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Un viaggio nella spirale infernale del doom metal: “Dopethrone” degli Electric Wizard

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Un viaggio parte spesso dall’idea di fare un’esperienza nuova, diversa dalla precedente, che lasci un segno possibilmente positivo e incisivo e che ci faccia tornare sui nostri passi arricchiti, stimolati, pieni di idee e rigonfi di speranze. Passi giorni e giorni a prepararti alla meta studiando il percorso, tappa per tappa, localizzando dove dormire, mangiare, bere, osservare, e così a ripetizione. Arriva il momento e non è come te l’aspetti, i piani sono stati stravolti. Hai due opzioni: tornare alla linea di partenza e cambiare il tragitto deviando verso sentieri più sicuri, meno tortuosi e più illuminati, oppure brancolare nella più cieca oscurità sapendo che, più in là, c’è qualcosa di decisamente ingombrante pronto a risucchiare gli intrepidi passanti in una dimensione confusa e surreale.

Che cosa trasmette, a voi, un album sulla cui copertina è raffigurato quello che sembra essere Satana umanizzato, con orecchie a punta e barbone da stregone, intento a fumare da un bong mentre inquietanti creature incappucciate lo osservano sotto un cielo che appare quasi assente? Io credo di aver sognato più volte nei miei incubi questa figura, che in realtà forse si sta semplicemente godendo il momento ignaro di quello che c’è dietro, o forse consapevole ma non gli importa, perché il contenuto del disco ha un potere esageratamente più forte di quelle creature. Più forte di qualunque nera creatura gli si ponga di fronte.

È l’inizio del nuovo millennio e gli Electric Wizard, band britannica composta da Jus Oborn (voce e chitarra), Tim Bagshaw (basso) e Mark Greening (batteria), dopo l’esordio sabbathiano del 1995 “Electric Wizard” e il successivo peso massimo “Come My Fanatics...” del 1997, tornano sulle scene mondiali del metal ricoperti di fiamme ancora vive e ardenti, direttamente dal Regno degli Inferi. Fiamme che non tenderanno a spegnersi nemmeno negli anni a venire, ancor di più quando al trio andrà ad aggiungersi Liz Buckingham alle chitarre, con il suo seducente tocco stregato. Ma nel 2000 sono solo 3, per l’appunto, i membri della band, eppure sembra che in “Dopethrone” suonino almeno in 6. La musica è un potente macigno e se non si prendono le dovute precauzioni, c’è il rischio di rimanere schiacciati e affranti. Un doom elevato al quadrato, a cui fanno eco profondi approcci stoner – d’altronde ce lo fa notare anche la copertina “fumante” dell’album – e derive psichedeliche volte a stordire mente e corpo del bersaglio umano, senza bisogno di assumere altre sostanze all’infuori del disco in questione. Non è solo doom. Non è solo stoner. Non è solo sludge. Non è solo metal. È l’insieme di questi generi (e tanto altro) forgiati nel fuoco dei piani più inferiori che si possano immaginare, un concentrato di disperazione, rabbia e nichilismo.

L’incisiva Vinum Sabbathi, che è anche uno dei pochissimi brani dalla durata “normale”, apre le stregate e inebrianti danze, e ci lascia pregustare un menù abbondantemente impegnativo, per qualità e quantità. Il così detto “vinum sabbathi” è una forma proibita di stregoneria, e i nostri neri praticanti non possono che invitarci ad abbracciare l’oscurità e soccombere al suo potere. È con la successiva Funeralopolis, però, che si entra davvero in un’altra dimensione ben distante dalla realtà. Quasi 9 minuti di deliri stoner/doom, aspri ed ammalianti. Tutto inizia con un riff, colonna portante di tutto il pezzo, e con dei respiri affannosi di Oborn che ci spalanca le gelide porte dell’inferno. “Funeral planet, dead back asteroid. Mausoleum, this world is a tomb. Human zombies, staring blank faces. No reason to live, dead in the womb”. Così la voce tormentata ed infestata di Oborn ci mette davanti ad un quadro (dis)umano decisamente cupo e desolante. Si parte a pieno ritmo doom, per poi stravolgere il racconto fino a farlo diventare frenetico e sfiancante, non lasciando spazio alla benché minima speranza: “this world is so fucked, let’s end it tonight. Fuck”.

Fin qui si è già abbastanza storditi, ma il bello deve ancora arrivare e laddove si crede di poter recuperare un po’ di respiro con qualcosa di più leggero, ecco che ci pensa il quarto d’ora più lungo e asfissiante della storia Weird Tales/Electric Frost/Golgotha/Altar of Melektaus, una sconvolgente suite composta da più momenti, che si conclude con un lunghissimo eco psichedelico e drone, come a voler tenere sulle spine e far rilassare allo stesso tempo. Da questa dissolvenza giunge una voce fuori campo che sembra quasi ripresentare la band- “The Wizard”- e si prosegue con Barbarian prima e con I, The Witchfinder poi, un brano devastante che inizia in punti di piedi e finisce con degli assoli deliranti che ci preparano alla parte finale del disco, esplosiva e ruggente come non mai. E infatti dopo l’intermezzo di 46 secondi The Hills Have Eyes, il cui titolo omaggia l’intramontabile film horror del 1977 del maestro Wes Craven, Oborn & co. ci spingono in un vortice senza fine carico di tensione e risentimento nei confronti dello squallore di una società che calpesta i comuni mortali, la cui unica colpa è stata quella di nascere e restare in vita. “A seed of hate from the day I was born, my right to vengeance from me has been torn. Hopeless and drugged, my black emotions seethe. Loveless and cold, my hate begins to breed”. Terrificante e sinistro, il brano We Hate You è uno dei più potenti dell’intera carriera dei nostri Wizard e l’invettiva finale che si ripete in modo disperato e arrabbiato-“we hate you!”- ci guida verso la malefica risata iniziale a denti serrati di uno dei pilastri dell’album, ovvero la lunga title track Dopethrone, che se dovessimo accostarla ad una sola rappresentativa parola, potremmo identificarla come “occulto” per eccellenza, per forma e contenuto. Oborn nel 2009 afferma:

La maggior parte di noi in quel momento era bloccata nella dipendenza dalla droga o nell’alcolismo, ed era solo puro odio. Eravamo noi contro il mondo e volevamo solo fare il disco più disgustoso e putrido mai registrato. Ci siamo accampati in studio, quindi è stato letteralmente semplicemente svegliarsi, consumare quanta più fottuta droga possibile e poi iniziare a suonare.

Il viaggio nel regno del caos e della discordia dovrebbe concludersi così, ma gli Electric Wizard ci fanno ancora più contenti con la bonus track Mind Transferal, una vera e propria ode spaziale allo stoner/doom più crudo e allucinogeno. Possiamo dire che insieme agli Sleep, gli Electric Wizard rappresentano al meglio un pianeta costruito inizialmente dai sempre eterni e incontrastati Black Sabbath e sfociato poi in diverse soluzioni, più stoner, più sludge, più gotiche, ma con un unico comun denominatore, che è quello del male. Un male assoluto, rallentato, opprimente, tetro, che non lascia vie di scampo se non, appunto, nelle note che esso suona. Sopravvivere ad un album come “Dopethrone” si può: basta chiudere gli occhi, sdraiarsi a luce spenta e tirarsi fuori dalla realtà.  

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