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Avril Lavigne, “Let Go” e la ribellione mainstream degli anni duemila

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Fisso la tastiera da 20 minuti e ancora non so cosa scrivere di questo album e di quest’artista. Si tratta di qualcosa appartenente alla mia infanzia/adolescenza, che ha coperto alcuni anni della mia vita, i più spensierati, forse (ma neanche tanto), quelli in cui di certo non avevo la minima idea di cosa volesse dire distinguere la buona musica da quella cattiva. Avril Lavigne fa parte di una fazione un po’ complicata (per citare il primo singolo che l’ha fatta spopolare) in cui non esiste buona musica ma semplicemente musica pop che colpisce, o che almeno all’epoca colpiva.

Ai tempi del debutto la canadese era ancora una ragazzina che doveva compiere i 18 anni e vorrei, giuro che vorrei davvero ripercorrere i suoi inizi, i primi passi nel mondo musicale di questa giovane ribelle, ma non c’è molto da dire se non che si è ritrovata al momento giusto, nel posto giusto, con la personalità di una che vuole sfondare e diventare ricca, ricchissima da perdere la testa ed infatti, è andata esattamente così. Suona la chitarra, canta. Sì, ma c’è qualche dubbio su come lo faccia. Non è sicuramente conosciuta per le sue strabilianti doti canore e le sue esibizioni dal vivo sono state spesso criticate negli anni. In questo debutto, tuttavia, la sua voce non è così fastidiosa come risuonerà invece, per mia personalissima opinione, nei dischi successivi che nulla hanno a che vedere con questo, che ad oggi ritengo il suo album migliore (e ciò la dice lunga).

Ricordo perfettamente il mio entusiasmo tramutato poco tempo dopo in totale adorazione e idolatria nei confronti di questa giovanissima ragazza bionda, dai canoni estetici non proprio in linea con le popstar dell’epoca (Britney Spears, Christina Aguilera ecc.), dallo sguardo perentorio e contrariato, in giro su uno skateboard a suonare con i propri amici tutti rigorosamente maschi e che sembrava comunque spassarsela un mondo. Questo era per me tutto molto punk, quando di punk non c’era proprio un tubo. L’ennesimo millennial tratto in inganno da una scena musicale che passava a rotazione su MTV, ma che era quanto di più mainstream potesse esistere e quanto di più lontano dal concetto di punk. Ma devo aver certamente scontato questo mio peccato. 

La regina del pop-punk. Esattamente questa è stata per anni l’incoronazione decretata dalle folle che riempivano le piazze di MTV per vederla affacciata al famoso balconcino, dalla miriade di fan che sgomitavano per un posto in prima fila ai suoi concerti, dalle infinite mila copie vendute e da stampe e ristampe su altre stampe, prime pagine su copertine ben note, insomma: tutto quello che rappresenta l’emblema della popstar di successo. Solo che all’epoca Avril Lavigne era una ragazzina inferocita che ce l’aveva un po’ con tutti e a me stava molto simpatica proprio per questo. La differenza tra me e lei risiede nel fatto che a lei questa rabbia nei confronti del mondo è poi passata perché è diventata una donna milionaria dai capelli biondi e rosa, a me invece non è mai passata. Forse perché non sono milionaria.

Nonostante tutto, non me la sento di buttare completamente a terra un album come “Let Go“. Un album che rientra nel filone pop-punk dei primi anni duemila ma che, rispetto a suoi predecessori del genere o anche a molti suoi contemporanei, qualcosa da dire ce l’ha. Brani come Mobile, Anything But Ordinary, Too Much To Ask, sono più che orecchiabili strutturalmente e suonano bene nel complesso. Non sono banali e non sono neanche le solite canzoncine pop tutte uguali a loro stesse. I singoli usciti da questo album sono Complicated, Sk8er Boi, Losing Grip, I’m With You, tutti accompagnati da videoclip accattivanti, a volte divertenti, a volte più tristi e cupi, a sottolineare la dualità della personalità di una 17enne che da un lato ha voglia di crescere, dall’altro no.

Tra teorie complottistiche secondo cui la cantante è stata sostituita da una perfetta sosia e altri gossip e vicissitudini di cui io non sono a conoscenza perché sinceramente chissenefrega, Avril Lavigne è rimasta poi, nel corso del tempo, come l’eterna ragazzina che non invecchia mai, identica a com’era 20 anni prima. Un’ex-principessa ribelle del pop-punk che si è adattata a quella scia travolgente di fama e successo che mi hanno fatto smettere di seguirla già nel lontano 2007, nonostante ne ignorassi il motivo. Il motivo è che erano giunti nuovi gruppi, nuove pedine commerciali, nuove ondate generazionali e di Avril Lavigne non m’importava più molto, anzi, non m’importava proprio più.

Un senso di nostalgia mi pervade lungo tutta la mente e s’insinua nel mio corpo, mentre riascolto per la millesima volta questo album che non resuscitavo dai tempi delle scuole medie, almeno. Ed è l’unica cosa che mi sento di ricordare. Sì, è stato bello farlo: attraversare di nuovo quel portale fanciullesco pieno zeppo di ricordi privi di ogni logica ma con un senso tutto personale, intimo, profondo. L’ho fatto. E so che a me basta così.

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