In attesa del nuovo album “MacKaye”, in uscita il 24 novembre per Dischi Sotterranei, la storica band veneta Non voglio che Clara è tornata con il singolo Lucio. Il brano accompagna come colonna sonora il cortometraggio “Il compleanno di Enrico” di Francesco Sossai, selezionato al Festival di Cannes 2023 nella categoria Quinzaine des cinéastes e vincitore dell’European Film Award al Festival Internazionale Curtas Vila do Conde e ne condivide le suggestioni.
Entrambi, infatti, trovano la propria ambientazione nel passato. Immersa nelle esperienze personali del gruppo, Lucio racconta un’adolescenza provinciale che tenta di sfuggire al buio della maturità con Battisti in sottofondo.
Fabio De Min, voce della band bellunese, ci spiega meglio la sua genesi:
Lucio è “Un inno alla spensieratezza di un’età andata”; in che modo il riferimento ad “Emozioni” di Battisti si lega a questo tema?
Durante la mia tarda adolescenza, fra la nostra compagnia di amici girava questo aneddoto: un nostro conoscente era stato beccato una notte dai carabinieri mentre si faceva una canna nell’auto ferma a bordo strada. Lo avevano portato al comando e alla domanda “Cosa stava facendo in auto?” aveva risposto “Stavo ascoltando Lucio Battisti…” e poi, rivolgendosi al carabiniere che stava stendendo il verbale aveva aggiunto “…e sottolinei Lucio Battisti!”. La nostra adolescenza in un piccolo paese di montagna era cadenzata da racconti di questo tipo. Alcuni di noi avevano davvero imparato a guidare a fari spenti nella notte, per sfuggire ai posti di blocco. L’alcool sfornava continuamente nuovi bravados di cui tramandare le gesta.
“Ho lasciato i segni sull’asfalto, ma tengo appeso al collo un crocifisso”: nei primi versi evidenziate un legame tra fede e gioventù?
Sottolineo non tanto il legame, quanto una presenza che aleggia intorno. Era impossibile non pensarci, abitavo vicino alla chiesa e tutte le mattine venivo svegliato dalle campane che intonavano “È l’ora che pia”, se subito dopo suonavano a morto significava che durante la notte qualcuno del paese ci aveva lasciati. Lucio racconta il proprio il momento in cui da adolescente fai i conti per la prima volta con la perdita: qui le strade, di notte, si son portate via un sacco di gente.
Quanto è importante “non farsi fottere del buio” per fare musica? Dal vostro di vista, si può fare musica abbracciando completamente l’età adulta o bisogna necessariamente trattenere qualche elemento della giovinezza?
La musica adulta è una cura palliativa.
Questo pezzo fa parte della colonna sonora del cortometraggio “Il compleanno di Enrico”, un lavoro incentrato sul tema dei ricordi e della memoria; il film in che misura ha influenzato la scrittura del brano? Com’è nata la collaborazione con Sossai?
Quando Francesco ci ha contattati io stavo lavorando a un nuovo brano che poi sarebbe diventato Lucio. E dopo aver scoperto il soggetto del film ho pensato di proporre proprio questo brano a Francesco. Quindi è un brano che appartiene contemporaneamente al disco e al film, che ha le medesime suggestioni, pur raccontando due storie diverse. Il fatto è che io e Francesco siamo cresciuti nello stesso posto ed entrambi capivamo cosa stessimo raccontandoci l’un l’altro.
Siete attivi dal 2004; questa nostalgia che attraversa Lucio la percepite anche dal punto di vista musicale? Sentite la mancanza di una scena che ha accompagnato il vostro esordio o di una nuova scena musicale giovanile contemporanea, creata e composta da giovani?
Ma Lucio non vuole affatto essere una canzone nostalgica: è un racconto del terrore come lo sono tutti i racconti dell’adolescenza. Il vivere in provincia poi ha sicuramente influito sul nostro percorso musicale, soprattutto agli inizi, quando appartenere a una scena musicale significava innanzitutto condividere spazi e luoghi e dunque vivere in un posto in cui non c’erano né club né festival costringeva a costruirsi delle occasioni per suonare. La scena dei nostri esordi erano le band hardcore con le quali condividevamo la sala prove e mettevamo assieme pezzi di impianto per allestire concerti nei luoghi più improbabili. Ecco, per “MacKaye” abbiamo rispolverato un po’ di quest’etica DIY e ci siamo tolti il capriccio di fare tutto da soli. Mi piace pensare a “MacKaye” come al nostro disco hardcore: diretto, conciso e resiliente.
Dal punto di vista sonoro Lucio mantiene molte caratteristiche dei vostri lavori precedenti, ma si apre un po’ di più al funk; come mai avete scelto proprio questo genere per questo brano? Nel prossimo album troveremo le stesse sonorità?
Non direi che si tratti di una scelta. Funziona così: io preparo dei demo dei brani da sottoporre alla band e poi mandiamo tutto a puttane. I brani rincorrono nuove suggestioni e alla fine niente è più come l’avevamo pensato in origine.
“MacKaye” è legato in qualche modo al vostro disco precedente, “Superspleen”? Dobbiamo comunque aspettarci il secondo volume di questo lavoro?
Dopo aver pubblicato “Superspleen”, ci siamo ritrovati con molto materiale già abbozzato in studio e ci piaceva l’idea di raggruppare queste nuove canzoni sotto la stessa egida, un volume uno per il giorno e un volume due per la notte, come le pastiglie per il raffreddore. Poi però, mano a mano che il disco ha preso forma, ci siamo accorti che aveva un’anima propria, pian piano alcune canzoni hanno preso il posto di altre e soprattutto abbiamo capito che quella che stavamo raccontando era una storia diversa. “MacKaye” è un NVCC volume 6, mettiamola così.