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C’mon Tigre – Habitat

2023 - Intersuoni
afrojazz

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Tracklist

1. Goodbye Reality
2. The Botanist (feat. Seun Kuti)
3. Teen Age Kingdom (feat. Xenia Franc?a)
4. Sixty Four Seasons
5. Nomad at Home
6. Odiame
7. Sento un morso dolce (feat. Giovanni Truppi)
8. Na danc?a das flores
9. Keep Watching Me (feat. Arto Lindsay)


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Torno a casa stanco da una giornata parecchio faticosa, una di quelle al termine delle quali anche trascinarsi dietro la propria ombra sembra un’impresa sovrumana. L’improvviso pensiero di dovermi occupare della recensione di “Habitat”, ultima uscita degli italo-francesi C’mon Tigre, mi assale all’improvviso, aumentando il mio sconforto per la rinuncia ad una serata di relax che sarebbe stata assai meritata.

Faccio quindi partire il disco, e bang: mi ritrovo catapultato all’improvviso in un mondo surreale, nel quale alle teiere spuntano le gambe e corrono via, mentre osservo pesci volare nel cielo e uccelli nuotare tra le verdi acque del mare (“A teapot sprouts legs and runs away / Birds swimming in the sea / I see weird fish flying through the sky”). Goodbye Reality è un’apertura dirompente, un countdown per il quale non c’è stato modo di prepararsi. Senza nemmeno rendermene conto, mi trovo ad ascendere lentamente verso il cielo, trasportato da chissà quali forze cosmiche, in un crescendo che mi libera dalle costrizioni di questo tempo che mi ritrovo a vivere. È una liberazione potente e sconfinata, che riecheggia Truth di Kamasi Washington.

Da qui, il viaggio si dipana in tutta la sua estensione, un uroboro di connessioni e consapevolezze impossibilitate ad esistere se non reciprocamente. The Botanist, con Seun Kuti, e Teen Age Kingdom, con Xenia Franca, sono due facce della stessa medaglia: due brani specularmente incentrati sulla ricerca di sé, sulla comprensione di chi si è veramente. Il primo, con i suoi ritmi leggeri, è una bellissima autocelebrazione di quei giardini mozzafiato che possono essere le nostre menti, ed un invito a prendersene cura come farebbe un amorevole botanico; l’elettronica sinuosa del secondo è accompagnamento dell’odissea che ogni adolescente vive nel definire chi è veramente, tra l’appartenenza al gruppo e i complessi d’onnipotenza tipici di quel periodo.

Anche la successiva 64 Seasons – forse il brano più classicamente c’montigriano del disco, lontano dalle influenze sudamericane che permeano il resto dei brani –, non fa altro che suggerire la ciclicità di tutto ciò che ci accade, un eterno ritorno di difficoltà e di stringere i denti nel tentativo di superarle, avendo nella mente unicamente l’idea di agire al meglio delle nostre possibilità. E parlando di difficoltà, poche possono essere più stranianti di quella descritta dalla malinconia di Nomad At Home: sentirsi estranei a casa propria – sia in un senso figurato, dissociati dalla propria stessa vita, sia in un senso ben più concreto, una mortificante condizione alla quale condanniamo giorno dopo giorno migliaia di persone colpevoli soltanto di cercare il calore di una nuova terra in cui vivere. Sento un morso dolce, scritta con la collaborazione di Giovanni Truppi, è il concitato racconto psicanalitico di sogni confusi e surreali, nei quali spesso fa capolino una tigre che diventa di volta in volta predatrice e preda. Difficile non identificare in essa il gruppo stesso e la sua natura costantemente mutevole della loro musica, sospesa tra il rincorrere e il fuggire, in un eterno gioco circolare.

La conclusione di Keep Watching, mirabile fusione delle chitarre afro del collettivo con lo sperimentalismo di Arto Lindsay dalla quale sgorga un’eterea invettiva contro il costante ed osceno monitoraggio a cui siamo sottoposti quotidianamente, segna il brusco ritorno alla realtà.

Tutto sembra essere esattamente come l’avevo lasciato, nulla fuori posto. Eppure dentro di me so che non è così. Questa musica che fonde tempi e luoghi, continenti ed epoche, riesce a spezzare le catene del particolare in cui siamo rinchiusi. Sbiadisco un poco sullo sfondo dell’universo, e mi va benissimo così.

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