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Interviste

La trascendenza dei Superportua dirada il buio e spegne i fuochi del male

Foto: Luigi Galiazzo

Abbiamo incontrato i Superportua al giro di boa del secondo album “Grumi“, uscito lo scorso mese su ShyRec (qui la nostra recensione). La band veneta è caratterizzata da un forte spirito intellettuale ed è interessata a tematiche filosofiche. Il loro approccio alla musica e alla vita si condensa in queste risposte da cui traspaiono genuinità e convivialità.

Partiamo dal nome, Superportua, che significato ha, da dove origina; a me fa ricordare qualcosa di cosmico, tipo Supernova, invece?

Michele: Superportua, in lingua basca, è il porto industriale di Bilbao, ma molto prima del significato ci interessava la musicalità della parola con la quale ci saremmo chiamati e nella quale, almeno superficialmente, ci saremmo riconosciuti. Nel 2011 Superportua ci “suonava” bene, oggi, adesso che ci pensiamo, non sappiamo più dirlo, però è bello sapere che c’è chi mette in relazione il nostro nome con “qualcosa di cosmico”.

Le coordinate del vostro sound si orientano verso l’art rock e il post rock, questa attitudine si mantiene costante fin dal primo album del 2018 “Resterai sempre uno”, ma siete comunque attivi dal 2011, raccontateci degli esordi, come vi siete conosciuti e come si è definito il vostro concept?

Michele: Nicola ed io ci siamo incontrati attraverso un’inserzione su un caro vecchio sito musicale, ci siamo subito riconosciuti in una certa qual comunione d’ascolti, d’intenti, di orizzonti fisici e immateriali. Con Stefano, il batterista, qualche settimana prima ci eravamo trovati per bere e parlare di musica, “poesia, filosofia e alimentazione” e tra le altre cose ci siamo detti “sarebbe bello suonare insieme” ed io dissi “ok, cerco un chitarrista”. Incontrato Nicola, Stefano è stato il primo che ho contattato dicendogli “ho trovato il chitarrista” e lui: “in che senso?”. Dopo aver ricostruito e accolto il senso di “ho trovato un chitarrista” Stefano si è unito a noi. Per un paio di mesi abbiamo provato con bassisti sempre diversi finché, quando abbiamo conosciuto Fabio, abbiamo capito che lui era quello che, senza averne coscienza, cercavamo. Poi Fabio ha contattato personalmente Daniele; tutto questo nell’autunno del 2011. Da lì è partito il progetto Superportua: un primo EP composto e registrato in presa diretta, diversi live, un altro EP e altri live. Dopo l’uscita del primo disco Daniele, per motivi personali, ha abbandonato il progetto e contestualmente sono entrati nel gruppo Sergio, che suonava negli Harmonic Pillow con Fabio e che aveva già registrato il violino come ospite in “Resterai sempre uno”, e Matteo, chitarrista che conoscevamo attraverso il suo lavoro con i Die Transfer. Possiamo dire che ci contraddistingue un percorso creativo fortemente condiviso e per questo complesso e, talvolta, turbolento. Abbiamo la problematica fortuna di provenire da ascolti, letture e visioni molto diversificate, da autori spazio-temporalmente lontani e da generi musicali e letterari difformi. Il concept forse sta lì: adoperarsi per unire la musica e le parole generate da sei individualità ben definite e distinte in un progetto che mira a trascendersi e, soprattutto, ci trascende e ci supera portandoci tutti – insieme, come gruppo – ben al di là di dove potremmo arrivare da soli, presi singolarmente.

Luce è un gran pezzo evocativo ed emozionale, residente sul primo album, spaziale di libertà mitigata da una nebbiolina leggera di malinconia, e secondo me conferisce uno spessore verace che avete mantenuto e trasportato in “Grumi”, in che rapporto siete con la poesia e chi scrive i testi?

Michele: nel disco precedente i testi erano stati quasi interamente scritti da me e si andava dalla “nebbiolina leggera di malinconia” di Luce alle “ombre molto più nere del buio” di Permafrost, in una ricerca escatologica con pochi spiragli di luce e molte rovine. Nel nuovo disco ci sono anche due testi di Nicola, uno di Fabio e uno di Stefano e il loro intervento ha alleggerito l’aria pesante del primo disco e ha spinto anche me a lavorare su percorsi mentali e parole meno scure e definitive. Il nostro rapporto con la poesia, in questo disco come nel precedente, è presente ma più limitato rispetto al nostro legame con altre forme letterarie quali il romanzo, e con altre forme artistico-espressive come la cinematografia e la pittura.

“Grumi” ha un bel groove che pesca a cavallo degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, laddove si rintracciano Litfiba, Cure, Guns’n’Roses, a volte CCCP, e anche la voce di Michele Romanello suona su una linea ideale dove poter incontrare Pelù, Liga, misti al timbro di Nek (!), diciamo una fusione dei tre. Sono riferimenti validi che faticate a riconoscere nell’album?

Michele: sono riferimenti sicuramente validi ma, non lo neghiamo, alcuni fatichiamo a riconoscerli in “Grumi”. Tra questi,  i Cure e i CCCP sono quelli che più sentiamo vicini. Per quanto riguarda la mia voce, Pelù, Ligabue e Nek non appartengono ai miei ascolti però mi incuriosiscono – e un po’ mi fanno sorridere – questi echi che senti. Personalmente credo non ci siano voci o timbri nuovi, quelli che lo sembrano sono tali solo perché non ricordiamo di averli già sentiti o perché li abbiamo dimenticati.

9 pezzi in totale, a quale siete più affezionati e perché?

Michele: siamo affezionati a tutti e nove, per motivi diversi, alcuni più personali e soggettivi, altri più condivisi, “di gruppo”. Forse abbiamo dedicato un’attenzione particolare a “Il Funambolo” che abbiamo scelto come primo singolo del disco, pezzo portatore di quel “vento che spinge le anime” che dirada il buio e spegne i fuochi che devastavano gli scenari fisici e animici nel primo disco. E proprio per la sua immediatezza, abbiamo scelto anche di trasporlo in videoclip grazie all’aiuto e alla professionalità di due amici, Alice Lorenzon e Lorenzo Pezzano, altri elementi importanti della famiglia Superportua.

Avete rinunciato al pianoforte su “Grumi” e inserito il notevolissimo violino di Sergio Orso; è una scelta che è stata ponderata per estendere i pattern e incidere più sul groove, come accade ne, L’ammazzatoio, per esempio? Il pezzo va in orbita, orchestrato di fino e di potenza e richiama assolutamente l’ascolto dal vivo. Siete in fase di progettazione di un tour?               

Sergio: Il violino è entrato nell’organico dei Superportua a partire dai live del disco precedente; live che hanno offerto un’occasione costante di sperimentazione sonora, di ricerca timbrica per integrare lo strumento con le sonorità, con la personalità musicale già ben delineata del gruppo. Via via è maturata l’esigenza di trattare il violino come uno strumento elettrico, filtrandone il segnale attraverso riverberi, delay, octave, phaser etc., un suono che a momenti si confonde con quello di un sintetizzatore. Questo ha reso possibile una maggiore coerenza, una più efficace fusione del violino con la pasta musicale del gruppo. ‘L’ammazzatoio’ è un pezzo in cui è stato combinato l’uso di un violino elettrico (abbondantemente effettato) insieme a delle sovra-incisioni di violino classico per ottenere, particolarmente al centro del brano, una maggiore apertura ‘orchestrale’ dell’arrangiamento: un esempio di coesistenza delle diverse soluzioni con cui abbiamo trattato lo strumento ad arco, avendo in mente tanto l’atmosfera ricercata per il disco che la sua eventuale resa dal vivo. In effetti ‘Grumi’ è un lavoro che porta in sé i frutti degli anni di esperienza live che l’hanno preceduto, e registrato tenendo conto della sua suonabilità, della possibilità di rievocarne le sfumature in concerto.
Stefano: Per quanto riguarda il tour, stiamo pianificandolo per il 2024 con il supporto di Three Blackbirds. Sicuramente punteremo molto sull’estivo, periodo durante il quale è più facile trovare palchi gestibili per una band di sei elementi e in grado di contenere l’interpretazione – diciamo “impetuosa” – di Michele.

Come si inserisce la componente Nietzscheana nel lavoro complessivo e, a partire da quella, poi raggiungere le riflessioni sulla vita, sull’età “matura” che incontriamo nei testi, dove il passato impreziosisce il vissuto?

Michele: Il Dio di “Grumi” è l’Ego, l’obiettivo è sempre quello nietzschiano: uccidere Dio. Dopo la strage delle finzioni si spalanca il vuoto, un abisso che non si può superare girandoci intorno ma che si deve attraversare. Fissare la vertigine e non poter più tornare indietro. Questo vuoto è la terra su cui tramonta il nostro essere separati: io sono te e tu sei me, noi siamo voi e voi siete noi, il bene è il male, il male è il bene: il vuoto è pieno. Ma cosa ci darà la forza di camminare sopra questa terra vuota, senza appoggi né tanto meno appigli? Grumi è proprio l’attesa del vento che spinge le anime. E il nostro ricordo più vivo sarà quando lui arrivò, noi lo stavamo aspettando.

C’è un trait d’ unione tra Salvami (Salvami dal passo del tempo, /scrivimi una lettera, dammi un pugno sotto il mento, /ceste di vento e botti di pioggia che frusta/chi come noi si fa ancora e ancora, ancora spera. /Ma stasera il cielo è un livido che non perdona) e Tornare indietro (Il sogno di violare la ragione e la morale/ senza poi star male per due ore di piacere: / sette anni di prigione, non per soldi o un ideale/ ma per placare un appetito e calmare un po’ il prurito. /Qui qualcuno lancia un grido, sigillo dell’eternità). Quanto è partecipe un ideale fil rouge che lega le due canzoni e che si traduce nelle illusioni terrene: come le vivete, qual è la vostra ricetta per non restarne schiavi?

Michele: le illusioni terrene e, nello specifico di Tornare Indietro, “il piacere”, ci tengono ancorati al presente, un Qui e Ora che spesso non prevede un Dopo. Ma il Dopo arriva: “l’aurora del nuovo giorno è una piaga”, “il tramonto è un livido” e “la notte è una gola di lupo”. Se il Dopo non arriva allora viene la tragedia che “squarcia il senso nei cuori umani”. Ma quale senso? Quello che abbiamo architettato, quello che fingiamo per stare “in equilibrio sopra i lampi del temporale”, quando “l’unica legge è andare avanti e non crollare”. Allora sopraggiunge il dubbio: perseverare nelle “finzioni” o far cadere questi grumi di strategie e abitudini buoni per sopravvivere e tirare avanti? La ricetta è un augurio, è la speranza che dopo la strage delle illusioni, una volta disincrostati e spogliati anche del nome che ci hanno dato, appaia o si manifesti qualcosa di nuovo, una sorta di tenebra luminosa, calma, serena, pregna di finalità.

Che “Grumi” sia un disco potente e raffinato, intimista e deflagrante – è per me fuor di dubbio – nel senso che ha un colore davvero personale e starci su con l’ascolto mi fa dire, questo è un disco giusto, tal quale come impiantare al primo colpo una spada nella roccia! Quindi, la produzione è condivisa dalla band e Tommaso Mantelli, vi siete ritrovati d’amore e d’accordo in questa combinazione di lavoro? Siete amici di lunga data o avete apprezzato il suo lavoro di artista e produttore tanto da ingaggiarlo?

Stefano: Tommaso ci segue fin dai primi EP. Quando era giunta l’ora di registrare il primo disco non avevamo dubbi: lui sarebbe stato il nostro braccio destro. Anche per “Grumi” la scelta è stata quella di affidarci a Tommaso. Al di là dell’amicizia che ci lega ormai da molti anni, la sintonia che si crea nel suo Lesder Studio è unica. Il posto è magico di per sé: un casolare immerso nella natura lungo le rive del fiume Piave. Un posto magico che ti fa trascorrere le giornate in serenità anche nella tensione delle registrazioni; e poi lui, oltre ad essere un grande professionista è quel tipo di produttore che, con mezzo sorriso, ti fa capire che stai facendo una “cagata” e che la strada da seguire è un’altra. Con un accordo suggerito, con un “ma cosa dite se…?”, ti indica il sentiero giusto senza creare squilibri nella band. Se “Grumi” avesse un profumo, sarebbe quello dei campi che circondano il Lesder Studio.

Avete curato la parte grafica con estrema attenzione(le illustrazioni sono di Nicolò Tullio, il visual design e l’art direction di Nicola Gubernale, le fotografie della band di Luigi Galiazzo), la copertina sceglie colori di contrasto e nella semplicità – posta tra Basquiat e un disegno realizzato da un fanciullo – esprime toni forti, profondi, colmi di impatto e fuggevoli di mistero.

Fabio: abbiamo sempre sentito l’urgenza di comunicare non solo attraverso la musica, ma anche attraverso ad esempio “l’oggetto compact disc”, i video, le fotografie; addirittura, per entrambi i primi due lavori in studio, i cd li preparavamo ad ogni concerto, uno ad uno dopo il soundcheck: avevamo sempre con noi una valigetta con i cd bianchi masterizzati, buste da lettere bianche per il primo EP “Abbastanza Memorabile” e nere per “Vecchi Diluvi”, carta da lettere, pennelli, tempera, timbri componibili con lettere intercambiabili per scrivere, tampone d’inchiostro, ceralacca per sigillare il tutto… Per “Resterai Sempre Uno” abbiamo commissionato un’opera all’ottima artista Madalina Antal che gioca con sovrapposizioni di immagini che danno vita a opere di collage oniriche e illogiche Con Grumi abbiamo invece scelto di tornare ad un’opera più materica. La copertina e l’intero artwork sono frutto del lavoro realizzato assieme a Nicolò, mio fratello, giovane uomo con un cromosoma in più che ha una grande sensibilità artistica oltreché essere un nostro grande estimatore. Le forme, la consistenza, i colori scelti durante uno dei tanti nostri momenti passati a dipingere, lo rappresentano a pieno, rappresentano il suo modo di vivere ogni situazione molto intensamente, abbracciando tutto ciò che gli sta intorno, come un vortice che deposita grumi di sé in ogni dove. Quando ho proposto al gruppo quest’opera abbiamo subito deciso che sarebbero state perfette per raccontare il contenuto di questi nove brani, di come ci sono rimasti addosso, augurandoci possa succedere lo stesso anche con i nostri ascoltatori.

Le tastiere di Fabio Tullio (bass guitar compresa) e Sergio Orso sono fondamentali per dare importanti sfumature e caratterizzazioni all’immaginario sonoro che si dilata e sfreccia lungo la nostra epidermide. Oltre a complimentarmi per i panorami, le accelerazioni e le visioni che ci regalate, mi fate pensare all’onirico (sogno e incubo), inteso come dimensione parallela alla realtà, elemento di contrasto o di filtraggio d’essa. Quanto, se lo fosse, è ricercato l’effetto catalizzatore sogno/realtà infuso nelle composizioni?       

Sergio: I suoni di organo e synth presenti nel disco sono stati ricercati avendo in mente più un’atmosfera, una coloritura per i brani che come elementi strutturanti, il sostegno principale dei pezzi essendo quasi sempre affidato a chitarre, basso e batteria. Sono le liriche a reclamare per sé un certo tipo di tappeto sonoro, un ambiente adatto all’espressione di un mondo connotato da forte soggettività, sempre alquanto sbilanciato verso una tumultuosa interiorità piuttosto che intento a placide oggettivazioni di sé. In effetti qualcosa che si avvicina a una sorta di manifestazione onirica. Non è tanto un’estetica stabilita in modo intenzionale, più semplicemente sono questi i fantasmi che ci appaiono quando ci chiudiamo in laboratorio.

Le chitarre, tra cui emerge un ukulele, sono sostegno robusto durante l’esecuzione dei pezzi: possenti riff, potente sezione ritmica – avallata da un corposo drummin – e forieri di ricami e arpeggi che delineano, accompagnano l’evoluzione e il temperamento, quando non la temperatura, dei pezzi, determinandone l’orizzonte. Pezzutto e Biadene sottolineano maggiormente la componente post rock e noise. In che modo i Superportua declinano queste accezioni sonore nel loro discorso artistico, come entrano nel processo creativo?

Nicola: Io e Matteo abbiamo un background leggermente differente. Matteo proviene dallo shoegaze e le sonorità che propone sono riconducibili a quel genere: riff eterei, utilizzo di delay, riverberi e molti altri effetti. Io ho un approccio più post-punk, suoni più scarni. Credo che l’intreccio dei due stili, in quanto leggermente complementari, ci dia la libertà di alternarci tra parti più in evidenza e altre più a supporto dell’altro. L’utilizzo dell’ukulele in realtà è stato più un caso, un esperimento. Durante le registrazioni ci serviva un riff in una parte di Seth ed io proposi una cosa che avevo provato con l’ukulele, che avevo da poco acquistato. Lo recuperai dal bagagliaio dell’auto e rientrai in sala: inizialmente gli altri pensarono li stessi prendendo per in giro, solo Tommy la prese sul serio, lo microfonò, lo effettò e mi disse ‘suona!’.

Nella recensione di “Grumi” vi definisco sospinti musicalmente verso il Nord Europa, con influenze dark e wave, senza rinunciare alla forte radice di italianità. Dark, ma entro questo i risvolti luminosi espressi dagli strumenti sono evidenti nel rendimento totale. Risultate molto orecchiabili giocando su stilemi “classici”, carezzando comunque una miscela che tende verso il nuovo, e che vi rende riconoscibili all’ascolto. Qual è il vostro rapporto col mercato europeo, che riscontro avete?

Stefano: dopo diversi anni passati a suonare assieme siamo giunti a quella fase in cui basta uno sguardo o un passaggio “chiamato” da qualcuno,  basta per capire in che direzione si andrà durante la fase compositiva,; riconosciamo noi stessi di aver individuato uno stile, nato dalla fusione di influenze dettate da ascolti diversi, tra ognuno di noi …e, credimi, sono molto diversi tra loro! E’ vero, ci sono influenze dark e wave nei brani di “Grumi” o, comunque, suoni ed espedienti cari ad artisti che godono di molto più seguito nei mercati europei che in Italia. Al contempo è indubbia la forte presenza di un’anima maturata dal rispetto che portiamo per band che hanno fatto la storia del rock italiano negli ultimi 40 anni. Per quanto riguarda il mercato europeo le nostre etichette – ed in particolare Shyrec – hanno svariate esperienze dettate dalla presenza nel loro roster di band dal respiro internazionale e, in qualche modo, “come ciclisti ci mettiamo in scia” e proviamo la “volata” verso l’Europa ma non è per niente facile. Però siamo comunque soddisfatti, dato che qualche “curioso” da Europa e America compra i nostri dischi.

Una domanda generalista: la vostra opinione in merito all’industria discografica odierna, connessa con lo streaming, le piattaforme musicali, i social e la stampa DIY?

Stefano: streaming, piattaforme, social… sono strumenti. Il problema non sono tanto questi strumenti ma l’uso che ne fanno i player, ovvero le major e l’utenza. Purtroppo non è davvero sufficiente suggerire agli ascoltatori “Guardate… avete un qualcosa di molto potente con il quale potete ascoltare di tutto… fate voi, scegliete!”. Algoritmi e adv canalizzano gli ascolti, rendendoli di fatto degli strumenti fintamente aperti e “democratici”. L’industria discografica e realtà annesse in “due secondi” hanno saputo rigirare la frittata, per cui se non sei “nella playlist giusta”, nel social giusto, le porte ti si chiudono davanti e semplicemente non esisti. In Italia ci sono moltissime band davvero valide e questa è un’esperienza che vivono in molti.

Ma anche un parere sull’esponenziale offerta musicale che si riversa e parcellizza gli ascolti del pubblico: ritenete questo sia un fattore positivo o dagli effetti negativi in termini di nuovi suoni che non attecchiscono più inventando band massicce, in senso planetario come Nirvana, Blur, Radiohead, Muse, Mogwai…Mentre abbiamo Taylor Swift, Coldplay, One Direction, Lady Gaga.

Stefano: qui ci ricolleghiamo alla domanda precedente, delineando un po’ la nostra visione della situazione attuale, per cui la risposta alla domanda verrà da sé. E’ indubbio che da più di vent’anni non siano nate più quelle band generazionali che dettavano linee con uno stile così forte da voler essere “copiato” da tutti (se eri un musicista) o che ti facevano rientrare in un determinato gruppo sociale se eri un semplice ascoltatore. Ora la musica da “supermercato” (letteralmente quella roba che accompagna il consumatore che spinge il carrello quando fa la spesa) la fa da padrona, alla pari della “musica per bambini gangsta”, i nuovi veri utenti utilizzatori degli strumenti di cui parlavamo prima. Gente che viene usata per vendere non tanto dischi e nemmeno biglietti dei concerti ma prodotti di abbigliamento, profumeria e cianfrusaglie simili. Il giorno dopo si saranno dimenticati del tal “artista” e via un altro che, magari, ha firmato un contratto più fruttuoso con tal marca di felpe o occhiali-patacca, quindi bisogna “pomparlo”. Questa logica è sempre esistita? Ma certo! Il problema è che oggi esiste praticamente solo quello. Considerando la musica dal vivo, possiamo dire che oggi esistano i mega eventi, mentre si stanno estinguendo tutti i locali storici che proponevano “altro”, schiacciati da burocrazie insostenibili per piccole realtà e dall’assenza di pubblico, oltre all’altro grande “tumore” che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni: la vendita di band – non necessariamente di dubbia qualità, sia chiaro – da parte degli addetti ai lavori a prezzi assolutamente folli. Tutto ciò ha drogato il mercato e tagliato le gambe a promoter e gestori.

Foto: Carolina Lazzari

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