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Afflecks Palace – The Only Light in this Tunnel is The Oncoming Train

2023 - Spirit Of Spike Island Records
indie / alternative rock

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Tracklist

1. Dancing is not a Crime
2. Holidays
3. Wide Eyes on the Night Bus
4. WAKE UP!
5. Patchwork Quilted Veins
6. Big Fish, Small Pond
7. Ghosts on the Underground
8. I’m so Glad You’re on Ecstasy
9. Hey Stranger
10. Find Your Place


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Oggi vi parliamo di musica indie, ma nel senso originario del termine. Poi capiremo perché. Prima, però, facciamo un passo indietro e partiamo dal contesto, come fanno gli scrittori, quelli bravi, ma senza alcuna velleità di pareggiarne la maestria, dal momento che noi, qui, non inventiamo storie, ma, semmai, cerchiamo umilmente di raccontarne qualcuna, mentre parliamo della musica che ci piace (qualche volta anche di quella che non ci piace, ma – spoiler -non è questo il caso).

La scena è di quelle importanti, che creano aspettative ingombranti. Stiamo parlando di Manchester. La città che dalla metà degli anni ‘70 si è fatta avanti prepotentemente, a colpi di punk, postpunk, acid house, psych rock, synth pop, come fucina alternativa alla Liverpool del Mersey Sound e del fenomeno Beatles, in quell’inarrestabile fermento musicale made in UK, che sin dagli anni ´60 ha iniziato a diffondersi nel mondo, dettando tendenze. Parliamo, quindi, della città dei Joy Division (poi New Order, senza Ian Curtis), dei Buzzcocks, di Morrissey e Johnny Marr (The Smiths), di Billy Duffy (The Cult), parliamo di Madchester e degli Stone Roses, degli Happy Mondays, degli Inspiral Carpets, di Tony Wilson, del suo Fac51 (alias The Hacienda), che ha fatto la storia, e della sua Factory Records, e, poi, impossibile non farne menzione, del britpop e dei fratelli Gallagher. Una città nella quale fare musica è, da un lato, semplice, quasi obbligatorio, oseremmo dire, perché offre le opportunità e il contesto, dall’altro, invece, molto complesso, per i mostri sacri di cui bisogna portare il peso del raffronto.

Ed è proprio a Manchester che James Owen Fender, “the man with the bucket hat”, ha dato avvio al progetto Afflecks Palace (nome che fa riferimento, evidentemente, all’edificio in cui è situato il mercato coperto di Manchester), prima, e a quello della Spirit of Spike Island, poi, casa di produzione indipendente messa su da Fender & co., che, ad oggi, produce, oltre naturalmente agli Afflecks Palace, i Vega Rally, Ava Carlyle, Pastel band (scelti anche da Liam Gallagher come band supporter). Un approccio, quindi, che sin dagli esordi non si è mai discostato dalla filosofia “DIY”, fino ad arrivare alla creazione di un’etichetta indipendente che ha poi coinvolto anche altri artisti emergenti (e, quindi: più indie di così?).

La band, da quanto si apprende seguendo le informazioni con cui vengono accompagnati in sede di promozione dei loro eventi live, sembrerebbe sia nata quasi per caso, a seguito di una jam session tra amici, nel 2019, dalla quale pare abbia preso forma quello che poi sarebbe diventato il loro primo singolo Forever Young.  Da allora, hanno pubblicato svariati altri singoli, fino al primo album completo, “What Do You Mean Its not Raining”, del 2021, con il quale si erano subito presentati molto bene, proponendo sonorità vintage vagamente Smithsiane. Del resto, la band di Fender non ha mai nemmeno tentato di sviare il pubblico su quali fossero i loro riferimenti musicali, se pensiamo al nome che hanno dato alla loro etichetta, che è un chiaro riferimento all’iconico concerto degli Stone Roses, simbolo della corrente Madchester, tenutosi a Spike Island nel 1990. Sin da subito, però, gli Afflecks Palace hanno lasciato intendere di essere in grado di riproporre quelle sonorità in una chiave diversa, più moderna, creandosi un’identità ben distinta dalle band di cui gli si vorrebbe nostalgicamente affibbiare l’eredità.

Il nuovo album, uscito ad Aprile, “”The Only Light in this Tunnel Is the Oncoming Train, anticipato dal riuscitissimo singolo Dancing Is Not a Crime (che non è un cover dell’omonimo brano dei Panic! At The Disco), poi scelto come brano di apertura del disco, conferma in toto le premesse del primo lavoro, regalandoci un bel po’ di tracce da inserire in playlist e alzando ulteriormente l’asticella delle aspettative relativamente al loro futuro percorso musicale.

Le sonorità Madchester ci sono tutte, con riff, arpeggi ritmici e suoni di chitarra che riportano molto a The Smiths, Inspiral Carpets, groove vagamente Happy Mondays. Il tratto distintivo degli Afflecks Palace, però, ancora più marcato ed evidente in questo secondo album, ciò che, cioè, li rende realmente “Nu-Madchester”, differenziandoli rispetto al passato cui chiaramente si ispirano, è una sorta di leggerezza apparente con cui trattano tematiche tutt’altro che semplici o leggere. La malinconia, tratto onnipresente, in forma diversa, più o meno in tutti i protagonisti dell’era Madchester, loro ce la ripropongono costantemente e, forse, scientificamente edulcorata, disincantata, anche, forse, un po’ rassegnata. Come dire che la rabbia e la tristezza ci sono, ma non si vedono. Si canta poesia, trattando tematiche introspettive, profonde, spesso complesse e difficoltose, ma il tutto viene tenuto sempre in sottofondo grazie agli arrangiamenti, che risultano svelti, movimentati, ritmati, apparentemente allegri, su cui vengono poi sviluppate le melodie armoniose del cantato di Fender, e il risultato è incredibilmente più lieve, scorrevole, accattivante (“catchy”, direbbero a Manchester), tanto che, un ascoltatore poco attento, potrebbe addirittura non accorgersi che in realtà, nel frattempo, si sta parlando di vuoti, di ossa rotte, di occhi liquidi, di serotonina e della sensazione di sentirsi “morti dentro”. Si diluisce un po’ quindi quella seriosità solenne e melodrammatica alla Morrissay, per viaggiare invece su ritmiche decisamente più groovy, mentre le chitarre, pur suonando alla stessa maniera, con effetti, riff e arpeggi che si rifanno molto a quelle influenze, inserite in un contesto sonoro più dinamico, risultano meno cupe, e riportano alla mente addirittura alcune atmosfere di guitar rock alternativo d’oltre oceano 80s e 90s (alla R.E.M. per intenderci). Il mix che ne risulta, rende tutto estremamente romantico.

Volendo scendere un po’ più nel dettaglio, possiamo dire che l’album parte davvero forte, con cinque brani su sei che sin dal primo ascolto attirano l’attenzione e fanno saltare sulla sedia. La sola Wide Eyes on the Night Bus risulta un pochino più indietro, rispetto alla tonicità di tutta questa prima parte del disco, ma tutte le altre tracce, a partire dal singolo di apertura, fino alla splendida Big Fish, Small Pond, altro singolo estratto dall’album, che, incidentalmente, poi, sarà forse per il timbro di voce di Fender, ci fa anche venire in mente qualcosa dei Police, hanno il piglio delle hit di nicchia (lo so, può sembrare un ossimoro, ma non lo è del tutto).

 Le tre tracce successive non hanno lo stesso tiro del resto dell’album, bisogna ammettere, ma scivolano comunque in modo gradevole, senza mai annoiare, accompagnandoci, poi, verso quello che forse è il brano più groovy dell’intero disco, Find Your Place, che come traccia finale è davvero un “dulcis in fundo”, caratterizzata com’è da una irresistibile ritmica di batteria/basso/chitarra, che ti afferra per il colletto sin dalla prima battuta e non ti molla più fino alla fine. 

Tirando le somme, sebbene non abbiano (ancora) risonanza internazionale, le premesse, dopo questi due primi album, sono ottime e lasciano ben sperare per il futuro e per la musica che verrà, degli Afflecks Palace. Se J. Fender riuscirà a districarsi bene, senza perdersi, nel doppio ruolo di manager/produttore e musicista/frontman, diciamo che ci si può attendere ancora qualcosa di molto interessante, per il prossimo futuro. 

In conclusione, diciamo che probabilmente (purtroppo) non ci sarà mai una vera corrente “Nu-Madchester”, che destabilizzerà il mondo musicale mondiale, anche perché, nel frattempo, il panorama musicale, il pubblico, le modalità di fruizione della musica, sono mostruosamente cambiati da allora. Però, diciamo anche che, volendo ipotizzare, con un immaginifico e romantico volo pindarico, uno scenario diverso, per quanto improbabile possa sembrare ad oggi, semmai dovesse succedere che qualcosa di nuovo si dovesse risvegliare, e che, invece, una nuova corrente musicale in stile Madchester dovesse suscitare l’interesse e riaccendere gli animi di un pubblico di portata più ampia, e a un livello più internazionale, a prescindere dalle etichette e dalle definizioni che poi gli si vorrà dare, ecco, in tal caso, forse, gli Afflecks Palace, se riusciranno a confermarsi qualitativamente anche nei prossimi lavori, hanno ottime possibilità di rientrare a pieno titolo nel novero delle band che avranno avuto il merito di riaccendere la miccia di questa ennesima (eventuale) “British Invasion” made in Manchester.

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