesaggio circostante di guidarla nella produzione della sua opera. 

Piccola anticipazione: il risultato finale suona più oscuro rispetto a quello che una persona potrebbe immaginarsi pensando al mare di Koufonisia. Non si tratta di un fraintendimento, perché ciò è dovuto a un altro tipo di lavoro compiuto dalla Vantzou, e cioè un esercizio di autoriflessione talmente introspettivo da trasfigurare i contorni dello scenario intorno a lei. “No. 5”, infatti, è il suo album più personale. Ma dicevamo: nelle Cicladi la compositrice ha dato il via al processo di selezione del materiale a sua disposizione e, a forza di sottrarre quel che le appariva superfluo, i brani hanno iniziato a prender forma nel solco di sonorità austere, inquiete, liriche – se non addirittura elegiache. Al fine di rendere più concreti possibile alcuni fra i suoi lati più intimi, è stato fondamentale occuparsi autonomamente sia del mixaggio, che della composizione e produzione dei pezzi per Christina Vantzou. Non è un caso che l’artista si riferisca a “No. 5” come «una sorta d’esordio». 

Giusto un paio di considerazioni sui brani: Memory of Future Melody e Red Eel Dream sono tra le divagazioni musicali più bizzarre che io abbia sentito negli ultimi anni; si possono distinguere nitidamente le rifrazioni neoclassiche che la Vantzou ha riprodotto con Dance Rehearsal e Kimona I; altrettanto chiaramente, la traccia Reclining Figures testimonia che Vangelis e Arvo Pärt (il padre del cosiddetto “minimalismo sacro”) sono stati molto importante per lei. Non mi dilungo oltre perché “No. 5” ha un che di mitologico: «vuol dirmi qualcosa, qualcosa che è implicito (nei suoni) e che non si può spiegare altrimenti», come direbbe Italo Calvino. Solo un’immaginazione densa di emozioni contrastanti può plasmare delle dissonanze orchestrali in grado di dar suono ad un’atmosfera sull’orlo di un precipizio, nel buio di una caverna marina, in una sensazione di perpetuo annegamento continuamente alimentata tanto da suoni sintetici tendenti verso le sonorità di Gerald Donald (membro principale di Dopplereffekt, il collettivo di musica elettronica di Detroit) quanto dalla voce barocca di Lieselot De Wilde

Sebbene nel disco compaiano altri sedici musicisti, l’andamento è minimalista e malleabile, scandito da risonanze spettrali e attimi di apparente sincronicità. Insomma, “No. 5” potrebbe sembrare distaccato, indifferente e inquietante, ma non possiamo non apprezzare la varietà di espressioni contenuta nei suoi pezzi, una molteplicità di segni paragonabile ad un piccolo affioramento di cristalli traboccanti di bellezza naturale. 

Considerando che Christina Vantzou descrive la sua ultima fatica come un «lasciarsi andare», uno spazio di «confini morbidi» assoluti e indefinibili, “No. 5” sembra proprio essere un responso dell’Oracolo di Delfi ancora da decifrare. 

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni