1. Che sia la notte
2. Come ragazzi insolenti
3. Wind day
4. Mezza Minotauro
5. Paese fragile
6. Quello che ci divide
7. Prima
8. Né oggi né domani
9. La comunione dei vivi
10. Bastano briciole
11. È tutto vero
“Anche solo per un saluto” è l’album di debutto del cantautore pugliese Checco Curci. Originario di Noci, in provincia di Bari, e Professore di urbanistica al Politecnico di Milano, per l’artista si tratta del compimento di un percorso artistico avviato diversi anni fa, in particolare negli anni universitari.
“Anche solo per un saluto” sembra voler racchiudere già nel titolo un senso di semplicità e dolcezza che emerge distintamente anche con l’ascolto delle undici canzoni che lo compongono: il saluto è ciò da cui tutto muove, è l’alba di qualsiasi interazione sociale, il motore di un quotidiano a cui raramente si fa caso. Checco Curci arriva a questo disco dopo una lunga fase di ricerca il cui approdo è rintracciabile nel cantautorato italiano più nobile e raffinato: quello di Franco Battiato e Lucio Battisti, in modo particolare, ma non sono gli unici riferimenti culturali di un artista che, alla fine, riesce comunque a tracciare una strada propria, personale, restando a debita distanza dal pericolo di ripercorrere pedissequamente ciò che è stato.
La forza di “Anche solo per un saluto” risiede nella capacità di perseguire un ideale di eleganza senza aver bisogno di formule smaccatamente ricercate: le intuizioni compositive, le soluzioni melodiche e gli intrecci armonici cullano perfettamente il timbro di Checco Curci, che, anche grazie alla sapiente mano di Riccardo Sinigallia, riesce a essere sempre coerente ma mai prevedibile nelle scelte. Undici canzoni, dunque, a partire dalla delicatezza un po’ cupa di Che sia la notte, con la disillusione di un’epifania, appunto, notturna, per arrivare a È tutto vero, giocata su un eterno contrasto fra increspature sintetiche e atmosfere quasi orchestrali, con tanti altri momenti nel mezzo a testimoniare la bontà delle idee dell’artista pugliese e la cura nel renderle musica che fosse perfettamente in tensione tra gusto classico e pulsioni contemporanee.
Le ambientazioni soffuse e glaciali di Come ragazzi insolenti, scandite da intrecci di miele e da un irresistibile e morbido climax finale, precedono la tappa forse più luminosa del lotto (Wind Day) e l’ostinata inafferrabilità di una ben più essenziale Mezza Minotauro, narrazione di un dolore che torna anche in Né oggi né domani e che viene reso con liriche originali e immaginifiche. Le trame percussive e sintetiche delle strofe di Paese fragile sembrano arrivare dall’emisfero australe e spianano la strada a un ritornello efficace e adesivo, prima di uno degli episodi più brillanti del disco: Quello che ci divide è un tuffo nell’abisso, un brano dalla delicatezza quasi cinematografica e in perenne sospensione su un esile tappeto sonoro che riesce a generare una violenta intensità.
Anche nella sua seconda metà, l’opera prima di Checco Curci mette in fila brani solidi e ben ricamati, con uno dei momenti più immediati del disco (Prima) a raccontare con originalità l’uomo dell’era digitale. A fare il paio con Quello che ci divide è La comunione dei vivi, dai suoni stratificati e più personale nei temi: anche per questo, un momento cruciale di “Anche solo per un saluto”, con un altro climax che si scioglie all’improvviso.
A completare l’album c’è Bastano briciole, dalla morbidezza quasi struggente, in un’atmosfera solo apparentemente onirica. A quelli come me / bastano briciole di cose normali, ci dice Checco Curci alla fine della penultima canzone del suo primo disco e, quasi involontariamente, sembra la dichiarazione di un approccio artistico: “Anche solo per un saluto” è il luogo in cui una serie di cose normali disegnano qualcosa di elegante e autentico, un disco penetrante con la sua luminosa lievità in una tavolozza di colori quasi sempre freddi.
Un debutto, dunque, solo in termini meramente cronologici: la maturità, in termini di ricerca e scrittura, è quella di chi ha percorsi ben più lunghi alle spalle.