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Come, Angel :: Ukrainian music year by year >> 1991 – 2022

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“Nel 1987, sono stato invitato per caso ad un concerto di musica ucraina moderna […]. Ad un certo punto, in mezzo a sonorità più o meno tradizionali, la mia performance da il via ad una certa rivoluzione culturale. Un uomo spegne le luci nella sala, sale sul palco e dichiara che non è possibile cantare le poesie di Simonenko in questo modo, che è una vergogna. 

In un primo momento, ho pensato fosse qualche tipo di agente di sicurezza, poi ho scoperto che era il suo modo di proteggere il proprio campo culturale. 

Alcune persone lo supportavano, ma la maggior parte era pronta per questo nuovo tipo di arte – era una nuova generazione ucraina.”

Ihor Tsymbrovsky
https://meloport.com/interview/ihor-tsymbrovsky-am-i-jazz-2020

Con queste parole in un’intervista del 2020 a Meloport, Ihor Tsymbrovsky ricorda la “sua” nuova generazione ucraina. Certo non era ancora il 1991, non c’era ancora stata la dichiarazione d’indipendenza, ma la musica si muove sempre con vari anni di anticipo. Qualcosa stava già cambiando. E chi era sopravvissuto culturalmente dentro la cortina di ferro dell’Unione Sovietica, chi si era adattato, non era pronto a questa rivoluzione che lo escludeva.

Ed erano anni di grande musica gli anni 80 in Ucraina. Certo difficile definire cosa fosse ucraino e cosa no: in quel melting pot sovietico c’erano artisti come Anatoly Vapirov, ucraino di nascita ma di padre bulgaro, di madre russa, o come Yuri Morozov nato in Crimea, ma forse più vicino alla scena di San Pietroburgo che a Kyiv. C’erano i Dialog, il primo gruppo rock sovietico a girare l’Europa in tour. I Kollezhskiy Assessor, Valentina Goncharova, Mikhail Alperin

Nonostante la storia dell’Ucraina indipendente non abbia 30 anni, ma secoli – sono infatti le lingue a definire i popoli, più che le guerre e le conquiste – decidiamo di iniziare il nostro viaggio musicale nel 1991, così da renderne più chiari i confini. 

E più precisamente al Glière Music College di Kyiv dove in quegli anni nascevano due gruppi fondamentali per l’underground ucraino: i Cukor bila smerti’ (Цукор Бiла Смерть) e gli Ivanov Down. Entrambi capitanati da musicisti con una cultura musicale di tipo accademico – Svitlana Nianio per i primi e Alexej ‘Maket’ Degtyar per i secondi – ma portavoce di un avanguardismo rumoroso e in opposizione ai canoni musicali del tempo.

Se di Svitlana Nianio si sa poco dal punto di vista biografico, la storia di Maket ricorda vagamente un film o una serie tv. 

Alexej ‘Maket’ Degtyar

Nato a Saratov in Russia, ha l’odiata fortuna di suonare in una buona scuola di musica fin da quando ha 5 anni. 

La scuola è situata in un antico e lussuoso palazzo, un tempo appartenuto a Caterina II, e che ora era la scenografia delle avventure del piccolo Alexej, tra le lezioni di musica e le scorribande con altri teppisti.

Il padre è un militare e questo fa di Alexej un nomade, come lo sono stati quasi tutti in Unione Sovietica: era raro infatti nascere e morire nello stesso luogo. E così Alexej si trasferisce con la famiglia in Ucraina e lì completa gli studi. 

Anche se ancora non lo sa, l’Ucraina è per lui la svolta che aspettava; questo non perché la scena ucraina del momento lo ispirasse particolarmente, ma perché ne vedeva il potenziale. 

E il potenziale al tempo si chiamava Rock Artil: una nuova associazione culturale / rock club che dal 1988 era diventato un po’ il centro della musica alternativa. 

Il direttore artistico era Vladimir Ivanov, che tra le altre cose faceva da manager ai Vopli Vidopliassova (Воплі Відоплясова) e la cui importanza per la nascente scena alternativa ucraina era così fondamentale che quando Alexej nel 1990 crea la sua band, decide di chiamarla Ivanov Down. 

Una coincidenza secondo lui, ma coincidenza o no, la cosa certa è che nel 1991 esce “Best Urban Technical Noises” degli Ivanov Down ed è un fottuto capolavoro. Nel 1992 esce “Yarn” degli Yarn ed è un fottuto capolavoro. Nel 1993 esce “Selo” dei Cukor bila smerti’ ed è un fottuto capolavoro. 

E va avanti così per tutti gli anni 90. 
Magari non tutti tutti, ma quasi. 

Nel 1994 esce “Kraïna mrij” dei Vopli Vidopliassova e contiene varie hit, tra cui la famosissima Tanzi (Танцi). 

Poi Ptakhy (Птахи) degli Skryabin (Скрябін) nel 1995, ma soprattutto l’inarrivabile poesia di Pryjdy Yanhole (Прийди Янголе) di Ihor Tsymbrovsky nel 1996, ricordano all’Ucraina che Lviv non ha nulla di meno di Kyiv.

Ed infine le due dee dell’avanguardia Katia Chilly (Катя Chilly) con Rusalki in da House (Русалки In Da House) nel 1998  e Svitlana Nianio da solista con Kytytsi (Китиці) nel 1999.

Insomma un decennio incredibile con cui l’Ucraina non si limita a gattonare verso la controcultura post-sovietica, ma la trasforma immediatamente in un manifesto identitario.

1991 – 2000

1991

Иванов Даун (Ivanov Down) – Глаза (Eyes)

1992

Yarn – Gorwedd Cerdded

1993

Цукор Бiла Смерть (cukor bila smerti’) – Poliuwannia

1994

Воплі Відоплясова (Vopli Vidopliassova) – Танцi (Tanzi)

1995

Скрябін (Skryabin) -Плани На тодi, коли (Plani Na Todі, Koli)

1996

Ігор Цимбровський (Ihor Tsymbrovsky) – Прийди Янголе (Pryjdy Yanhole)

1997

Vitalij Kuprij – Symphony V

1998

Катя Chilly (Katia Chilly) – Русалки In Da House (Rusalki In Da House)

1999

Світлана Няньо (Svitlana Nianio) – Птиця-Оxiтник (Pticja-Oxitnik)

2000

Друга Ріка (Druha Rika) – Сни (Sin)

Un’altro dei personaggi interessanti di quegli anni, non ha nulla a che fare con la nostra storia; sia perché nel 1991 la sua carriera di musicista è quasi al tramonto (in termini compositivi e concertistici), sia perché gran parte di questa carriera ha avuto luogo in Russia.

Tuttavia è per certi versi uno dei personaggi chiave che vale la pena raccontare.

Valentina Goncharova nasce a Kyiv nel 1953 e la musica ce l’ha nel DNA. Fin dalla prima infanzia studia il piano grazie a sua nonna, una pianista professionista presso il teatro dell’Opera. Tuttavia – quando all’età di 7 anni prova ad entrare in una scuola di musica – non viene accettata al corso di piano. Ha le mani piccole, l’orecchio assoluto: le viene consigliato di studiare violino. 

Lì ha la fortuna di avere un insegnante che le cambia la vita (Lazar Fedorovich Bendersky) e che, ancora bambina, le insegna l’essenza della creatività. Così, dopo 9 anni di studi con Bendersky, anche lei compie il suo destino di nomade sovietico e decide di completare gli studi a Leningrado.

È lì inizia a comporre, ma soprattutto inizia a circondarsi di musicisti talentuosi e questo percorso culmina in un concerto epocale che raccontiamo direttamente tramite le sue stesse parole:

“Uno dei concerti più interessanti di cui ho memoria, si è tenuto nell’aprile dell’83 o dell’84 a Leningrado, alla Casa degli Architetti. Eravamo in 8: Svetlana Golybina al piano, io al violino, poi c’era Sergey Letov al sassofono, e Mikhail Zhukov alle percussioni etniche […]  Boris Grebenshchikov alla chitarra, Captain Africa (Sergey Bugaev) alle percussioni, Victor Tsoi alla chitarra e Sergey Kuryokhin al piano e sintetizzatore. Ci conoscevamo tramite registrazioni e concerti, ma non avevamo mai suonato assieme prima. 

Era esattamente come doveva essere la vita di un artista di avanguardia: […] decidemmo di non fare prove. L’obiettivo era stato deciso: improvvisazione libera – NON-STOP, durante l’intero concerto. 

Andammo sul palco ed iniziammo a suonare”

Valentina Goncharova
https://unearthingthemusic.eu/posts/the-sonic-explorations-of-valentina-goncharova/

Due storie, quelle di Valentina Goncharova e Alexej ‘Maket’ Degtyar, così simili e opposte.  

Alexej avvia la sua carriera all’inizio degli anni 90, Valentina la “termina” nello stesso periodo e già nell’84 si trasferisce in Estonia, dove più tardi insegnerà musica al Tallinn Music College.

Alexej è un uomo, Valentina è una donna. E a guardarla bene questa scena ucraina sono spesso le donne ad avere un ruolo di primo piano. A partire dal violino sperimentale di Valentina Goncharova, passando per l’avanguardia di Svitlana Nianio e Katia Chilly, il dream folk di Olga Pulatova e Olena Voinarovska, l’elettronica di Kateryna Zavoloka, l’ethno-cabaret di Nina Garenetska, Iryna Kovalenko e Olena Tsybulska, il post rock di Natasha Pirogova e Asya Makarova, lo shoegaze di Maya Renevich, l’ambient di Katarina Gryvul. La musica ucraina è tanto maschile quanto femminile.

2001 – 2010

2001

Океан Ельзи (Okean Elzy) – Вставай (Vstavay)

2002

Flёur – Это всё для тебя, танцующий Бог (Eto vse dlya tebya, tantsuyuschiy bog)

2003

The Moglass – G

2004

Drudkh – Summoning the rain

2005

ТОЛ (Tol) – Хто я (Kto ya)

2006

Лютомысл (Lutomysl) – As a gleam of the morning star…

2007

Zavoloka – Inhale III

2008

НеГрузовики (NeGruzoviki) – Не улыбаются (Ne Ulybayutsa)

2009

Димна Суміш (Dymna Sumish) – Кожної весни (Kozhnoї vesni)

2010

ПНД (PND) – Колискова До Кінця (Koliskova Do Kіncja)

Infine, Alexej nasce in Russia e si trasferisce a Kyiv, Valentina nasce a Kyiv e si trasferisce in Russia. 

Definire questi due musicisti come ucraini o come russi è quasi impossibile. Tuttavia se il primo viene da una formazione russa e scopre l’amore per la musica tra i club di Kyiv, l’altra viene da una formazione ucraina e scopre cosa vuole fare nella vita suonando con i più grandi artisti russi dell’epoca.

Quest’ultima considerazione può essere vista come un modo di affermare che l’Ucraina e la Russia alla fine siano la stessa cosa. 

Tutt’altro. Ciò che emerge è invece la pari dignità delle due culture, che nonostante le loro differenze – non solo linguistiche – sono sicuramente parte di una stessa famiglia; in parte di sangue, in parte forzata col sangue.

Ed è questa forzatura a farla scricchiolare: una delle due parti si ritaglia il ruolo di capofamiglia e si passa da una pari dignità, ad una sottomissione.

La Russia si identifica come un’impero da 300 anni. Questo per dire che la Russia è sempre stata totalitaria, a volte di meno, a volte di più. Mentre il totalitarismo non fa parte in alcun modo del carattere ucraino. Infatti, gli ucraini non vanno mai d’accordo tra di loro… è una democrazia aggravata da un sentimento anarchico.

Воплі Відоплясова (Vopli Vidopliassova)
https://www.youtube.com/watch?v=aKRlK9QnTDo

2011 – 2020

2011

Heinali – Million Light Yearning

2012

DakhaBrakha – Yelena

2013

Krobak – It’s snowing like it’s the end of the world

2014

Somali Yacht Club – Loom

2015

Oh Deer! – Людина, яка сміялась (Ljudina, jaka smіjalas’)

2016

Vagonovozhatye – Ѫи┼ь

2017

nearr – Feel my love

2018

Людська подоба (Ljuds’ka podoba) – Шутка бога (Shutka boga)

2019

Make like a tree – Hope

2020

Neyemia Grue – Our meeting was for nothing

Tuttavia, se dai media di tutto il mondo il popolo ucraino viene spesso dipinto come anti-russo, questa è una cazzata.

Certo le popolazioni sulla costa del Mar Nero, che hanno avuto un’esperienza diretta dell’invasione russa del 2014 in Crimea, hanno già sviluppato da tempo un sentimento di rabbia e diffidenza nei confronti dei russi.

Nonostante ciò gran parte della musica ucraina degli ultimi anni ha continuato a essere cantata in russo, anche da gruppi che si sono sempre dichiarati fieramente ucraini. 

Questo odio non esiste. 

Tra i brani ucraini che abbiamo inserito come i più rappresentativi degli anni che vanno dal 2014 e al 2020 solo uno è cantato in ucraino, e due sono cantati in russo. Uno su sette. Nonostante l’invasione della Crimea l’uso della lingua russa nella musica ucraina è ancora importante.

Questo odio non esiste.
O meglio non è esistito fino ad ora.

Intervistato da DTF Magazine, Anton Slepakov dei Vagonovozhatye spiega come già nel 2013 e 2014 la scena musicale ucraina abbia iniziato a prendere le distanze dalla lingua russa, ma che questo per molti è stato un processo graduale. Tanto che i Vagonovozhatye hanno continuato a fare musica in russo fino ad almeno il 2016 e questo vale per tanti altri gruppi.

E tutti continuano comunque a ascoltare musica russa.

A quel tempo non sapevo scrivere in ucraino, ma poi ho imparato. […]

La federazione russa ha fatto di tutto affinché ciò accadesse in modo che nessuno degli ucraini – anche quelli che parlano russo e consumano contenuti russi – abbia alcun desiderio di associarsi al paese di Mordor. Certo, questa associazione rimane in termini culturali e linguistici. È impossibile cancellarla.

Anton Slepakov
https://donttakefake.com/en/anton-slepakov-vagonovozhatye-i-ve-written-so-much-in-russian-that-there-s-no-need-for-it-now/

2021

Стас Корольов (Stas Koroliov) – феничев / или (fenichev / ili)

Questo odio non esiste.

Ciò che esiste è un risveglio dal coma della russificazione subita dall’Ucraina per decenni. E questo risveglio ha portato gli ucraini ad imparare l’ucraino. Una lingua che non è figlia del russo, al massimo sorella – esiste da più meno lo stesso tempo – ma una lingua dimenticata da molti in Ucraina, complici il melting pot sovietico e la deportazione delle popolazioni non russofone.

Una russificazione così forte che nell’inno rap Ili (или) di Stas Koroliov (Стас Корольов) la società ucraina è linguisticamente confusa. L’artista si rivolge in russo al popolo con parole di resistenza:

Abbiamo bisogno di una pace a tutti i costi?
Lasciare che Odessa e Kharkov ripetano il Donbass e la Crimea?

Il popolo risponde in ucraino con stanche parole di resa:

Siamo tutti così stanchi!
Vogliamo così tanto la pace!

Era la primavera del 2021 e questo brano anticipava di 1 anno ciò che poi sarebbe accaduto. 

L’invasione, la fiera resistenza di un intero popolo e la stanchezza che si è ricaricata di orgoglio.

2022

Katarina Gryvul – Tysha

E alla fine il processo si completa. Il russo è stato vomitato dal sistema. Non per odio, ma perché le lingue definiscono i popoli e il popolo ucraino ha scelto di definirsi.

Un processo identico a quello delle bandiere gialle/rosso/blu di cui oggi non parla nessuno, ma che si iniziano a intravedere a San Pietroburgo, nelle rare manifestazioni e nella musica. Ancora minoritarie rispetto all’ipotesi “bianca/blu/bianca senza sangue”, ma che alla fine determineranno il risveglio di lingue estinte e un nuovo Euromaidan, ma questa volta nella colonia culturale dell’impero russo. 

Un processo che tuttavia in Ucraina si accompagna con una cancel culture autolesionista. Che – vista l’urgenza di rigettare la cultura russa dal proprio organismo – regala ai russi pezzi di storia ucraina che andrebbero invece rivendicati: Bulgakov, Gogol, Tarkovskij (Arsenij).

E probabilmente verranno rigettatate tutte le contaminazioni con la musica russa del passato. Dimenticando che la cultura russa non è russa, ma è altrettanto figlia dello stesso melting pot sovietico di cui tutta l’europa dell’est ha fatto parte.

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