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Massimo Pupillo – Our Forgotten Ancestors

2023 - Glacial Movements
ambient / sperimentale

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Tracklist

1. Beaivi
2. Seite
3. Ulda
4. Joik
5. Noaidi
6. Horagalles
7. Akhàt
8. M-ano
9. Sami
10. Sàiva
11. Màttaràhkkà


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Il 20 ottobre è uscito per la label di Alessandro Tedeschi, la Glacial Movements, il bellissimo album di Massimo Pupillo “Our Forgotten Ancestors”.

Pupillo prende spunto, anzi ricerca nella popolazione Sàmi una ricostruzione dell’identità collettiva e soprattutto di un popolo la cui sopravvivenza si è adattata alla modernità, pur conservando con enorme fatica ciò che li contraddistingue o, per meglio dire, diversifica.

Ho approcciato in mille modi a questo album, ognuno dei quali mi ha plasmato in maniera diversa. Inizialmente ho ascoltato “Our Forgotten Ancestors” nelle spesso nebbiose mattine dell’alta Padana osservando i volti di chi condivideva con me la tratta. Volti assenti, di terre lontane, straniere, volti che celavano geografie sconosciute nelle loro geometrie assonnate. Ma questo approccio lo ritenevo incompleto, vago. Ho poi ascoltato “Our Forgotten Ancestors” a casa mia, nella mia terra d’origine. Una terra aspra e selvatica in alcuni punti, le cui montagne parlano, mi parlano. Ecco, qui ho sentito davvero la forza della narrazione di Pupillo. Gli antenati non credo siano necessariamente persone ma elementi naturali grazie ai quali è possibile ancora stupirmi della bellezza del mondo. Il silenzio, i tempi dilatati che disegnano gli spazi nei quali perdersi e ritrovarsi sono la conditio sine qua non per la meraviglia.

Ad aprire l’album è Beaivi (dea del sole e della fertilità) che delinea un soundscape nei quali i silenzi creano una pausa, senza però interrompere il flusso armonico di droni e flauti in equilibrio. Nulla sovrasta e nulla viene sovrastato. Tutto nasce e tutto è destinato a tramontare, per poi risorgere, incessantemente. Seite, che nella cultura Sàmi è una particolare roccia o una forma di terra che contrassegna un luogo sacro usato poi per i sacrifici, è un brano che invita all’ascolto dell’ambiente. è un dialogo tra xilofono e sintetizzatore in cui le vibrazioni delicate creano un centro attorno al quale si muove il sintetizzatore. Ogni singola battuta prodotta dagli strumenti è un singolo concetto sonoro specifico, in perfetta armonia e relazione. C’è solitudine, sacralità bellezza, c’è qualcosa più grande di me, di noi nel quale tutto è in relazione con il vuoto e con il pieno.

Gli uldas sono creature ctoni o invisibili che vivono insieme ai Sàmi che vagano sulla terra o vanno in aiuto allo sciamano del villaggio in caso di bisogno. Possono essere fanciulle seducenti, spiriti guida o trasformarsi in presenze ostili nel caso in cui subissero maltrattamenti. Ecco, in Ulda si entra in contatto con presenze invisibili che coesistono con il mondo tangibile. Il cantato delicato e cristallino che compare e scompare all’inizio del brano apre poi ad una melodia complessa e densa, nella quale drone e synth continuano a parlare con la voce femminile a volte con delicatezza, altre con angoscia. Lo joik è un canto improvvisato e spesso ispirato al luogo in cui l’essere umano si trova in quel dato momento. È una sorta di genius loci che si impossessa della voce umana per manifestarsi, per farsi materia tangibile, o è l’uomo che sente di dover prestare la sua vocalità al luogo. In Joik il synth si trasforma in voce, si fa voce fino a somigliare ad un canto potente, viscerale, liberatorio.

Horagalles è lo spartiacque dell’album. Ora “Our Forgotten Ancestors” si gonfia, prende vita la sua epicità. Il brano, che in Sàmi è il dio del tuono, è breve, concentrato, spigoloso; si apre con dei glitch che anticipano poi drone e synth cupi. Akhàt e Mano (M-Ano) sono quasi un blocco unico dedicato alla Madre Terra e alla dea della luna. I suoni in Akhàt passano dall’essere flebili circolanti a loop tracciati da archi che poi cedono il passo a un intrigante rintocco di campana. Il pezzo prende così altre forme, nuove. M-Ano è una sinfonia, nonostante la sua brevità. A metà brano, un sibilo di statica artificiale si insinua, rosicchia, ne cambia l’andamento. Qualcosa sta cambiando, si sta impossessando di quanto visto, descritto, udito sino ad ora. Tutto è un chiaro riferimento al disastro che l’uomo, piccolo e feroce, compie ai danni della terra che lo ospita, che ci ospita.

Altra coppia di tracce sono Sami e Sàiva. La prima è un concentrato cupo e denso che si apre sempre di più. Tutta l’asfissia lascia spazio alla speranza, a un suono algido e rarefatto, tracciando un soundscape quasi glaciale. Sàiva fa riferimento a un lago con un doppio fondo che, nella cultura Sàmi, è un lago il cui primo fondo è un mondo sospeso, sommerso; mentre il secondo fondo è il regno dei morti. In linea con il concetto espresso nel brano, la narrazione è tetra, soffocante, lenta. Nella seconda metà, anche in quest’occasione, cambia passo. I bassi, chiamiamoli aggressivi, si trasformano in toni liquidi, acquatici. A questo punto c’è una morbidezza, una fluidità che accompagna delicatamente verso la fine della traccia che si trasforma ancora, facendosi cinguettio che dissolve le paure al mattino. Sàiva è una creature multiforme, come l’acqua che governa gli esseri viventi.

Màttaràhkkà chiude “Our Forgotten Ancestors”. Màttaràhkkà è una delle dee fondatrici per la riproduzione e per il rinnovamento. Un cerchio che, chiudendosi, ne apre un altro. Una voce umana si distingue, per la prima volta in tutto l’album, nettamente. Il brano è solenne, meditativo, come del resto tutto il disco. Ogni titolo, una storia. Ogni pezzo è a sé. Tutto in relazione con il tutto ma mantenendosi in perfetto equilibrio anche da solo. “Our Forgottend Ancestors” parla di un tempo quando il tempo conosceva un tipo di scansione naturale, parla di ciò che siamo stati (tutti) prima di dimenticarcene, prima di dare per scontato il suolo sul quale camminiamo. Massimo Pupillo ci riporta a ciò che eravamo e che forse, sarebbe opportuno riscoprire.

“Our Forgotten Ancestors” è un lavoro nel quale ogni suono, ogni minima scelta, è fatta con cura (e si vede), in cui il suono è perfettamente aderente alla ricerca, mai banale. Avevamo bisogno di volgere chi siamo al passato, tesi all’ascolto di un canto primordiale.

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