Impatto Sonoro
Menu

Interviste

Artigiani del post-punk: intervista ai JOHN, che tornano con il nuovo album “A Life Diagrammatic”

Photo: Paul Grace

In uscita oggi su Pets Care Records, “A Life Diagrammatic” (qui la nostra recensione) è il nuovo album dei JOHN, il duo di Crystal Palace composto da John Newton e Johnny Healey che ritorna sulle scene a due anni dalla pubblicazione del precedente “Nocturnal Manoeuvres“. La loro evoluzione sonora continua a sorprendere e intrigare, soprattutto chi come noi li ha seguiti fin dagli esordi.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare John Newton, voce e batteria, che ci ha offerto il suo sguardo approfondito sul processo creativo dietro “A Life Diagrammatic“, un lavoro in cui l’arte, la musica e l’evocazione di significati profondi si intrecciano in un’esperienza unica.

Ciao John, iniziamo subito, ci siamo lasciati due anni fa con la pubblicazione del vostro terzo lavoro “Nocturnal Manoeuvres”. Come sono andati questi due anni e qual è stata la genesi di “A Life Diagramatic”?

Sono stati due anni piuttosto movimentati, io mi sono trasferito sulla costa, mi sembra proprio appena dopo essere usciti con “Nocturnal Manoeuvres” e questo cambiamento è in qualche modo entrato nel nuovo lavoro poiché nuove location portano nuove influenze. Ovviamente è stata dura dopo l’uscita del terzo album non poter andare in tour in Europa e in particolare in Italia come avremmo voluto, abbiamo dovuto fare i conti con quello che potevamo controllare e vivere il momento.

Cosa avete fatto dunque?

Una cosa che possiamo controllare è scrivere musica, perciò ci siamo messi a scrivere un discreto numero di pezzi che abbiamo poi registrato, stavolta come demo, con un produttore che ha lavorato alle live session dell’ultimo album e quando abbiamo proposto le demo all’etichetta discografica la loro risposta è stata che i pezzi funzionavano benissimo già così per cui siamo andati avanti in questo modo: registrando demo aggiungendo più elementi. Questo ci ha entusiasmati parecchio perché il risultato è stato avere un prodotto fresco e immediato.

Mi sembra che ogni vostro album abbia quel senso di freschezza, non c’è mai qualcosa di ripetitivo nel vostro andare avanti dritti con il vostro stile. Questo credo sia perchè siete entrambi artigiani: tu hai un progetto artistico di scultura e design e Johnny è un restauratore di mobili antichi perciò questa freschezza deriva dall’avere sempre qualcosa di nuovo da raccontare che arriva dalla vita vissuta.

Sì, e poi non ci piace rimanere statici tecnicamente, sempre con le stesse attrezzature ma ci piace metterci sempre in gioco in modo diverso, credo sia una cosa importante quando una band è in attività da 10 anni. E mi fa piacere che le persone notino la nostra evoluzione. D’altronde non siamo entrati nell’industria musicale come una grande band con infinite possibilità, la promozione del secondo album per esempio, è stata fatta interamente da noi, ci siamo dovuti dare da fare parecchio in tutto quello che riguarda la band e l’elemento artigianale che senti deriva sicuramente anche da quello.

Riguardo ai testi: so che i tuoi testi hanno sempre avuto influenze letterarie

Ho seguito i miei gusti, cerco di renderli contemporanei, senza che siano delle dichiarazioni dirette perché oggi c’è uno Zeitgeist che tende alla stesura di testi in modo diretto, può essere giudicato come un modo di capitalizzare il messaggio, di renderlo vendibile. Questo non è il mio approccio non mi piace quando le dichiarazioni sono troppo dirette, in più il fatto di essermi trasferito a Brighton mi avvicina alle realtà post industriali che mi affascinano e l’immaginario che ne deriva è molto presente nelle canzoni.

Photo: Paul Grace

Avete avuto molti ospiti nell’ultimo album. Con chi avete collaborato in “A Life Diagramatic”?

Probabilmente la persona più conosciuta che abbiamo come ospite in questo disco è l’attore Simon Pegg, è già qualche anno che Simon è un grande fan della nostra band, per cui ho scritto un monologo da inserire nel disco, l’ho scritto esattamente per lui. Il pezzo è Media Res e mi è piaciuto dirottarlo verso una recitazione che, poiché Simon ha una voce molto riconoscibile, doveva in qualche modo essere diversa, irriconoscibile, la sua voce doveva negare se stessa e nel testo lui parla in qualche modo di non essere reale, quindi la manipolazione della voce dava più senso all’idea, poi, essendo io molto interessato al manifesto di Bertold Brecht, questo mi ha spinto verso elementi estranei e ci ha aiutato ad allontanarci dagli schemi tradizionali della musica rock. Il secondo ospite è la mia partner Leona, cantante delle Genn, che ha fatto i cori in Service Stationed, mentre eravamo in studio ci siamo resi conto che ad un certo punto ci sarebbe stata bene una voce femminile e Leona era perfetta per ricoprire quella parte. Il terzo ospite è Barry Adamson, uno dei fondatori dei Bad Seeds che ha lavorato con David Lynch e, dato che aveva amato molto “Nocturnal Manoeuvres”, ci siamo sentiti e abbiamo deciso di provare a lavorare insieme nel pezzo Ridley Scott Walker. Barry ha dato un impronta molto cinematica al pezzo, penso che funzioni meravigliosamente e il fatto che Barry e Simon siano persone che lavorano nel cinema ha contribuito all’atmosfera cinematografica che volevamo dare all’album.

Parlami del lato visuale delle vostre opere: dal primo album ad oggi, le vostre copertine sono sempre fotografie singole molto particolari.

Per via del mio passato in arti visive l’immagini mi aiutano a dare una continuità e tendo a concepire l’artwork in concomitanza con la musica perché credo che le immagini mi aiutino a costruire il mondo in cui le canzoni vivono. Per esempio nella copertina di A Life Diagramatic ho fotografato un vecchio boiler gettato in strada, mi piace avere immagini singole che sono forti abbastanza per esistere da sole e quindi finire a riempire tutta la copertina.

È una fotografia d’arte contemporanea, un oggetto che normalmente non desterebbe interesse lo hai reso potente, gli hai dato un senso.

È collegato con quello che dicevo anche prima, con l’approccio più sperimentale e poetico dello scrivere testi, perché dico sempre che se riesci a far guardare il tuo operato ad uno spettatore due volte, cioè se riesci nell’intento di far dare un’altra occhiata o di essere ascoltato una seconda volta, è molto più efficace di dire semplicemente ‘I governanti ci stanno mentendo’. Tornando a Brecht, crea un ascoltatore o uno spettatore attivo invece di creare qualcuno che viene semplicemente intrattenuto. Credo sia incredibilmente importante oggi perché siamo saturi di informazioni dirette, e credo, mi sento male a dirlo ma trovo molti artisti poco responsabili in questo. La gente magari leggerà questa intervista e penserà che sono spocchioso ma sono convinto che ci voglia profondità, non sono d’accordo con forme d’arte che non agiscono a quel livello perché ne abbiamo veramente troppa di quella roba e tutto questo purtroppo contribuisce a creare una cultura omogenea, questa mono-cultura che è davvero un problema e non permette alle persone di pensare con la propria testa.

Grazie John, ricordiamo che “A Life Diagramatic” esce giusto oggi e speriamo di vedervi presto in Italia!

John: Grazie a voi, sarebbe molto bello, ciao!

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati