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Goldenground

GOLDENGROUND: Terry Palamara

Esiste un mondo sommerso, una selva di persone, passioni e cuori che stanno dietro alla musica e che ogni giorno la nutrono con amore paterno, nascosti dietro le quinte della scena. Goldenground va a scavare negli intricati tunnel dell’underground per portare alla luce le scintillanti pepite d’oro sparse in tutta Italia e per dare voce a chi è solito dare voce alla musica.

Terry Palamara è un’artista di base a Londra, la sua arte è intensa e oscura, i suoi talenti sono molteplici e le sue attività spesso si intrecciano con il mondo della musica. Noi di Impatto abbiamo pensato di fare due parole con lei e questo è quello che ne è uscito.

Ciao Terry grazie della tua disponibilità, per chi non ti conosce ci racconti qualcosa di te? Di dove sei, che formazione hai avuto, come ti sei avvicinata all’arte?

Grazie a voi per l’interesse. Per dirti di dove sono devo fare un brevissimo riassunto della mia vita, in quanto mi sento di avere più di una provenienza. Nata a Messina e cresciuta tra la Calabria e l’Egitto, mi sono trasferita a Londra nel 2012 dopo otto anni a Milano. Ormai sono in pianta stabile in Inghilterra da oltre un decennio, il periodo più lungo in assoluto senza spostarmi. Non ho mai studiato arte, ma ne sono cresciuta circondata, sia dalla pittura che dalla musica, essendo mio padre pittore e musicista. Ho iniziato a fotografare quando avevo 16 anni e la mia pratica artistica ha poi assunto un carattere multisfaccettato ed è in evoluzione ancora oggi, toccando pittura, collage e illustrazione, sia digitale che analogica.

I tuoi dipinti sono intensi, plumbei e hanno sempre una qualche sorta di sfumatura oscura e tenebrosa. C’è un messaggio che vuoi trasmettere con le tue opere? O anche semplicemente a cosa pensi quando dipingi?

Fondamentalmente credo l’arte sia terapia e automedicazione. Non ho un messaggio preciso che vorrei venisse fuori attraverso le mie opere. Il loro significato prende forma durante la loro creazione e, spesso, è più cruciale il processo che porta a un’opera che il risultato finale o l’opera in sé. Utilizzando l’arte come esorcismo dei pensieri lugubri del mio io, la stessa mi permette di liberarmene, seppur temporaneamente. 

Il tuo sito raccoglie molti dei tuoi lavori, dai dipinti alle illustrazioni fino alle foto. Quali sono le tue tecniche preferite? E se parliamo di soggetti, c’è qualcosa che preferisci ritrarre?

Ho passato anni a dipingere e fotografare volti, spinta più dalla sicurezza provata tracciando le linee di un volto che dalla voglia di ritrarlo. Al momento sono dentro un nuovo mondo, caratterizzato da paesaggi astratti ispirati da luoghi legati al mio passato, come il Sinai e l’Etna, o da altri luoghi da me conosciuti soltanto attraverso fotografie, come quelle di Ansel Adams per esempio. Mi ci perdo dentro e spesso compaiono all’interno dei miei quadri.

Fire In Cairo

Il fatto che tu riesca a esprimerti nell’arte visuale con questa varietà di tecniche mi fa pensare che tu abbia un’idea dell’immagine già formata a monte, ancora prima di materializzarla in un’opera. Qual è la caratteristica principale che ti spinge a voler fissare un’immagine su un qualsiasi supporto materiale?

In realtà dipende molto dalla tecnica scelta. Per quanto riguarda le illustrazioni, per esempio, ho un’idea ben precisa, prima di iniziare a lavorarci, di quello che sarà il soggetto e, in quel caso, il risultato finale si allontanerà poco da quanto avevo in mente. I collage e i quadri, invece, possono nascere da una foto o un’immagine che in qualche modo mi ha colpito oppure, il più delle volte, senza un piano predefinito. Si fanno strada partendo da un pensiero e si materializzano quasi come se avessero vita propria. Per i collage, c’è anche il fattore “caso”. Sfoglio riviste e libri fotografici durante l’esecuzione e ciò che coglie la mia attenzione o che penso possa funzionare in quel momento non si può prevedere.

Io sono sempre stato affascinato dal processo creativo degli artisti, ci parli un po’ del tuo? Dicci come nasce una tua opera, da cosa parte tutto, come si svolge il processo, qual è il momento in cui ti rendi conto che l’opera è conclusa?

Come ho già accennato sopra, per i dipinti si parte da una fotografia che scaturisce la voglia di elaborarla o da una sensazione e dalla necessità di doversene liberare, dipingendo. Ho iniziato a dipingere in un momento della mia vita in cui non avevo grandi disponibilità economiche e, sin da allora, sono abituata a farlo su svariati supporti e utilizzando quello che mi trovo intorno in quel preciso istante. Al momento, nel mio studio si trovano forse un centinaio di quadri, alcuni su tela, altri su tavole di legno provenienti da vecchi mobili, o sezioni di porte, e così via. Il processo in sé non dura molto, raramente torno su un quadro in un secondo momento. Mi ci dedico per tre o quattro ore, o meno, a seconda dell’intensità dell’urgenza di ripulirmi e rovesciare ciò che ho dentro. Non sempre mi rendo conto che un’opera è conclusa. Quando questa sorta di raptus inizia a svanire, mi fermo per qualche minuto e osservo attentamente ciò che ho davanti. A volte anche un piccolo tocco di colore in più può dare la sensazione di completezza. Altre, purtroppo, non mi sono fermata in tempo e il quadro è, a mio avviso, da eliminare o ricoprire con una spessa mano di bianco per poi, quando asciutta, ricominciare.

Quali sono gli artisti a cui ti ispiri nella tua arte? Non per forza pittori, anche band o film o qualsiasi cosa ti influenzi.

Sono una persona curiosa e affamata e mi nutro quotidianamente di letteratura, musica, cinema e arte visiva in tutte le sue forme. Credo che questo riesca a mantenere costantemente alto il livello di ispirazione. Ci sono ovviamente degli artisti che considero di riferimento. Banalmente, personaggi come Francis Bacon, Lucian Freud, Van Gogh, Giacometti, Schiele, Georgia O’Keeffe, artisti intensi e dalle vite difficili, sono sempre presenti nei miei pensieri. Musicalmente spazio dal death metal al cantautorato à la Bob Dylan e la colonna sonora in studio cambia a seconda dell’umore. Altri nomi che hanno avuto una forte influenza su di me e sulla mia arte, chi per un motivo chi per un altro, sono J.G. Ballard, William Burroughs, John Fante, Dostoevsky, Sartre, Calvino, T.S. Eliot, Kafka, David Lynch, Tarkovsky, H.R. Giger, Scorsese, Cronenberg, John Waters. Questi sono i primi a venire in mente. Mi fermo qui. Vorrei poter essere più selettiva.

Se fossi obbligata a scegliere tra i tuoi lavori, quale sarebbe l’opera che ti rappresenta di più e perché?

Impossibile scegliere una sola opera. Ci sono dei quadri che rappresentano dei momenti chiave della mia vita e della mia pratica artistica. Non nel senso letterale del termine, ma rappresentano delle tappe fondamentali attraverso le quali sono giunta al presente. La serie Ephiphanies, per esempio, o i quadri Oh For A Muse Of Fire e As the Blinds Are Raised.

Oh For A Muse Of Fire

Hai già fatto mostre personali? Ci racconti come sono andate? Credi che per un artista anche nell’era di internet sia fondamentale esporre e quindi esporsi?

Ho partecipato a svariate mostre di gruppo e ho fatto una mostra personale nel 2016, intitolata One, No One and One Hundred Thousand – dal noto romanzo Uno, nessuno e centomila di Pirandello – incentrata sul concetto del maskenfreiheit, la libertà conferita dalle maschere. Non espongo da fine 2019 (il successivo annus horribilis ha portato alla cancellazione di un paio di eventi), ma sto lavorando ora a delle opere con le quali parteciperò a un’esposizione di gruppo a settembre. Le mostre non sono mai state un successo di vendite per me, ma hanno sempre portato conoscenze poi rivelatisi cruciali e crescita artistica. Sì, credo che per un artista sia fondamentale esporre (non sempre esporsi), sia questo online o attraverso mostre fisiche. La visione dell’artista può mutare da personale a universale attraverso la condivisione delle proprie opere, attraverso la trasmissione di un concetto, anche astratto, che prende forma nell’individuo ricevente e continua così a vivere.

Tra le tue attività troviamo quella di Set Design, ci spieghi di cosa si tratta?

Lavoro come scenografa e art director freelance in film, moda, pubblicità e musica. Ho iniziato sette anni fa quando mi sono resa conto che non sempre si può contare sulla propria arte in quanto a sostegno economico. Inizialmente lo consideravo un fallimento, ma con il tempo ho imparato a conviverci e a trarre delle lezioni da un mondo che è sì creativo, ma opposto alla mia pratica artistica. Si tratta principalmente di gestire e realizzare dei progetti sia dal punto di vista creativo che organizzativo ed economico, ed è stimolante e impegnativo al tempo stesso.

So che sei una grande appassionata di musica, parleremo poi delle tue attività in questo campo, ma ora mi interesserebbe sapere il rapporto che c’è tra la tua arte visuale e la musica. Si intrecciano tra loro? O rimangono separate?

La musica è parte integrante delle mie giornate da che ne ho memoria, ma rimane separata dall’arte visuale. Mi accompagna durante le sessioni in studio e qualche opera è vagamente ispirata a un testo o a una melodia, ma succede di rado e, anche in quei casi, non c’è una congiunzione vera e propria tra le due forme d’espressione.

Sai che noi siamo una webzine musicale, sappiamo che hai prestato alcune delle tue opere per delle copertine di dischi, quali sono state le band con cui hai lavorato? Com’è stata l’esperienza?

Non sono molte le copertine per cui ho prestato le mie opere. Tra le band con cui ho lavorato ci sono Gramma Vedetta, BRRWS, Guide Thy Hand (progetto solista di Sam Loynes di Akercocke, Voices e Anaal Nathrakh), The Graves. Inoltre potete trovare un mio quadro sulla copertina del libro Morire in Erezione di Daniel Monardo. In tutti i casi, ho avuto carta bianca nella realizzazione dell’artwork oppure è stata scelta un’opera già esistente.

Anche tu come chi scrive sei impegnata nel giornalismo musicale, ci racconti di questa tua attività? Da quanto tempo scrivi? Dove possiamo leggerti? Di che tipo di realtà ti occupi?

Scrivo per la webzine Loud and Proud con costanza dall’inizio del 2018 e, da tre anni, per i giornali Classix! e Classix Metal. Inizialmente mi occupavo del metal estremo più underground. Col tempo ho iniziato a trattare anche heavy metal classico e hard rock, con articoli monografici e interviste.

Se io volessi qualcosa di tuo, come posso fare? Prendi commissioni? Come ti si può contattare?

Prendo commissioni (anche se non le vivo benissimo) se il progetto mi interessa. Sul mio sito www.terrypalamara.com troverete un online shop con qualche opera in vendita. Il modo più semplice per contattarmi è via mail (info@terrypalamara.com) o tramite instagram (@terry.palamara)

Quali sono i tuoi progetti attuali e per il futuro?

Al momento sto lavorando a una serie di quadri intitolata Voices, che prevedo di esporre in autunno, e alla copertina di un disco ambient/voodoo, di un progetto ancora inedito. Ho anche in ballo una decina di articoli e interviste, oltre che dei lavori di set design. Il più grande progetto futuro sarà, come sempre, riuscire a portare a termine tutto rispettando ogni scadenza.

Ti lascio uno spazio autogestito per dire quello che vuoi ai lettori di Impatto.

Ringrazio nuovamente voi di Impatto per l’interesse nei confronti della mia arte e chiunque sia giunto fin qui nella lettura di questa intervista.

Burdens

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