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Interviste

Musica internazionale cantata in carnico: intervista a Massimo Silverio

(c) Riccardo Carpanese

Massimo Silverio compare su Zoom qualche minuto in anticipo rispetto all’orario concordato. È un ragazzo molto gentile che ti mette a tuo agio e aperto nella conversazione. Parlare con lui sarà facile come lo è stato fissare l’intervista. Noto una vaga somiglianza con la superstar francese Timothée Chamelet, quel che me lo rende una specie di volto familiare. Cominciamo la chiacchierata parlando dei nostri gusti e interessi musicali, per entrambi rivolti molto più all’estero che in Italia. E ci concentriamo sulle sue origini in un paesino delle montagne della Carnia, Friuli. Origini che informano di sé il suo LP di debutto rilasciato qualche giorno fa per i tipi della Okum (qui la nostra recensione), che sta incontrando il favore della critica internazionale, grazie anche all’endorsement di Iggy Pop e che sta piacendo anche molto a noi in redazione.

“Hrudja” ha un forte aspetto identitario: usi il dialetto carnico. Però allo stesso tempo, trovo che la tua sia una musica molto poco  “provinciale”, se mi passi il termine. È una musica che rimanda ad ascolti e sonorità internazionali. Quindi, per sintetizzare direi che la tua è un’opera che parte dalle montagne del Friuli, ma abbraccia la tradizione dell’art-rock internazionale a trazione anglosassone. Non so come la vedi tu.

Sì, assolutamente. è un po’ particolare il discorso, perché ho alle spalle due EP autoprodotti dove comunque avevo provato a cantare anche in italiano.
Anch’io, come te, non sono un grande ascoltatore della musica italiana, ne ascolto davvero poca che non sia vecchia. Infatti sono cresciuto ascoltando il prog-rock italiano anni ’70, i cantautori di una volta come De Andrè, Dalla e Tenco.
Negli anni, poi, mi sono ritrovato ad ascoltare tantissima musica estera, soprattutto contemporanea, senza mai realmente considerare quella nostrana. Infatti non sono assolutamente aggiornato sulle ultime uscite Italiane e tendo a non interessarmene troppo. E’ sicuramente una mia mancanza, però è anche una naturale conseguenza del vivere in Friuli-Venezia Giulia, perché in questa Provincia mi, e ci si sente, tagliati fuori dall’Italia. Infatti le mie prime “vere” esperienze su palchi, sono legate alla Stiria. In Austria ho suonato molto, ho fatto concerti belli davanti ad un pubblico attento. Anche quando cercavo, senza riuscirci, ad uscire dalla regione con i miei concerti, in Austria mi chiamavano, volevano sentire le mie canzoni in carnico. La scelta della lingua principale di Hrudja, quindi, è stata dettata da una sincera esigenza, ovvero quella di dare questo mio sentire nel modo più vero possibile. Nel modo in cui sento di essere ascoltato veramente.
Vivo a Udine da cinque anni, ma tutta la mia vita si è svolta in Carnia, tra le montagne. Se Udine è una città molto provinciale, la Carnia lo è ancora di più perché non c’è quasi nulla a livello musicale, “solo” boschi, fiumi e crinali. C’è quindi Tantissimo, ma manca quella attenzione culturale che rende “viva”, ad esempio, una musica. Luoghi difficili quindi, come anche lo è Udine, però mi ci sono spostato per avere più contatto con le persone. Jevà l’ho scritta quando avevo vent’anni e iniziavo a pensare come necessario uno spostamento. Però, per riuscire a concretizzare questo disco e la sua visione ho aspettato il momento e le persone giuste. Ok che può essere circoscritto tra i sopra citati dischi italiani di oggi, ma il nostro obiettivo con Manuel Volpe, il produttore artistico e con Nicholas Remondino percussioni e synth, era quello di un lavoro che suonasse come estero. Questo discorso lo abbiamo iniziato a ragionare insieme io e Nicholas anni fa, dal momento che lui ha seguito quasi tutto il mio processo musicale essendo una delle prime persone che ascolta le mie canzoni non appena le scrivo. Grazie a Manuel abbiamo concretizzato questa globalità presente nel messaggio e nel suono, nonostante in molti mi avessero messo in guardia: “attento che con il carnico, con il dialetto in generale rimarrai sempre in una nicchia”.
Abbiamo quindi sempre teso verso la famigerata universalità della musica.

Ecco, mi fa piacere perché hai anticipato un paio di cose verso le quali volevo andare. Io trovo che questa tua scelta di cantare in carnico paradossalmente sprovincializza la tua musica. Cioè se tu avessi cantato in italiano sarebbe stato un prodotto per il mercato italiano. Invece tu canti in una lingua che a me, italiano che non conosce il friulano, è totalmente incomprensibile tanto quanto lo potrebbe essere a uno statunitense o un francese e quindi di conseguenza il dialetto nel quale canti, diventa un po quasi una “non lingua” che ti permette di comunicare con chiunque.

Sì, assolutamente. E io spesso mi chiedo: “Perché non c’è musica cantata in friulano ancora adesso?” Una volta ce n’era di più. C’è stata tutta una scena di cantautori, tra cui Loris Vescovo, tra l’altro vincitore nel 2014 della Targa Tenco come miglior album in dialetto e Lino Straulino, che è stato il mio maestro di musica alle scuole elementari e, a mio avviso, è forse il cantautore più importante che abbiamo avuto in regione per il tipo di ricerca che ha portato avanti con la musica tradizionale. Hanno anche loro portato avanti un suono più estero, come quello inglese e americano dei cantautori loro coetanei. Però, al di là di questo, nella musica in friulano, tanti progetti sono nati e finiti in un discorso legato unicamente all’utenza regionale e non sempre tradizionale. Tanti progetti sono nati e finiti perché non c’è scambio, a mio avviso, con l’esterno. A Udine non esiste un club con una programmazione che proponga la musica del momento. Non ci sono neanche gli spazi per suonare. Questo non può che far morire la voglia di investire in un progetto. A maggior ragione se in lingua.
Quando ho iniziato a cantare in friulano, alcune persone di qui hanno iniziato a dirmi che non si riesce a capire quello che dico. Di certo non scandisco le parole in un racconto musicale come potrebbe fare Guccini, ma è da questa piccola critica che ho capito come la lingua è diventata per me uno strumento del quale mi sono servito. Il timbro, il suono della variante carnica comunicano già qualcosa di interiore, ne trasportano i paesaggi, anche quelli interiori di chi vive qui. Ho scoperto la potenza di una lingua che aldilà della plausibile domanda “chissà cosa sta cantando questo?”, molte volte invece ha comunicato tutto quel che doveva a chi, pur non conoscendola, ha sentito quello che volevo ci fosse.
Mi hanno più volte paragonato ai Sigur Ros, che in alcuni dischi, oltre all’Islandese, avevano creato una lingua altra per evocare il loro messaggio.
La cosa più bella secondo me è che in fin della fiera, con una lingua globalmente poco conosciuta come il friulano, chi ascolta potrà dire: “ok, probabilmente sono parole inventate”, ma in realtà c’è tutto un mondo dentro al testo che trasuda realtà e radici. Che comunica al di là della comprensione. Infatti non si parla neanche di dialetto, bensì una lingua minoritaria che purtroppo ormai, tra i miei coetanei, si tende a parlare in maniera molto italianizzata. L’uso di tante parole è stato abbandonato, e in questo senso c’è stata molta ricerca da parte mia per ridare vita a quello che già c’è.
Sprovincializzare una lingua cercandone la globalità più intrinseca nel messaggio è un po’ il gioco di queste mie canzoni.

E quindi tu canti in Carnico tradizionale.

Diciamo di sì. Esistono troppe varianti, ma molte parole sono quelle che sentivo dai miei nonni e che ora non vengono più usate nel quotidiano.

Però a parte le tradizioni familiari ci hai fatto anche uno studio sopra.

Assolutamente. Ho letto molti libri e ho fatto molta ricerca orale anche al di fuori della mia famiglia con le persone più anziane del mio paese. Da tanti anni , ogni volta che sento determinate suoni così “alieni” all’Italiano, me li scrivo. Poi l’utilizzo mi si spiega col tempo. Però sì, ho sempre collezionato questo mondo perché mi piace, mi riempie.

In due parole, secondo te perché hai scelto di cantare in carnico? Lo senti come un’esigenza intima o c’è uno statement dietro questo? C’è un qualcosa che vuoi dire, che vuoi affermare?

Sicuramente c’è anche uno statement, nel senso che volevo anche fare un disco molto affermativo da questo punto di vista, ovvero scandagliare il carnico in un senso ampio senza limitarmi semplicemente alla punta dell’iceberg.
Ma sicuramente perché nel mio tendere e ricercare una sincerità che contenga verità, dovevo usare quello che è il mio idioma madre. Quando sono da solo, io penso in carnico, e quando spesso parlo da solo, parlo in carnico. Anche ora, in alcuni punti traduco mentalmente in italiano quello che vorrei dire. Quindi mi sono detto: dev’essere così

Conoscerai, immagino, Daniela Pes che è un’altra bravissima artista. A mio parere te e lei siete le grandi novità dell’anno nella scena italiana, forse non solo italiana e avete in comune questa cosa. Cioè, cantate nella lingua dei vostri avi. Lingue circoscritte che si parlano in un territorio limitato, da poche migliaia di persone. Però entrambi usando sonorità cosmopolite e internazionali. Non fate né folk, né canzone italiana. Ci vedo delle similitudini.

Credo assolutamente che si possano paragonare da un punto di vista dell’obiettivo ultimo.

Tu e lei avete la stessa età. È un caso o c’è un qualche motivo per cui due persone della vostra generazione possano sentire questa esigenza? Tempo addietro probabilmente un’operazione di questo tipo, in dialetto locale, si sarebbe fatta con ballate della tradizione friulana piuttosto che sarda. Ma incastonate con il rock internazionale, questo non lo so. Se succedeva non era così diffuso o quantomeno non arrivava, non aveva la rilevanza che sta iniziando ad avere con voi.

Credo che questa cosa sia una conseguenza assolutamente naturale e fisiologica di tutta questa estrema e un po’ malsana saturazione che c’è nella musica globale.  Già solo in Italia c’è tanta, tanta nuova musica che al solo pensiero mi viene mal di testa per la quantità con il risultato che vivo dei periodi come in passato completamente lontano dall’ascolto (se non ritornando nei miei soliti intramontabili). Veramente, facevo e ogni tanto faccio ancora fatica, ma credo sia una conseguenza di tutta questa enorme visibilità comune creata dall’internet. Credo quindi che sia inevitabile che questo rigonfiamento musicale porti, a mio avviso, a una sorta di uniformità per essere partecipi di un’unica grande voce.
La conseguenza/esigenza di trovare una verità diversa da questa deve esserci. Parlando di radici Sarde o Friulane attraverso il mio discorso, se Daniela Pes o io avessimo operato per l’approccio meramente folcloristico e conservativo da un punto di vista tradizionale, sarebbe stata musica probabilmente finita in filoni che non comunicano in controcanto (pur essendoci dentro) con tutta questo corpo globale della nuova musica. Ovviamente in un discorso ampio anche questi due dischi sono ascrivibili a tante correnti. Però credo che l’appoggio su certi fondamenti della tradizione e di quelle verità contenute nelle storie antiche, inserite nell’attuale, sia ciò che rende il testimone di questo retaggio ancora tramandabile. Io di mio, ad esempio, ho fatto in modo (provandoci) che tutta la tradizione vissuta in me, fosse portata fuori attraverso il filtro delle mie canzoni, quello che è la mia persona e il mio cuore, e mi auguro ce ne saranno tanti altri ancora che proveranno a valorizzare il penalizzato, a mantenere il precario, a cogliere le bellezze fuori dai canoni della maggioranza. Ad ogni modo ci tengo a dire che io adoro le operazioni culturali che operano nel mantenimento delle tradizione più puro possibile, ma bisogna anche riuscire a comunicare alle esigenze dei tempi. Magari portando con fierezza le proprie appartenenze e quelle immagini senza tempo che a mio avviso potrebbero esserci da guida in tempi così bui.

Da persona che si occupa di musica ma pochissimo di musica italiana, mi fa doppiamente piacere che invece ci siano operazioni come le vostre. Da una parte molto locali, dialettali. Però dall’altra parte sono il contrario del provincialismo italiano che trovi nel Festival di Sanremo.

È assolutamente assolutamente. Avevo letto un articolo anni fa riguardo al Festival di Sanremo e di quanto sia stato parte fondamentale, nel corso degli anni, di questa uniformità nelle canzoni. Di questo annullamento nelle forme legate alle tradizioni nella musica italiana, in favore di strutture più globali. Quindi è bello vedere esempi come questa esplosione di Daniela Pes capaci di creare così tanto seguito, io credo.

È bravissima e te lo confermo per averla vista dal vivo dove me ne sono particolarmente convinto. Adesso speriamo che esploda anche tu.

Speriamo veramente, in onore degli anni impiegati su questa musica.

(c) Riccardo Carpanese

Quanto è importante la musica per te? Sei il tipico artista che non riesce a pensare ad altro tutto il giorno, che ha musica tutto il tempo nella testa?

È abbastanza totalizzante. Anche se sono anche molto distaccato dall’ambiente musicale. Leggo molti libri, guardo moltissimo cinema e faccio tante passeggiate. È totalizzante per me perché sento che voglio fare questo.
Nella mia vita ho fatto tanti lavori manuali. Come titolo di studio sarei elettricista. Tutto quello che ho fatto musicalmente l’ho sempre imparato da solo o suonando con altre persone. Non ho neanche mai preso una vera lezione di musica e quindi ho sempre avuto questo forte legame, naturale in un certo senso. E chiaro che se avessi un percorso di studi musicale alle mie spalle avrei più mezzi dalla mia parte. Però ho sempre trovato nell’espressione musicale, la mia vera espressione. Soprattutto nel canto. Quindi diciamo che è totalizzante da quel punto di vista lì, perché provo a vivere facendo il musicista. Vivo di stenti, però adesso è uscito il disco, quindi spero di raccogliere un po’ da tutti questi anni di “patimento”. Tra virgolette, perché comunque è bella anche questa parte del processo. Alla fine posso dirmi contento delle mie scelte. Altri lavori mi tenevano staccato dai ritmi che secondo me sono propri del vivere. Continuare la ricerca di immagini, come attraverso il cinema, la poesia, la lettura e soprattutto da quello che vedo nella natura.
Ad esempio vivo molto la mia regione, anche perché non posso permettermi tanti viaggi ovviamente.
Alcuni periodi mi sveglio la mattina presto e lavoro, suono, compongo. Però la maggior parte delle volte è quello che raccolgo dentro di me aspettando il momento in cui è tutto pronto per portarmi a scrivere qualcosa.

E a quel punto mi immagino sia come una necessità, portare alla luce la musica.

Sì, è proprio così. Un processo di catarsi, di liberazione, il mettere un punto. Quando poi finisco di scrivere una canzone mi sento soddisfatto e felice, svuotato per essere poi riempito di nuovo. E capisco solo col tempo di cosa mi sono sbloccato! È incredibile questa cosa, perché tante volte scrivo un testo, una canzone, ma non ne comprendo il senso vero fino a quando il tempo me lo mostra. Lo leggo all’interno di quelle parole, capisco cosa mi hanno portato a lasciar andare grazie a quella canzone. Questo è assolutamente incredibile perché sembra di vivere quegli attimi in una sorta di trance. Non so quando succede, non so come descriverlo, però porta questa caratteristica di presenza mia cosciente che non c’è. È incosciente, però è vero.

Come se tu fossi un medium attraverso il quale la musica attraverso cui la musica arriva in questo mondo e tu sei solo il mezzo di trasporto. Questa è una cosa che sento dire a molti musicisti.

O anche semplicemente arriva questo bisogno di lasciare. Questo bisogno di svuoto personale che conduce a questa tipologia di atto per stare meglio. È come una questione fisica, un corpo vivo e in costante movimento e la sua difesa, in funzione di una ripresa, di una guarigione. Non lo so, è una cosa molto strana, ma così bella. L’ho sentita dire da molti in giro, infatti non vorrei sembrare banale.

Senti, io trovo molto originale la tua musica. Però c’é un aspetto dove sento un preciso riferimento. L’ho letto anche in giro che dicono che canti come Thom Yorke dei Radiohead.

[Sorride e annuisce convinto, ndr] Ovviamente son cresciuto  con i Radiohead quindi tanto è sicuramente rimasto. Quindi sì assolutamente, è stata un’ispirazione retroattiva della quale sono estremamente grato ogni volta che in un qualche modo mi paragonano a loro.

Ci sono altri artisti che ritieni fondamentali per la tua formazione.

I Talk Talk di “Laughing Stock”. Ho già detto in un’altra intervista che è il disco che ho ascoltato di più durante la fase di registrazione di Hrudja.

Assolutamente, si sentono nella tua musica i Talk Talk dell’ultimo periodo.

Sì. E quel disco secondo me è incredibile. La voce di Mark Hollis mi fa piangere ogni volta. Per un periodo era tutto ciò che volevo ascoltare. Anche Blemish e Manafon di David Sylvian. Due dischi incredibili. Sono cresciuto ascoltando tanto anche Jeff e Tim Buckley e li cito semplicemente perché credo che ho sempre ricercato un po’ quel tipo di intensità e di passione nella scrittura e nel canto. 

Questi artisti che hai citato si sentono nella tua musica, sicuramente. Per concludere: ci sono piani per portare “Hrudja” in tour?

Siamo in fase di lavorazione del live, ma penso lo porteremo al pubblico in trio. Anche se personalmente amo la dimensione solista, che spero di non dover abbandonare. Dipende tutto da come andrà e da quella che sarà la ricezione. Di mio, non voglio escludere nessun tipo di opportunità o formazione. Spero solo di suonare il più possibile nei circuiti musicali veri, nei festival, nei club italiani e esteri.
Uscire un po’ da qui, insomma!

Ce lo auguriamo, te lo auguriamo tanto e speriamo di dare una piccola mano anche noi perché accada. 

Grazie di cuore, Giovanni.

Grazie tantissimo del tuo tempo. A presto.

(c) Riccardo Carpanese

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